La sostenibilità locale? Roba da paesi ricchi

Di Pier Roberto Remitti • 14 novembre 2008 • Categoria: NOTIZIARIO 2009 IN PROGRESS

La sostenibilità locale?  Roba da paesi ricchi

Tra le altre cose, l’Unione Europea esporta in abbondanza qualcosa che si può definire “sostegno ai governi locali”, attraverso progetti molto articolati, che di solito comprendono varie attività: dalla elaborazione di normative nazionali per favorire i processi di decentralizzazione, alla creazione e consolidamento delle Associazioni nazionali di governi locali, fino alla proposizione di “small grant schemes”, bandi specifici che favoriscono progetti local e interlocutori vari. In questi progetti sono spesso presenti anche attività relative alla “pianificazione strategica” nei governi locali.

Dallo scorso febbraio lavoro a Belgrado come “Local Government and Organization expert” di un progetto finanziato dalla EAR (European Agency for Reconstruction) e finalizzato a fornire “Joint Support to Local Government of Republic of Serbia”. Dal settembre 2006 lavoro saltuariamente anche in Syria, in un progetto con finalità del tutto simili, chiamato MAM (Municipal Administration Modernisation), e finanziato anche questo dall’UE (www.mam-sy.org).

In tutti e due i casi il mio compito, al di là delle formule di circostanza, è relativo alla introduzione di metodologie di pianificazione strategica per i governi locali.

In Syria, il campo di applicazione è circoscritto al più “trendy” (almeno fino a qualche tempo fa) tra i modelli di pianificazione strategica per governi locali, e probabilmente quello che ha avuto più larga diffusione, l’Agenda 21.

In Serbia, si tratta di creare un modello comune a partire dai diversi modelli utilizzati dai progetti di sostegno e cooperazione internazionale (tra cui anche l’Agenda 21), un “format” di pianificazione strategica che possa essere utilizzato come riferimento metodologico (e forse normativo) dai governi locali di tutto il paese.  

 I due paesi in questione (Syria e Serbia) hanno qualche tratto in comune. Tutti e due hanno un passato (la Syria anche un presente) caratterizzato da un potere centrale assoluto, in cui la stessa espressione “governo locale” ha poco senso: più che di “governi”, si tratta infatti di uffici delocalizzati del governo centrale, e soprattutto della “struttura politica” centrale (il partito al potere), con esclusive funzioni di rappresentanza, logistica e controllo. La matrice politica socialista di entrambi i paesi ha introdotto da molto tempo e favorito una logica di pianificazione delle risorse (esclusivamente economiche.) e degli interventi, ma limitata al livello centrale, o al massimo settoriale. La pianificazione locale, e anche quella di livello intermedio, è pressoché inesistente, a partire da quella spaziale, che nel migliore dei casi risale a qualche decennio addietro. Tutti e due i paesi sono da tempo collocati nell’universo dei paesi “borderline”, in cui l’instabilità politica (interna e/o esterna) può trasformarsi in emergenza bellica in pochi giorni (nel caso della Syria, ore). Tutti e due i paesi sono per questo afflitti da una immagine pubblica decisamente negativa, soprattutto nel mondo occidentale, che ne limita fortemente gli accessi e le relazioni sociali ed economiche. Immagine di cui è colpevole in parte consistente una distorsione mediatica evidente, fortemente condizionata da interessi politici delle super-potenze occidentali e basso profilo professionale. Quanti sanno, ad esempio, che in Syria convivono tranquillamente da molti secoli comunità mussulmane, cattoliche, ebraiche ed ortodosse, una letteralmente a fianco dell’altra? Quale, tra i media internazionali, ha attentamente considerato ad analizzato l’evidente negazione del diritto internazionale che si sta attuando in questi mesi con la secessione del Kossovo, e gli enormi rischi che ne conseguono per l’Europa, legati soprattutto ai legami della classe dirigente insediata nel nuovo “paese” con i traffici internazionali di armi e droga, e con i movimenti jihadisti?

 Ma il tratto comune che più interessa evidenziare riguarda le politiche di gestione (o meglio, di non gestione) urbana, e l’intero ciclo di management del sistema urbano, pianificazione compresa.

