Per una partecipazione oltre “i soliti noti”
Di Gino Mazzoli • 5 febbraio 2009 • Categoria: NOTIZIARIO 2009 IN PROGRESSLe pagine che seguono sono la diretta prosecuzione di quanto avevo scritto nel Notiziario dell’Archivio lo scorso anno[1]. Là avevo sostenuto che le trasformazioni che la nostra società sta attraversando se da un lato producono nuovi disagi tra le famiglie e forti impasse nel sistema di welfare, dall’altro lato offrono anche grandi opportunità, in particolare costituiscono un’occasione cruciale per avviare esperienze partecipative insieme ai cittadini per affrontare problemi che li attraversano. In quella sede avevo anche segnalato che la qualità di qualsiasi progetto partecipativo si gioca sul “come”, vale a dire intorno agli strumenti e all’organizzazione che concretizzano le idee guida di questi progetti ( all’interno dei quali si possono incontrare, a seconda delle esperienze in cui ci si imbatte, culture della partecipazione profondamente differenti)
Il ragionamento che qui propongo tenta di specificare maggiormente quanto nel numero del giugno 2007 era stato solo accennato, provando a cimentarmi intorno all’architettura organizzativa e strumentale minima in grado di sostenere questi percorsi.
1. AMBIVALENZE SUL TEMA DELLA PARTECIPAZIONE
Il tema “partecipazione dei cittadini alle decisioni della Pubblica Amministrazione” è oggi attraversato da una (probabilmente ineludibile) ambivalenza:
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da un lato nel confronto politico pubblico la partecipazione viene auspicata, poiché si recrimina sulla deriva lobbistico-oligarchica della democrazia e dei partiti politici, auspicando una ripresa della partecipazione, anche se spesso senza individuare con precisione strumenti adeguati
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dall’altro lato in sedi più interne (fra decisori politici e tecnici) la partecipazione dei cittadini viene spesso temuta in quanto si segnalano sia i suoi rischi degenerativi (rissosità e posizione anti-istituzionale dei comitati), sia l’incompatibilità tra i tempi lunghi dei processi partecipativi e la cogenza dei tempi della Pubblica Amministrazione, sia infine la moltiplicazione delle sedi partecipative che rende difficile il loro coordinamento e il loro utilizzo concreto per individuare piste di lavoro rispetto a problemi tecnicamente molto complessi.
A mio avviso non si viene a capo di questa ambivalenza se non si entra in contatto con le trasformazioni profonde che la nostra società sta attraversando e con i mutamenti culturali cui la Pubblica Amministrazione è chiamata a motivo del cambiamento del proprio oggetto di lavoro: se infatti la società si sta trasformando radicalmente occorre modificare il modus operandi della Pubblica Amministrazione.
Il dibattito va dunque trasferito sul piano delle ipotesi che utilizziamo per leggere questo tipo di trasformazioni.
2. LE IPOTESI SULLE TRASFORMAZIONI IN ATTO
2.1 Dal punto di vista delle istituzioni
Guardando la scena dal punto di vista del sistema istituzionale (ovvero della Pubblica Amministrazione intesa come ‘politici + tecnici’), oggi assistiamo a tre processi contemporanei che stano modificando profondamente il lavoro della P.A., ma anche la scena della democrazia :
a) i processi sociali, economico-tecnologici, culturali e politici si sono velocizzati in modo impressionante;
b) gli oggetti di cui le organizzazioni (tutte le organizzazioni, ma soprattutto quelle sociali e politiche) si occupano, si sono enormemente complessificati;
c) i soggetti in campo nei processi sociali si sono moltiplicati.
La moltiplicazione della velocità dei processi e della complessità degli oggetti eccede le capacità di controllo di qualsiasi “centro” (statuale o internazionale che sia); per questo la costruzione delle decisioni nelle società complesse richiede sempre più, a tutti i livelli, processi concertativi tra attori collocati in gradazioni molto diverse nella scala dei poteri gerarchici e dei livelli di formalizzazione.
In questa situazione l’acquisizione di leadership e di autorevolezza è legata alla competenza nell’allestire contesti concertativi. La governance in fondo altro non è che la capacità di fare i conti con l’allargamento dei soggetti (tra istituzionale e informale) che entrano in gioco nei processi decisionali.
E tuttavia i tempi di questi processi concertativi sono lunghi e mal si conciliano con la velocità dei processi sociali.
Per questo tutta l’”intelaiatura” organizzativa della democrazia è chiamata ad arricchirsi e ad articolarsi in modo nuovo.
La democrazia consiliare (sia quella delle istituzioni - dai quartieri al Parlamento-, sia quella interna a partiti, sindacati e associazionismo) ha funzionato per decenni attraverso correttivi esterni sufficientemente controllabili (i corridoi, le correnti,…). Negli ultimi vent’anni si è assistito invece a un progressivo svuotamento del ruolo (del peso e dunque del senso nell’immaginario collettivo) dei consigli a vantaggio dell’apparato tecnico e delle giunte, e spesso a contesti marcatamente lobbistici e dunque ancora meno controllabili.
