Welfare e partecipazione: dalla comunità confinata alla comunità rispondente
Di Giovanni Teneggi • 3 settembre 2008 • Categoria: Poteri Forti, Poteri DeboliScrivere di welfare e comunità è un esercizio che a Reggio Emilia rischia sempre di assumere significati anomali e inattesi. Non siamo forse proprio qui nella terra del benessere, insieme a motori e parmigiano reggiano? Nella terra della società partecipata, del bene collettivo per eccellenza? E allora qui, se si afrontano questi temi, lo si fa in genere per ammirare e insegnare, oppure, nella più critica delle possibilità, per migliorare. Oltre l’eccellenza, si intende. Eppure, se i dati statistici e le immagini aeree confortano e danno ragione a questa tendenza contemplativa, i racconti delle case e dei giorni sembrano inquieti e turbati da diverse preoccupazioni. E’ una caratteristica di questa nostra società, non solo a Reggio. Sotto alla statistica, che rimane pur sempre una scienza(?), e al sottovuoto mediatico e politico della comunicazione e delle rappresentazioni, si apre ed esplode - si narra - un’altra città. Un altro territorio. Ma quale abitiamo e quale, invece, riconosciamo come alieno e rispetto a cosa? Dobbiamo iniziare un cammino - insieme alla competenza occorre coraggio - che ci porti più lucidamente a distinguere fra democrazia formale e sostanziale, fra la società del diritto e il diritto della società, fra i dati e i racconti. Distinguere non per selezionare, bensì, al contrario, per considerare e ricomprendere ciò che ci sfugge. Nel sistema dei servizi sociosanitari e fra gli ope- ratori che vi lavorano, frequentemente profes- sionisti appassionati, spesso guidati da ammini- stratori onesti e responsabili, questa cesura fra le diverse rappresentazioni della realtà e il peso di una narrazione sfuggente, assume connotati drammatici, accresce sensazioni di impotenza, produce crisi professionali e umane. Sempre più spesso il sociale, tendenzialmente incerto e provvisorio - terra del racconto - prende il so- pravvento, anche a fronte di patologie fisiologi- che, sul sanitario - certo e determinato -. Strumenti consolidati sia amministrativamente che tecnicamente come la presa in carico, il processo di cura, il case-mix e altri di altrettanta portata per la riconoscibilità di un caso e la sua trattabilità all’interno dei servizi e con le provvidenze sociali del caso, mostrano limiti e incapacità di rispondere con successo alle attese e agli obiettivi di salute. Abbiamo percezione continua del prevalere del- la realtà e della sua narrazione. Abbiamo per- cezione che questa narrazione costruisce - senza autorizzazioni, prese in carico o accreditamenti - nuovi problemi e, tendenzialmente, cerca ri- sposte e si crea soluzioni. L’ansia da perdita del controllo sociale e da messa in discussione del sistema da parte di chi amministra i servizi cresce senza pausa sia con riguardo alla costruzione di nuovi problemi non catalogati, sia con riguardo alle nuove soluzioni. La democrazia formale è sempre più disegnata dalle condizioni di accesso ai servizi. Dopo il rango, il censo, il genere e l’etnia verso il sufragio universale che pensavamo di aver conquistato, è questa la nuova soglia naturale di cittadinanza: l’accesso alle pari opportunità di salute e benessere sociale ed educativo. Questa la nuova responsabilità dei sistemi di welfare: dalla garanzia della cura, a quella della salute, a quella - domani - della cittadinanza politica e sociale. E’ qui il mito di onnipotenza del welfare di pub- blica amministrazione che, originato dalla de- mocrazia in un’ottica espansiva di allargamento delle opportunità, finisce con l’essere guidato dalla paura nell’ansia di confinamento e control- lo. Non la società e il suo evolvere a disegnare le potenzialità di una democrazia ampia e parteci- pata ma i budget e i - naturali - limiti del sistema pubblico dei servizi a riconsegnare una demo- crazia sorvegliata. In nessun modo la comunità o la società informale è consentito che preval- gano o escano dal perimetro della democrazia formale e istituzionale disegnata dai servizi e sempre più il perimetro dei servizi socio-sanita- ri non è più solo limite delle competenze e del budget ma pure dell’universalità di sufragio. Limite superabile ma con l’attivazione e la legit- timazione di processi di sussidiarietà ed intra- prendenza sociale che nel ricostruire problemi e ri-generare opportunità di matrice comunitaria, introdurrebbero paure e incertezze di controllo. Eppure il processo è inarrestabile e frutto dello stesso sviluppo sociale ed economico che l’ansia da successo e investimento - da migliore - ci ha, in certo modo, consegnato. Crescita della ricchezza. Nuova occupazione. Attrazione di manodopera e di immigrazione. Crescita urbanistica e uso del territorio. Fattori e fenomeni che non vengono ben tenuti insieme da ansie di controllo e contenimento. Vogliono necessariamente, invece, fiducia nello sviluppo comunitario, nella maturazione del