Damasco si vanta (con qualche motivo di ragione) di essere la più antica città del mondo, il primo insediamento, tra quelli oggi ancora esistenti, in cui l’aggregazione umana ha assunto caratteristiche “urbane”. Old Damascus (ovviamente patrimonio Unesco) è un capolavoro assoluto di urbanistica “umana”: qui la “misura d’uomo”, concetto assolutamente vuoto e retorico in gran parte delle città moderne, è tangibile, assume una dimensione visibile e reale. L’intensità storica e biologica degli spazi è profondissima. L’architettura delle case antiche, oggi in buona parte ristoranti, è una sintesi definitiva di semplicità, comfort abitativo e uso intelligente delle risorse. Questa è, o meglio era, la città sostenibile, realizzata, particolare non trascurabile, in un ambiente fortemente ostile, con disponibilità di risorse particolarmente limitata, rispetto a tutte le città Europee. Old Damascus è stata pianificata, qualche migliaio di anni fa, o è nata casa per casa? Difficile rispondere. Il discorso è molto simile anche per Aleppo, seconda città della Syria, al confine con la Turchia. Nella città vecchia di Aleppo GTZ (la Consulting di stato tedesca, onnipotente e presente ovunque) sta realizzando da anni un intervento di recupero complessivo, che la rende ancora più attraente ad occhi occidentali. Ne risultano frammenti di qualità urbana elevatissima, in cui le necessità di sviluppo attuali, legate soprattutto alla necessità di infrastrutture di dimensioni e qualità diverse rispetto al passato, cercano e spesso trovano momenti di sintesi con l’identità storica e secolare dei luoghi.

 Ma tutto questo della Syria più o meno si sa. C’è qualcosa però che colpisce in modo quasi traumatico, ed è il contrasto tra le città antiche e la parte “moderna” delle stesse città. La città “nuova” è solitamente priva di infrastrutture di base, inquinatissima, orribile a vedersi, con una gestione pubblica limitata al minimo essenziale. Il colore è uno solo, grigio. L’aria è quasi irrespirabile per le troppe auto, in buona parte vecchissime. La gente rifiuta di usare biciclette, ovviamente molto adatte per il clima e la conformazione dei luoghi, perché l’auto è uno status symbol assoluto, usare la bicicletta vuol dire essere povero, e i tuoi colleghi di lavoro ti scherzano (mi è stato detto varie volte). Il problema dei rifiuti resta culturalmente (ancora prima che strutturalmente) irrisolto, sono sparsi ovunque, e la cosa non allarma nessuno. I corsi d’acqua che attraversano le città sono totalmente cementificati. Etc. etc.

 Ovviamente con eccezioni: Homs è gestita all’Europea dal primo sindaco donna della Syria, la stessa Aleppo ha aree verdi o residenziali estremamente organizzate e gradevoli.

Hama, vicino ad Homs, ha un patrimonio storico singolare ed unico, gigantesche ruote di legno (tipo quelle dei nostri mulini, ma fino a 35 mt. di diametro) costruite per portare l’acqua del fiume Oronte direttamente nelle case. Il fiume Oronte è allo stadio terminale di inquinamento, per la presenza di enormi centrali idroelettriche e per gli scarichi urbani non depurati, e non compatibili con la portata modesta del fiume. Lo scarico principale della città di Hama è proprio in corrispondenza dell’area di maggiore concentrazione delle ruote, e ovviamente di maggiore attrazione turistica, potenzialmente un luogo urbano di spessore internazionale. Impressionante è l’urlo delle ruote messe in movimento dall’acqua, legno e corde bagnate di qualche centinaio di anni che gemono insieme. Ma la mia immagine personale sono i bambini di Hama che fanno il bagno e giocano nello scarico principale, insieme a cadaveri di animali vari e resti di tutto, nel punto in cui si immette nel fiume, e chiedono soldi ai turisti per buttarsi dal ponte. Nel migliore dei casi, leptospirosi.