La crescente deriva lobbistica se da un lato é (anche) funzionale a prendere decisioni congruenti con i tempi veloci dei processi e con la complessità degli oggetti, dall’altro lato sta aprendo un fossato, che rischia di diventare incolmabile, tra cittadini e istituzioni .
L’elezione diretta di sindaci e dei presidenti di regioni e province (con la correlativa forte autonomia di questi ultimi nella scelta dell’esecutivo -modalità che si è trasferita all’interno dei modelli organizzativi di molta parte dei partiti e delle associazioni -con l’ulteriore variante delle primarie-), ha in qualche modo cercato di venire incontro a queste esigenze, portando però con sé tutti gli ineludibili rischi di derive plebiscitarie, illudendo in sostanza che l’elezione diretta di una figura conferisca a quest’ultima automaticamente dei “superpoteri” di velocità e competenza che in realtà non può garantire ( e ingenerando al contempo in questo personale politico eletto direttamente dal popolo l”obbligo” -nel caso di contrasti tra Comuni e Stato o Regione- di schierarsi comunque dalla parte delle ragioni locali, anche quando queste ragioni non sono ‘ragionevoli’).
Per restituire senso e dignità nell’immaginario collettivo, ed efficacia sul piano pratico, ai luoghi formali della democrazia, sembrano maturi i tempi per l’allestimento di un sistema di dispositivi organizzativi democratici (= controllabili) in grado di assumere la complessità degli oggetti e la velocità dei processi, coinvolgendo attori formali e informali
Del resto dall’inizio del terzo millennio tutta l’”intelaiatura” organizzativa della Pubblica Amministrazione (e della democrazia) ha iniziato ad arricchirsi e ad articolarsi in modo nuovo affiancando ai contesti più istituzionali , una serie di dispositivi volti
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sul versante difensivo (= partecipazione temuta) a contenere i rischi inflattivi di contenziosi giudiziari e politici intorno alle proprie decisioni.
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sul versante promozionale (= partecipazione auspicata) ad ampliare la sfera dei soggetti coinvolti nei processi decisionali
Come sempre accade in tutti i contesti in cui albergano ambivalenze, il confine tra difensivo e promozionale è quanto mai labile.
Quella che è in gioco, e che è cresciuta in modo non premeditato, è una vera e propria riforma della democrazia.
I nuovi dispositivi organizzativi allestiti negli ultimi 15 anni sono innumerevoli (oltre che piuttosto noti) e attraversano diversi ambiti:
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socio-sanitario (piani sociali di zona, piani per la salute, …)
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urbanistico (percorsi partecipativi per la costruzione dei PSC, delle VIA e delle VALSAT, … )
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ambientale (Agenda 21, …)
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programmazione politico-finanziaria (bilancio partecipato)
Questi dispositivi hanno il grande merito di aver organizzato percorsi di co-istruzione dei processi decisionali, attivando, in alcune regioni italiane (e in particolare e all’interno della Regione Emilia-Romagna), intorno a problemi concreti una quantità impressionante di contesti di governance, che spesso hanno consentito di migliorare la condivisione delle informazioni e il dialogo istituzioni-cittadini, rafforzare la partecipazione dei diversi attori locali e incrementare il coordinamento tra i settori della Pubblica Amministrazione, reperire soluzioni condivise ai problemi esistenti sul territorio.
Un’importante ricognizione effettuata dalla Regione Emilia-Romagna[2] segnala peraltro i limiti di questi percorsi, limiti che sono consustanziali a iniziative non progettate in modo sistemico, ma nate intorno alla gestione di singoli problemi, suddivisi quindi per settori, per aree di competenza.
Mi limito di seguito a riprendere le criticità principali evidenziate:
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appesantimento dei processi decisionali amministrativi
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moltiplicazione delle sedi concertative
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necessità di maggiore coordinamento tra quelle attivate
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necessità di migliorare il sistema informativo
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oggetti di lavoro da definire con maggiore precisione
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esigenza di chiarire maggiormente agli attori partecipanti la collocazione del percorso all’interno del processo decisionale, nonché l’arco temporale in cui il percorso dovrà svolgersi
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frequente difficoltà di percepire gli esiti concreti del percorsi attivati
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metodologie di conduzione e organizzazione degli incontri non sempre adeguate
All’interno dell’agorà intra-istituzionale tecnico-politica, la questione viene prevalentemente impostata come problema di razionalizzazione degli attuali dispositivi, invocando, giustamente, il passaggio da un pullulare di azioni spesso irrelate a un sistema di azioni coordinate.