tessuto, nell’evoluzione del processo democratico. Strumenti centrati su governance allargate e su processi di sussidiarietà sociale. Sarà - o avrebbe dovuto essere - una comunità rispondente e non un’autorità imponente ad accogliere senza traumi sociali la crescita demografica che Reggio Emilia si è voluta consentire negli ultimi 15 anni. Ma tant’è che tale processo non si è visto nella portata richiesta. Così i processi politici e amministrativi della democrazia formale e dei suoi abitanti - ed è notizia certa e statisticamente provata che sale il divario fra la quantità della città formale rispetto a quella reale - tendono a selezionare come buoni o cattivi, accettabili o no, i diversi fenomeni sociali “fuori controllo” oppure “non sottocontrollo” generati comunitariamente. Ma non è una selezione operata sull’efcacia. E’ una selezione che si misura sul consenso, sulla visibilità politica e, quindi, sulla pericolosità rispetto ai processi di potere amministrativo sul territorio. Buone le badanti - semprechè di pelle bianca e credo afne - perché non abbiamo certo assistito mai a manifestazioni di famiglie con badanti o a rivendicazioni del loro sindacato. Cattivi i gruppi e gli enti intermedi formalizzati. Buona la famiglia stabile - quella che non si vede - caregiver intraprendente e mai soggetto politico. Cattive le cooperative sociali e le professioni sanitarie concorrenziali del pubblico. E così via in un processo di tendenziale rifugio e restringimento della capacità del servizio sociosanitario di rispondere ad un’attesa universalistica di salute. Oggi corriamo il rischio che la salute delle istituzioni e dei bilanci pubblici sia concorrente aggressivo e preoccupato alla salute sociale e interessi di lobby potenti nella città formale, come quella della funzione pubblica, prevalgono sulle crescenti necessità di innovazione e allargamento dello sguardo sociale. La città invisibile tace, impegnata a cercare soluzioni e a salvarsi la pelle. E’ certo lì che si gioca oggi, con le proprie responsabili assenze, tanto quanto le proprie attività, la missione della cooperazione e di quella più vasta intraprendenza sociale nella quale abbiamo per tempo e nel tempo creduto, ma dalla quale è lecito attendersi oggi uno scatto perché siano ridestate speranze e archiviate delusioni. Una comunità solidale e prossima, professional- mente capace, intessuta di relazioni rispondenti è ciò che attende il nostro territorio perché così di ogni moderna democrazia. Connettori capillari di un sistema pubblico dei servizi che per quanto difuso e pronto non potrebbe mai giungere in tempo e ovunque. Una comunità che non sarà tale senza una promozione determinata di imprenditoria sociale, partecipata e visibile da chi porta il bisogno così come da chi lo può assistere. Capace di far emergere risorse, produrre valore, generare interesse alla ricostruzione dei problemi ed alle risposte piuttosto che alla rassegnazione o alla rivendicazione. Cooperazione sociale è il nome di una delle opportunità e dei processi che vediamo necessari e improrogabili, così come di uno strumento utilizzabile. Lo scriviamo con garbo, lo diciamo sottovoce, pronti ad approcci più pedagogici e innovazioni terminologiche. Occorre infatti oggi considerare il tasso crescente di conflittualità sugli strumenti e sulle categorie insieme alla frequente evanescenza dei confronti sul merito dei bisogni e delle identità. E’ prioritario uscire dalle lotte di quartiere nelle quali ogni rappresentanza difende il proprio interesse parziale e categoriale. Anche la cooperazione, anche il volontariato rischiano questa debolezza e debbono guardare, quindi, all’obiettivo finale. Alimentare il dialogo. Rassicurare l’interlocutore nella disponibilità a mettere in discussione la propria codificazione della realtà, tutta giocata sulle forme e sugli strumenti dati. Dai sistemi di regolazione sindacale dei conflitti a processi elaborativi e partecipabili che mettano al centro bisogni e interessi in gioco. Politica difusa. L’obiettivo urgente è per tutti una “comunità rispondente” quale condizione di un nuovo modello di democrazia partecipativa; che obblighi alla riformulazione delle ipotesi di servizio e della governance del sistema delle opportunità per la salute e dell’equilibrio fra i poteri: quelli della pubblica amministrazione e quelli del privato sociale, quelli del sindacato e quelli delle associazioni di difesa degli utenti. Occorre che tutti gli attori vedano in questo scenario nuove opportunità, nuovi punti di partenza dai quali riformulare le ipotesi di lavoro, una propria responsabilità. E’ questa una condizione essenziale per un processo evolutivo dei servizi non conflittuale e realmente innovativo. Parte importante di ciò che ci separa da una visione nuovamente e drammaticamente ottocentesca, anche a Reggio, della società e dei suoi bisogni.
Giovanni Teneggi
direttore Confcooperative Reggio Emilia
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