 Questo trauma culturale con il passato mi colpisce ovunque, anche in Italia, dove è ovviamente meno evidente, dato che le città attuali un minimo di gestione ed attenzione lo mantengono (non sempre, comunque, come dimostrano i rifiuti di Napoli). Ma in Syria la cosa ha dimensioni paradossali, la distanza tra vecchio e nuovo è siderale. Migliaia di anni passati non per evolversi, ma per peggiorare. La migliore dimostrazione che il concetto di “progresso”, le “magnifiche sorti e progressive”, sono anche loro un’invenzione mediatica. Decadenza ed involuzione sono parte del DNA dell’umanità, ed oggi la loro capacità distruttiva è enormemente amplificata dall’evoluzione tecnologica e scientifica. Tutte le città del mondo si sono trovate in difficoltà a gestire l’evoluzione demografica, l’industrializzazione, la scolarizzazione e la motorizzazione di massa (tutte parole anni ‘60), e ci stanno ancora lavorando su, con vari gradi di successo. I Syriani è come se non avessero ancora capito il livello del problema, o non volessero ammetterlo (non mi stupirebbe più di tanto, tipico dell’orgoglio arabo).

Ho chiesto a tutti i Syriani che ho conosciuto “Ma come avete fatto a passare dalle città più belle del mondo, nel passato, alle più brutte, oggi? Cosa è successo, come avete potuto perdere tanta cultura, tanta conoscenza della qualità della vita?”. La risposta è sempre quella: “Siamo poveri”.

Come dire, prima il denaro, poi la qualità. Sostenibilità urbana roba per ricchi? Non dovrebbe, è stata inventata come processo di riequilibrio, anche sociale. Gli abitanti della vecchia Damasco erano tutti ricchi? Questa successione, di imprinting sviluppista, ma anche marxista, non mi convince. Il denaro qui non vuol dire mangiare, quello c’e l’hanno tutti o quasi, come in Serbia tutti o quasi hanno la casa, magari non bellissima, e l’educazione di base, l’impronta socialista dei paesi non è irrilevante. Qui, come ovunque oggi, denaro vuol dire telefonino cellulare UMTS, auto più grossa, casa più grande, possibilità di studiare negli USA (il mito locale), etc. Qui, come da noi, c’è un black-out dei valori di base, misurabile soprattutto sul concetto di comunità, che sa tanto di irreversibile, e al cui confronto le classi politiche che mobilitano per il Kossovo o la Palestina appaiono francamente ridicole, se non fosse che rimangono l’ultima forma di identità, nazionale o etnica.

Belgrado non ha questi problemi, è forse la città con più verde che abbia mai visto, paragonabile solo alle città del nord Europa o americane. Troppe auto (anche qui, troppo vecchie), ma vivibilità e qualità urbana assoluta, soprattutto per l’approccio molto caldo, aperto e diretto degli abitanti. Locali e negozi dappertutto, sempre aperti e sempre pieni di gente, neanche fossimo a Barcellona. Il sogno di chi identifica la città come una opportunità di socialità maggiore e migliore. E poi, grande capacità di vivere quotidianamente i due fiumi (Sava e Danubio), con mille occasioni e possibilità di gioco, relax e divertimento a due passi dall’acqua (anzi, dentro), come e più che se fossimo al mare in un paese mediterraneo. Un “waterfront” ricreativo di 20 km., molto vario e vissuto. Al contrario della Syria, qui c’è sempre qualcosa da fare.