I livelli di governance potenzialmente presenti all’interno dei processi partecipativi di cui qui si discute sono tre:
a) integrazione tra diversi sottosistemi della Pubblica Amministrazione
b) integrazione tra istituzioni e soggetti della società civile con un buon livello di formalizzazione e con una discreta familiarità di rapporti con burocrazia e democrazia
c) integrazione fra i soggetti di cui al punto b e soggetti informali
Tre sono anche, a mio avviso, le osservazioni necessarie al riguardo:
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i livelli di governance presi in considerazione nel confronto intra-istituzionale sembrano essere i primi due, mentre a mio avviso non si può non fare i conti anche con il terzo (per ragioni che spiegherò al paragrafo successivo)
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la razionalizzazione degli attuali dispositivi è necessaria e sacrosanta, tuttavia il cuore della posta politica in gioco mi sembra collocarsi oltre questo livello (cfr. paragrafo seguente)
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le criticità metodologiche segnalate nei documenti qui presi in considerazione, possono venire affrontate in profondità solo prendendo in considerazione i modelli culturali di partecipazione che i diversi processi attivati veicolano; lo stesso dibattito intorno ai temi della democrazia deliberativa e partecipativa sembra soffrire di una carenza di ipotesi intorno al funzionamento concreto di questi gruppi di lavoro; infatti, processi partecipativi dove i problemi sono pre-costruiti da chi li conduce e gli invitati sono chiamati a prendere posizione tra alcune alternative, sono assai diversi da altri in cui i cittadini vengono convocati in modo indistinto in contesti assembleari dove sembra vigere ancora il mito della volontà generale rousseauiana; e questi due modelli (in fondo speculari) sono a loro volta profondamente differenti da uno stile partecipativo che tenta di costruire i problemi con i cittadini (non solo quelli già attivi, non solo quelli portatori di interessi forti) attraverso il lavoro di piccoli gruppi che progressivamente costruiscono un tessuto istituente in grado di costituire una massa critica significativa.
2.2 Dal punto di vista della società civile
Rispetto alle considerazioni svolte a conclusione del paragrafo precedente ci si potrebbe chiedere perché mai sia necessario preoccuparsi del coinvolgimento dei soggetti informali (gruppi con scarso potenziale di voice o addirittura cittadini quidam) quando in fondo la partecipazione è sempre stata circoscritta a gruppi di pressione più attivi a fronte di una maggioranza passiva.
Per comprendere meglio questo aspetto è necessario osservare la stessa scena che prima abbiamo guardato con gli occhi della Pubblica Amministrazione, utilizzando il punto di vista dei cittadini.§
Per un’analisi più approfondita di questo sguardo rimando a quanto scritto nel n. di gennaio 2007 del Notiziario. In questa sede mi limito a ricordare quanto la rivoluzione della società globalizzata abbia prodotto nuovi disagi, nuove malattie e nuove povertà fra i cittadini favorendo fenomeni di vera e propria reclusione di aree di soggetti deboli che fino a una quindicina di anni fa potevano essere definiti ’soltanto’ “emarginati”, ma abbia soprattutto allargato l’area delle persone vulnerabili da questa trasformazione. È infatti il ceto medio impoverito il target politico cruciale di questa epoca; e non mi riferisco soltanto a chi non arriva alla cosiddetta quarta settimana, ma soprattutto al crescente timore, che pervade la maggioranza della popolazione, di venire trascinati verso la soglia della povertà a motivo di eventi biografici che fino a pochi anni fa appartenevano alla sfera della “naturalità” (separazioni, perdita dei genitori, nascita di un figlio, perdita temporanea del lavoro), e che oggi, in un contesto in cui molti ‘airbag’ dell’attuale modello di welfare sono insufficienti o sono stati parzialmente ridotti, provocano spesso all’interno delle famiglie smottamenti tellurici irreversibili.
2.2.1 Una nuova, più inquietante, maggioranza silenziosa
È come se si stesse creando silenziosamente una nuova area di cittadini invisibili che stanno, senza particolari fragori, scivolando verso la povertà e al contempo, proprio perché non si sentono visti dallo Stato in questa loro condizione, sono in esodo silente della cittadinanza, anche perché a motivo della galoppante evaporazione dei legami sociali, stanno scomparendo i luoghi in cui poter rielaborare insieme ad altri queste difficoltà.
Ma questo esodo silente non è necessariamente sinonimo di inazione. La paura crescente (che spesso è l’anticamera della disperazione) rende quest’area di cittadini, che in letteratura ormai viene considerata la maggioranza[3], permeabile da letture semplificatorie delle trasformazioni in atto, che si traducono spesso in una caccia all’untore. Sono infatti i vulnerabili, non i benestanti, che organizzano le ronde contro gli extracomunitari, che spesso troviamo al traino delle forme più svariate che assume la partecipazione “contro” (i comitati più anti-istituzionali, più rissosi e distruttivi).
L’area degli ‘invisibili’ sta sviluppando, rispetto al rapporto con le istituzioni e coi soggetti sociali e politici attivi, uno schema di lettura più binario che mai: noi/voi, dove noi sta per “poveri cittadini colpiti da nuovi disagi e nuove povertà che nessuno riesce a vedere e comprendere” e voi sta per ” quelli che si fanno le cose loro con i soldi pubblici“, dove all’interno delle cose loro stanno anche i progetti partecipati sui PSC, le Agende 21, i progetti FSE, le ‘tavolerie’ di ogni genere, e dove tra i quelli vengono collocati alla rinfusa, in un’unica genìa: Stato, enti locali, aziende sanitarie locali, cooperative sociali, volontariato organizzato.
