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Fare a pezzi il Parco dello Stelvio per gestirlo meglio?

Di Giovanni Bettini • 14 gennaio 2011 • Categoria: Il governo delle aree protette

Il Parco dello Stelvio, il più grande parco nazionale italiano, collocato al centro delle Alpi in un crocevia di storie e culture, ha fin dalla nascita vita difficile, parco di confini (fines) storici e culturali molto forti, e di orizzonti (horizontes). Quell’incrocio di culture e di percorsi di sviluppo diverso è una ricchezza che non può essere piallata da minute normative omologanti. Ma al contempo, la sussistenza e il persistere dell’attributo di “Parco Nazionale”, comportano una convergenza tra le componenti geografiche e socio-culturali di una strategia resa unitaria e coerente. Multiculturale…

La legge-quadro nazionale individua nel “Piano del Parco” lo strumento che – pure nella flessibilità della pianificazione – rappresenta questa convergenza di strategia e programmazione, attribuendo l’attività di gestione ai tre Comitati: Lombardia, Alto Adige, Trentino. Il percorso del piano inizia nel 1998 con la pubblicazione del bando. Nel raggruppamento vincitore risulta particolarmente presente una componente altoatesina, realtà questa la più avanzata sul piano della pianificazione. Ma il Parco (tra i primi e i più estesi del Paese) si presenta all’appuntamento del Piano destrutturato, privo persino di una cartografia aerofotogrammetrica unitaria, cosa che non giova alle operazioni ricognitive e progettuali necessarie. Gli elaborati conferiti nel 1999, superando sforzi logistici di questo tipo, suscitano comunque impressioni negative da parte di esponenti degli organi politici e degli uffici. Si invoca il piano “perfetto” contro il piano “possibile”. Una bella empasse.

Anche il robusto prodotto di piano costituito dal “Rapporto sullo Stelvio” viene considerato pleonastico dalla maggioranza dei membri del direttivo e gli elaborati del piano sono considerati inadeguati per la loro produzione troppo “esterna alla realtà” (anzichè considerarle un pregio…).

Si sviluppa nel contempo una rivendicazione da parte dei tre Comitati di un minuzioso “bagno sociale” degli elaborati, che non approda a nulla di significativo. Nel periodo 2001-2002 si formulano richieste contraddittorie:

•   scala 1:50.000 per le cartografie, per consentire agli amministratori e ai vari portatori di interessi di  comprendere gli effetti sulle loro aree e per facilitare la gestione del piano: “il diavolo sta nel dettaglio”;

•    o compattazioni del piano entro “quaranta pagine per il contadino”.

In quel periodo provengono al Parco richieste di aree sciabili sui ghiacciai.

La Regione Lombardia prevede, per i Mondiali di sci 2005, interventi con forti impatti sul patrimonio ambientale della Valfurva; forti pressioni per i nullaosta giungono dalla Regione e dal Ministero. Dall’altro versante del parco pervengono 75 osservazioni al Piano per lo più consone ad intenti di autonomia ispirati dai vertici politici della Provincia Autonoma di Bolzano. A una prima fase di scarso sviluppo della partecipazione sociale succede poi un dialogo più stretto con i Comitati, con aggiustamenti di cartografie.

Il Direttivo – assistito da un nuovo direttore (ora sindaco di Bolzano) – giunge ad una sofferta adozione degli elaborati nel luglio 2005, affidando affinamenti alla successiva fase di osservazioni formali. Ma con il rinnovo dell’organismo e della presidenza, avanzano ripensamenti che portano a modifiche degli elaborti ancora nella fase di conferimento al Ministero. E‘ presumibile a questo punto una fase di osservazioni da parte del Ministero e, se si considera che il prodotto risultante deve poi essere ricepito con apposito atto legislativo dalle due provincie autonome, si può ipotizzare un tempo complessivo – per la formazione dello strumento – dell’ordine di una quindicina d’anni a partire dal 1998.

Si tratta di un arco di tempo nel quale sono riscontrabili parecchi limiti operativi. Entro le strutture del Parco non si è attivato un Ufficio di Piano. La partecipazione non è stata promossa in modo sistematico, la realizzazione dell’agenda 21 non è stata connessa con il Piano; la VAS non è stata attivata.

Il dilungarsi ultradecennale delle attività rende obsoleti criteri, analisi dello stato di fatto, indicazioni programmatorie riguardanti sia la conservazione che lo sviluppo. Questo sintetico sguardo induce a una ipotesi: l’assenza del Piano del Parco è sostanzialmente voluta per mantenere uno status quo così caratterizzato:

•    si elude la presenza di un piano dotato di sovraordinazione su altri strumenti urbanistici;

•    la mancanza del piano protrae il regime dei nulla-osta rilasciati dal presidente con negoziati di volta in volta;

•    i Comitati vanno ben oltre la funzione di gestione, con ampio spazio per presentare progetti eterogenei;

•    con l’assenza del Piano del Parco manca lo strumento principale di programmazione alla quale connettere il “Piano Pluriennale Economico e Sociale”, quindi le strategie di sviluppo in un modello “quasi federale”.

La situazione che va creandosi è tale da mettere in discussione l’assetto istituzionale del parco fino a legittimare ipotesi di articolazione in tre parchi, riducendo l’assetto consortile a un insieme di intese di fondo.

Sicuramente una scelta di questo tipo farebbe perdere la forza della “carattere nazionale” sotto vari profili, ad esempio sul mercato dei finanziamenti europei per la ricerca e sull’attrazione turistica. Ma il carattere nazionale del parco – già debole rispetto ai requisiti richiesti dall’UICM – comporta livelli adeguafi di strategia, pianificazione e gestione.

Questo resoconto sulle vicende del piano del più grande parco nazionale italiano, protrattesi per oltre dieci anni, sono caratterizzate da particolari specificità, ma contribuiscono a rilevare una generale difficoltà di attuazione degli strumenti di pianificazione. Se da un lato si fa più complesso il corpus legislativo, in particolare per quanto concerne l’ambiente e il paesaggio, sono spesso le carenze di volontà politico-amministrativa a non consentire alla pianificazione di inseguire – ma sarebbe meglio precedere – le pressioni di trasformazione del territorio.

Queste vischiosità nella formazione dei piani delegittimano la pianificazione presso un’opinione pubblica che finisce con il considerarla un orpello a fronte di concrete esigenze di concreti interventi. Si affievolisce inoltre quel “bisogno di piano” dal basso che dovrebbe costituire la principale spinta all’efficienza della pianificazione e la conferma della sua concretezza e sostenibilità.

Dalla carenza di questo bisogno dal basso deriva la scarsa volontà  delle istituzioni di attuare strumenti di “monitoraggio” dei piani, di fare verifiche di assoggettabilità di procedere simultaneamente con la VAS.

Possono essere le stesse istituzioni, in molti casi inadempienti, ad automonitorarsi? O è necessaria una terzietà del monitorante?

A chi giova tutto ciò? E’ un bel gioco scoprirlo: riguarda tutti e quattro i cantoni (Valtellina, Camonica, Val di Sole, Venosta, e forse anche i Grigioni) le Province e le Regioni; converrà continuare a seguirne la sorte, come dicono i sacri testi, monitorando il processo di Piano, ma non di meno il Parco e le sue Comunità, federate o no.


Membro Comitato scientifico Nazionale - Legambiente e Consiglio Direttivo del Parco dello Stelvio
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