Ma, come dicono tutti qui, Belgrado non è la Serbia. E’ la città del governo centrale. Come sono le altre città della Serbia? Non le ho ancora viste, ma ho dato un’occhiata ai piani strategici sviluppati in quasi tutte le città attraverso i progetti di sostegno internazionale (non solo EU, anche USAID, UNEP, e poi singoli governi nazionali - Svizzera, Norvegia, Svezia, Germania con GTZ, qualcosa anche Italia, soprattutto attraverso le Regioni e la cooperazione allo sviluppo) negli ultimi 6 anni. I format utilizzati, tutti accuratamente diversi nelle sigle e nei nomi, in modo da rendere impossibile un vero benchmarking delle città, fanno riferimento soprattutto alla World Bank. La parola “sostenibile” si spreca, ma l’integrazione tra lo sviluppo economico e le risorse sociali ed ambientali è in realtà marginale. Il linguaggio della pianificazione locale importato nelle città Serbe parla soprattutto di economia finanziaria, e in particolare di attrazione di investimenti. E’ questa oggi (come sempre) la parola magica, quella che tutti i sindaci hanno sulla bocca. Cambiamenti climatici? Mai sentito questa espressione in mesi di lavoro. A Belgrado il riscaldamento di buona parte della città funziona ancora elettricamente (!), e le centrali termoelettriche stanno nel centro della città, vicino alla confluenza dei due fiumi. Con Gazprom come interlocutore privilegiato l’energia non sembra comunque essere un problema locale. Ancor meno lo è per i Syriani, la cui principale voce di esportazione è il petrolio: quale ascolto possono avere qui le proposte di “comunità energetiche locali sostenibili” che sono oggi al centro delle reti di città sostenibili in EU?. Quanti anni dovranno passare prima che questa gente si renda conto di avere a disposizione in quantità vantaggiosa anche le fonti energetiche successive, sole e vento? Dovremo aspettare che qualche multinazionale sia sufficientemente e vantaggiosamente attratta ad investire?

 Questa emergenza monetaria, questo bisogno assoluto di risorse economiche, prima e sopra ogni altro bisogno, rischia di vanificare (probabilmente lo ha già fatto, a voler essere realisti) ogni approccio possibile alla sostenibilità locale. Oggi la distanza tra le politiche di management urbano (pianificazione di lungo periodo compresa) applicate in EU e la non-gestione dei sistemi urbani in altri paesi che si affacciano “allo sviluppo” è abissale. Tra parentesi, l’Italia mi appare molto più vicina, almeno nella sua media, a questi ultimi, che non allo standard EU. La gestione sostenibile delle città è ben che vada un prezzo da pagare (tendendo comunque al massimo risparmio possibile) per aumentare le capacità attrattive di investimenti esterni. Una migliore qualità della vita, pubblica e privata, può essere garantita solo da un maggiore flusso di denaro, non da una comunità urbana in equilibrio stazionario. Così ragionano oggi i governi locali. Io invece continuo ad avere il sospetto che si tratti di fare cose diverse con gli stessi soldi, e non altre cose con altri finanziamenti, se e quando ci saranno.

 La prima cosa che mi hanno detto il giorno che sono arrivato in Syria è “qui non esiste società civile”. Non è male, considerato che il mio compito era avviare i processi di Agenda 21 nelle città maggiori. Naturalmente non è vero, una società civile esiste sempre, come l’Agenda 21 di Aleppo ed Homs ha evidenziato subito, basta dargli spazio per esistere, ed in Syria è composta soprattutto da donne. Sono soprattutto loro che creano e gestiscono organizzazioni varie, soprattutto di tipo culturale e sociale. Ma anche qui si è aperto nei mesi un conflitto di tipo finanziario: i partecipanti volevano essere pagati per il tempo dedicato ai vari gruppi di lavoro impegnati nel Piano di Azione per Aleppo 2012. Come dargli torto? Come spiegare che anche altre motivazioni possono spingere, o almeno accompagnare, un processo di partecipazione alla pianificazione e gestione della propria città, senza scadere nel retorico? E come convincere i funzionari dirigenti e gli amministratori che la richiesta in se non era poi così scandalosa, avendo i gruppi di lavoro impegnato le persone molto più di quanto le impegna il Consiglio Comunale, quando erano convinti di avere già concesso tantissimo, in un paese in cui il 75% dei consiglieri comunali è nominato direttamente dal governo centrale, e il restante 25% è eletto in liste comunque sottoposte ad approvazione del Presidente?

 L’impressione è che la strada della sostenibilità locale sia ancora molto, molto lunga. E sempre più in salita. E sempre più in ritardo rispetto ai tempi biologici del pianeta.

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Pier Roberto Remitti
dal febbraio 2008 è Local Government and Organization Expert per EAR (European Agency for Reconstruction).
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