A questo punto ci sembra possano risultare più chiari i motivi per i quali
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è necessario e urgente occuparsi del terzo livello della governance( quello dei soggetti informali e dei cittadini quidam)
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la razionalizzazione degli attuali strumenti partecipativi è una condizione necessaria ma non sufficiente per la ripresa della partecipazione politica
Riprendendo una nota distinzione della letteratura giuridica (Stato apparato/Stato comunità) potremmo dire che
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se da un lato la Pubblica Amministrazione come apparato chiamato ad operare non può non proporre un’istanza di performatività, e dunque di razionalizzazione rispetto alla “proliferazione dei tavoli” e di contenimento rispetto alla rissosità di molte iniziative che la società civile propone
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dall’altro lato la Pubblica Amministrazione intesa in senso allargato come espressione della comunità locale non può non porsi il problema del coinvolgimento di questa maggioranza di vulnerabili, silente e assai diversa della maggioranza silenziosa di cui così spesso si è parlato nella storia del dopoguerra italico: quella maggioranza era composta da persone conservatrici, che abitavano un contesto sociale più stabile e che non ponevano in questione l’appartenenza allo Stato; la novità odierna consiste nel fatto che i cittadini passivi oggi, in quanto economicamente ed esistenzialmente esasperati, sono francamente ostili allo Stato e dunque potenzialmente eversivi.
L’opportunità che questa situazione offre, consiste nel fatto che questa tipologia di persone è in cerca di appartenenze, e dunque, se da un lato può essere attratta da messaggi semplificatori, dall’altro può essere persuasa da un approccio in grado di rassicurare senza illudere.
In questo senso i percorsi partecipativi sono proposti come occasioni di inclusione, o meglio di re-inclusione di chi sta intraprendendo percorsi di auto-esclusione.
È , come sempre, una questione di vision, di ipotesi sulla realtà in trasformazione. Se abbiamo in testa l’ipotesi che i soggetti coinvolgibili nei percorsi partecipativi siano solo quelli già visibilmente attivi, non avremo alcuna ragione di preoccuparci di questa nuova maggioranza silenziosa. Se al contrario riteniamo che nel sottosuolo del sociale giacciano risorse carsiche in cerca di canali per poter generare nuovi corsi di azione, potremo ipotizzare di trasformare (un po’ come nel judo) queste paure in energia costruttiva, in risorse per la democrazia.
Gli oggetti di cui si occupano i progetti partecipativi sono vicini al quotidiano delle persone e possono costituire elementi non effimeri per ricostruire canali di comunicazione tra cittadini e istituzioni. È proprio dal coinvolgimento in reali processi co-decisori intorno alla gestione di problemi concreti che individui e famiglie possono essere protagonisti di una ripresa della partecipazione.
Si tratta di un obiettivo che richiede un accompagnamento e un avvicinamento paziente, particolari attenzioni metodologiche e competenze specifiche. Dunque il metodo, il “come”, diventa la frontiera cruciale di questa sfida che la democrazia ci pone. Del resto l’”intelligenza degli strumenti” è particolarmente necessaria in un tempo in cui abbondano le letture macro, le indicazioni generali e i documenti di progettazione, mentre la traduzione dal dire al fare, il passaggio dal cielo delle idee alla terra del quotidiano, è spesso trascurato. In fondo l’organizzazione è la forma della politica e gli strumenti condensano al loro interno un intenso lavorio ipotetico collocato su più livelli: dalle letture di scenario alla ricognizione di un contesto, fino alla simulazione dell’impatto che un’azione può avere sulla realtà.
3. SPUNTI PER UN POSSIBILE NUOVO APPROCCIO METODOLOGICO E ORGANIZZATIVO AI PERCORSI PARTECIPATIVI
Va precisato che ciò che qui viene proposto non è un aut-aut tra coinvolgimento dei vulnerabili o degli “istituiti”. Si vuole semplicemente sottolineare che, se si condivide l’ipotesi secondo cui
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esiste una sorta di emergenza democratica silente (una grossa porzione di cittadini, soprattutto autoctoni, in esodo dalla cittadinanza, potenzialmente disponibili per progetti destabilizzanti)
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il riavvicinamento di questa divaricazione tra cittadini e istituzioni può avvenire principalmente attraverso la lettura e il fronteggiamento comune di problemi che attengono alla vita quotidiana di queste persone
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questo riavvicinamento può costituire l’occasione per una ripresa, anche consistente, della partecipazione civile di un numero ingente di cittadini
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i percorsi partecipativi di cui si discute in queste pagine, occupandosi appunto di problemi che toccano la vita quotidiana di persone famiglie, costituiscono occasioni eminenti per riattivare “l’arto sociale atrofizzato” di quest’area consistente della popolazione
se insomma si condivide tutto ciò, è necessario arricchire il modello metodologico e organizzativo che l’attuale sistema di processi partecipativi propone, in modo che tali percorsi si pongano il tema del coinvolgimento dei “vulnerabili silenti” (quando è possibile -e non sempre lo è-, con modalità da costruire ad hoc all’interno dei contesti concreti, ma comunque ispirati ad alcune indicazioni generali su cui ci soffermeremo fra poco), utilizzando gli oggetti di cui si occupano questi percorsi come “pretesti”[4] per attuare inclusione (o re-inclusione) sociale e per drenare la spinta anti-istituzionale di certe tipologie di iniziative della società civile, preservandone tuttavia l’energia istituente.
3.1 Le aporie di un modello si risolvono solo riarticolando quel modello
La necessità di articolare l’attuale modello partecipativo può emergere anche guardando la situazione da un altro punto di vista.
Se da un lato le analisi compiute nelle ricognizioni effettuate dalla Regione Emilia-Romagna sui percorsi partecipativi segnalano complessivamente l’esigenza di una razionalizzazione di questi interventi: coordinamento, non sovrapposizione, non moltiplicazione, sviluppo del sistema informativo, dall’altro lato le esigenze e i problemi segnalati sul piano metodologico sembrano rimandare ad aspetti fondativi del modello partecipativo utilizzato: percezione non chiara dell’oggetto di lavoro, degli esiti concreti di queste iniziative, della collocazione del percorso all’interno del processo decisionale.
A questi elementi vanno aggiunti quelli relativi a:
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la presenza di organismi concertativi spesso troppo ampi per consentire approfondimenti reali delle questioni in gioco
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i limiti della democrazia telematica (e-democracy) che, pur essendo decisiva per favorire un libero accesso alle conoscenze, richiederebbe -per non essere eccessivamente selettiva rispetto ai reali fruitori- percorsi di accompagnamento e incentivazione all’uso dello strumento.
E’ vero dunque che da un punto di vista politico più generale un migliore coordinamento organizzativo e informativo non solo eviterebbe la dispersione pulviscolare dei tavoli e favorirebbe le sinergie conoscitive, ma soprattutto renderebbe maggiormente percepibile la messe ingente di processi attivati (consentendo di visualizzarla come un unico grande reticolo), la vitalità del tessuto associativo e istituzionale regionale e la sua forza mobilitante.
E tuttavia quando le stesse criticità relative a un modello ricorrono in contesti differenti (nel nostro caso: ambiente, urbanistica, welfare,…) è lecito inferire che quel modello, pur nelle sue variegatissime manifestazioni, stia cozzando contro alcune aporie interne. Come insegna il teorema di Gödel[5], qualsiasi insieme di postulati produce questioni ulteriori cui non si può rispondere rimanendo all’interno di quel sistema di postulati[6]. In altre parole, per affrontare, gestire e parzialmente risolvere i problemi emersi nella gestione dei percorsi partecipativi finora allestiti, siamo chiamati a riformulare i problemi sulla base dei quali quei percorsi sono stati avviati, i metodi con cui sono stati condotti, accedendo a un nuovo livello di ipotesi sulla realtà.
3.2 Alcune caratteristiche di un modello partecipativo riarticolato
Seguendo questa ipotesi di lavoro mi sono impegnato, nel ragionamento svolto finora, a riformulare i problemi da cui i percorsi partecipativi sono partiti proponendo alcune ipotesi di lettura volte ad interpretare (non a sostituire) quelle sottese a queste iniziative.
Non ho certo la pretesa di costruire un nuovo modello in solitudine; penso infatti che le sue caratteristiche dovrebbero essere frutto di un lavoro collettivo in grado di coinvolgere politici, tecnici, associazioni e cittadini, con diversi livelli di responsabilità.
Mi sono limitato a porre le basi per questa rielaborazione; ma, affinché non suoni come un’evocazione troppo astratta cercherò ora di tratteggiare alcune caratteristiche che la riformulazione del modello dovrebbe contemplare, ovviamente senza alcuna pretesa di esaustività né di infallibilità.
a) Modalità di coinvolgimento dei cittadini vulnerabili invisibili
Coinvolgere cittadini “in ritiro dalla cittadinanza” non è semplice. È abbastanza scontato che le modalità più consuete e formalizzate di informazione (lettera, depliant, mass-media, siti internet) non possano raggiungerli. La via più efficace sembra essere quella di valorizzare i saperi costruiti intorno alla metodologia della ricerca azione e del lavoro di comunità[7] :
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interviste individuali e di gruppo sui problemi di cui si occupa il percorso partecipativo come occasione non solo per raccogliere nuove conoscenze sull’oggetto di lavoro, ma anche come opportunità per costruire relazioni e ingaggiare nel percorso i cittadini (si dovrà ovviamente avere cura di non intervistare i “soliti noti” -cittadini già attivi o portatori di interessi forti-)
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valorizzazione dei cittadini più attivi e delle associazioni formalizzate già coinvolte nei tavoli di lavoro come “apripista” verso nuove aree della popolazione
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cura nella restituzione (con modalità differenti a seconda dei contesti) degli elementi che via via emergono dal lavoro dei tavoli partecipativi (dati raccolti, ipotesi che vanno costruendosi, decisioni assunte e, soprattutto, criteri con cui tali decisioni vengono prese).
Va dato per scontato che non tutte le persone intervistate parteciperanno ai tavoli di lavoro; è cruciale però, proprio nella logica inclusiva di cui si è detto, non considerarle “darwinianamente” espulse tramite selezione, ma curare la manutenzione di legami sociali spesso ri-attivati con le istituzioni proprio grazie a quel contatto; in questo senso anche l’allestimento di momenti conviviali va valutato non come semplice giustapposizione alla miriade di iniziative[8] ludico- gastronomiche di cui straripa la nostra Regione (e non solo essa), ma soprattutto come occasione cruciale per rendere meno effimeri quei contatti riallacciati: in queste occasioni infatti le istituzioni incontrano le persone per affrontare insieme i problemi della quotidianità e lo fanno dentro i luoghi della quotidianità con modalità che intercettano la vita quotidiana.
b) Caratteristiche dei tavoli-laboratori partecipativi
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Poiché queste occasioni partecipative, nella configurazione qui proposta, hanno un duplice livello di obiettivi (quello relativo al loro oggetto di lavoro in senso stretto e quello afferente all’inclusione sociale di nuove aree di cittadini per contenere le spinte distruttive), è importante rappresentarsi che mentre i percorsi partecipativi hanno una durata circoscritta, i processi attivati attraverso il coinvolgimento dei cittadini vulnerabili non possono venire abbandonati a loro stessi -pena l’inutilità dello sforzo compiuto-, ma vanno accompagnati anche dopo la conclusione dei percorsi[9] (sull’onerosità di questo compito mi soffermerò fra poco)
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Pertanto, nei momenti in cui i diversi attori vengono coinvolti è cruciale precisare obiettivi, limiti, tempi e metodi di questi tavoli-laboratori:
o si tratta di luoghi di costruzione dei problemi (problem setting[10]) non di contesti decisionali che si affiancano, si sovrappongono o sostituiscono quelli istituzionalmente deputati a deliberare su quei problemi
o le indicazioni e le proposte che emergono da questi tavoli hanno dunque il valore di pareri consultivi
o si tratta in sostanza di contesti che contribuiscono a istruire i processi decisionali e che hanno un tempo limitato per realizzare il loro compito
o per le caratteristiche dei soggetti coinvolti è importante che la loro composizione non sia “ingessata” alla stregua delle commissioni istituzionali, ma resti aperta la possibilità di un certo turn over dei partecipanti consentendo allontanamenti, riavvicinamenti e nuovi ingressi: tenere presente non solo il percorso, ma anche il processo (che sopravviverà al percorso), significa considerare l’elasticità (non infinita) nella partecipazione come elemento cruciale per costruire appartenenza al processo avviato; un processo istituente può alimentarsi solo attraverso un’eccedenza non formalizzata; dunque è cruciale che questi dispositivi di arricchimento della democrazia mantengano aperta la possibilità di un ricambio costante (ancorché parziale) degli attori partecipanti (ci si può allontanare anche solo per un periodo o si può entrare a lavori in corso se si ritiene interessante la scommessa
o infine, last but not least, se ne percorsi sono compresenti due livelli di obiettivi, è importante tuttavia evitare di rappresentarsi i diversi livelli interlocutori con gradazioni di importanza troppo marcatamente differenziate (istituzioni e società civile formalizzata = interlocutori di serie A; cittadini vulnerabili coinvolti = interlocutori di serie B); infatti questi cittadini sono spesso portatori di punti di vista cruciali sui problemi intorno ai quali nei tavoli i soggetti istituiti e attivi si confrontano (spesso presupponendo di rappresentare i cittadini silenti); la presenza di questi ultimi all’interno dei percorsi partecipativi potrebbe consentire di riattivare canali di rappresentatività più realistici in un tempo in cui lo sbriciolamento dei legami sociali e la crisi delle appartenenze non consentono, nemmeno a livello micro-sociale, “presunzioni di rappresentanza”
c) Dispositivi di accompagnamento e ruolo delle istituzioni pubbliche
La delicatezza dei processi di cui qui si propone l’attivazione rende cruciale l’investimento su figure di accompagnamento competenti nella gestione di queste dinamiche collettive: per riattivare/riarticolare la democrazia è necessario allestire una dinamica istituente che assomiglia molto a un movimento, cioè a un processo creativo che non può per sua natura essere ordinato e del tutto prevedibile, ma anzi non potrà non attraversare le vicende (alti e bassi, passioni e contrapposizioni, dipendenze e controdipendenze) tipiche della storia di tutti i movimenti; avere consapevolezza di ciò significa dedicare cura nella progettazione e nella gestione di spazi e tempi, setting e organizzazione, adeguati per governare queste dinamiche (si tratta di una competenza purtroppo poco diffusa, e ancora meno insegnata).
Più in generale si può dire che la scommessa qui delineata non è semplice: quando le istituzioni si pongono con un ruolo educativo verso i cittadini, il rischio manipolatorio è sempre dietro l’angolo. Tuttavia la criticità della situazione che stiamo attraversando (e che è lecito supporre ci accompagnerà per non poco tempo) e la scarsità, quando non addirittura l’assenza, di iniziative in questa direzione all’interno della società (a motivo soprattutto della perdita della funzione di integrazione e coesione sociale da parte dei partiti di massa che hanno dominato la scena della seconda metà del secolo scorso) sembra chiedere alle istituzioni di correre questo rischio.
Proprio per questo è cruciale che le istituzioni mantengano una forte regia del sistema di processi partecipativi di cui stiamo discutendo, avendo cura di connettere i diversi processi attivati nelle sedi locali che, visti nel loro insieme, potrebbero con ragione venire rappresentati come un modello di costruzione di nuove forme di partecipazione all’interno del nostro Paese, proponibile anche in altri contesti europei.
“Regia istituzionale forte” non significa negazione dell’autonomia del “civile”, ma presa d’atto disincantata della fragilità del mito liberista dell’autoregolazione della società civile (occhieggiante anche dalle frequenti letture apologetiche su volontariato e terzo settore). Le istituzioni sono la casa di tutti e, in un contesto che configura una “quasi-emergenza democratica” (cfr. quanto detto a proposito dell’esodo silente della cittadinanza e dalla democrazia di ampie aree di ceto medio), hanno il dovere -sancito dalla Costituzione- di favorire la crescita di nuovi corpi intermedi tra cittadini e Stato.
La società è molto più ricca di energie innovative rispetto a quanto non appaia nell’immaginario collettivo. Queste risorse sono tuttavia prevalentemente latenti, carsiche. Per questo è decisivo che ciò che è organizzato e istituito innesti al proprio interno ciò che è carsico e informale, valorizzandone la carica innovativa rispetto al sistema istituito, per evitare che queste energie
- si rifugino nell’intimità del privato, facendo rinsecchire i legami sociali che sono l’humus di cui si alimenta l’esperienza democratica
- divengano preda di derive regressive: i movimenti sociali non sono necessariamente radicali e anzi-istituzionali; mantenere aperti questi canali di comunicazione verso l’informale significa anche drenare le tendenze distruttive lasciando la porta aperta alla carica creativa e innovativa presente nella società.
d) Un carico di lavoro eccessivo per la Pubblica Amministrazione?
L’ipotesi di lavoro e la metodologia qui descritta, se da un lato non implicano necessariamente una dilatazione temporale nei processi decisionali della Pubblica Amministrazione, dall’altro lato ampliano notevolmente il tempo di back office da dedicare
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durante il percorso partecipativo, alla conduzione e alla gestione del gruppo di lavoro
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una volta concluso il percorso, alla manutenzione dei processi attivati i cui cittadini.
Tuttavia è inevitabile che su questa strada, che comporta un investimento su un cambiamento di cultura organizzativa di non lieve entità, si possa procedere solo gradualmente, attraverso sperimentazioni da monitorare e rielaborare con dirigenti, quadri e operatori della Pubblica Amministrazione, avendo attenzione nel valorizzare i passi che in questa direzione sono stati già compiuti.
Si tratta infatti di articolare sviluppare un approccio che non è assente nella Pubblica Amministrazione e che, in particolare intorno ai processi partecipativi allestiti in questi anni, ha avuto modo di venire sperimentato in alcuni casi con esiti apprezzabili.
Oltre a ciò potrebbe essere utile costruire alleanze in questa direzione coi soggetti più formalizzati della società civile (associazioni, cooperative, fondazioni) attraverso un sistema di bandi per la gestione di questi processi.
4. SULL’UTILITÀ DI UNO STRUMENTO LEGISLATIVO
La regione Toscana il 27.12.07 ha emanato una legge volta a favorire in modo ampio la partecipazione dei cittadini all’elaborazione delle politiche regionali e locali. Si tratta di un evento politico importante, perché introduce nell’ordinamento giuridico un’innovazione significativa nel rapporto tra istituzioni e società civile, tradizionalmente improntato sul paradigma bipolare autorità-libertà che nella nuova declinazione partecipativa viene a ruotare intorno all’idea della condivisione degli interessi e delle conoscenze[11].
Alla luce delle considerazioni svolte in precedenza sembra utile approfondire l’intuizione toscana. La posta in gioco infatti non è solo la riorganizzazione e il coordinamento di procedimenti amministrativi con qualche risvolto partecipativo, bensì, la visibilizzazione
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da un lato di un nuovo problema e di una nuova consistente fascia sociale “poco visibile e senza voce” (la vulnerabilità di un ceto medio impoverito che tende ad autoescludersi dalla cittadinanza e dalla partecipazione con un correlativo rischio di un aggravamento della crisi di legittimazione che vivono le istituzioni della democrazia rappresentativa) e di conseguenza di un diritto a venire re-inclusi e accompagnati, tramite percorsi partecipativi, all’interno dell’agorà sociale;
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dall’altro lato di un corrispettivo dovere delle istituzioni di compiere questo accompagnamento con competenza e discrezione, costruendo connessioni tra i diversi percorsi attivati, in modo da irrobustire quell’humus relazionale e associativo senza il quale anche la democrazia immaginata dai costituenti rischia di restare un vuoto guscio giuridico permeabile da qualsiasi avventura.
Sancire questi diritti e questi doveri attraverso lo strumento legislativo consentirebbe di immettere nell’ordinamento giuridico una nuova lettura dei problemi della società in ragione del profondo mutamento del contesto intervenuto soprattutto negli ultimi 15-20 anni.
Le regioni concorrono con la loro produzione legislativa a innovare l’ordinamento giuridico, dunque c’è ancora spazio per iniziative che da un lato sanciscano questa reciprocità di nuovi diritti e nuovi doveri, e dall’altro lato sostengano, tramite risorse finanziarie, formative e consulenziali, le iniziative di comuni, province, ASL e associazioni per l’allestimento di percorsi partecipativi intorno alla gestione di problemi concreti che attraversano la vita quotidiana dei cittadini.
In uno scenario globale che sembra fortemente segnato da processi di accentramento, proporre l’apertura di nuove piste di lavoro sulla partecipazione può sembrare persino fuori moda. Tuttavia il tempo che viviamo è un tempo magmatico segnato da spinte che vanno in direzioni molto differenti. Non è facile decodificarle. Per questo è importante abitarle[12], restando vigili, connettendo i segni di vitalità che prendono forma nel mondo dei flussi globalizzati e del lavoro frammentato. La storia, insomma, non è un binario unico, ma una sequenza di bivi. Il futuro non è già scritto.
[1] G. Mazzoli, Elogio del nostro tempo, Notiziario dell’Archivio Osvaldo Piacentini, 9-10, 2007, pp. 61-68
[2] Regione Emilia-Romagna, Agende 21 locali, Governance , partecipazione ai processi decisionali per lo sviluppo sostenibile locale. Un tour di ascolto e riflessione voci multiple nelle nove province dell’Emilia-Romagna, Quaderni di documentazione, 7 , pp. 5 - 6
[3] Negri N., Saraceno C. Povertà e vulnerabilità sociale in aree sviluppate, Roma, 2004
[4] Sulla valenza terapeutica della democrazia al di là degli oggetti di cui si occupa, si veda il recente intervento di I. Diamanti sul quotidiano Repubblica (3 ottobre 2008), Se la democrazia diventa inutile.
[5] Godel K.Über formal unentscheidbare Sätze der Principia Mathematica und verwandter Systeme, Monatshefte für Mathematik und Physik, Vienna, 1931 tr. it. Il teorema di Gödel, Massa-Carrara, 1991,
[6] Per applicazioni del teorema di Godel, che nasce in ambito matematico, anche ad altri contesti cf. Lonergan. B., Insight, tr. it, Roma, 2004 e Hofstadter D., Godel, Escher, Bach, tr. it. Milano, 19
[7] Mazzoli G -Spadoni N. Attivare la generativita’ delle famiglie nella comunita’, Animazione sociale, 6/7 , 2005 ; Olivetti Manoukian F, Presupposti ed esiti della ricerca-azione, Animazione sociale, 11, 2002..
[8] La nostra società crea una miriade di opportunità per fare festa (concerti, compleanni, feste di quartiere, di paese, di classe, …): spesso però queste occasioni non sono pensate per ri-costruire un tessuto di legami sociali e risultano così più giustapposizioni di corpi che occasioni di incontro tra persone in grado di tessere realmente rapporti dotati di senso.
[9] Una via intermedia è quella di investire i gruppi di lavoro protagonisti dei percorsi partecipativi, una volta emesso il loro parere consultivo, della funzione di monitoraggio sull’attuazione delle decisioni della Pubblica Amministrazione intorno a quel tema (un PSC , un intervento a tutela dell’ambiente, ecc.).
[10] Lanzara G. F. Capacità negativa, Bologna, 1993
[11] Cfr. G. Pizzanelli Alcune note di commento alla legge regionale toscana che promuove la partecipazione all’elaborazione delle politiche regionali e locali, Le istituzioni del federalismo, 1. 2008, pp. 146-50: “Il modello partecipativo toscano non esclude un’apertura alla concorrenza tra gli ordinamenti regionali per il riconoscimento delle forme democrazia partecipativa, spingendo verso l’integrazione dei valori partecipativi tra i livelli essenziali delle prestazioni concernenti diritti civili e sociali. La ricerca del miglioramento continuo dei rapporti tra amministrazione e cittadini contribuisce ad un’ulteriore calibratura del principio di legalità quale parametro di legittimità dell’azione amministrativa. Infatti, se il privato prende parte attiva alla configurazione del problema amministrativo… in lui nasce un’aspettativa di risultato in relazione alla quale misurerà gli esiti dell’azione. Ne consegue che la legalità del provvedimento verrà commisurata non più soltanto sulla base di un parametro esterno all’azione (la legge), ma su una aspettativa di risultato che il privato si prefigura nel corso dell’iter procedimentale cui egli attivamente responsabilmente partecipa”
[12] Latour B. Disinventare la modernità, tr.it. Milano, 2008
Gino Mazzoli
Psicosociologo, Praxis, Reggio Emilia
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