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Riformismo senza riforme

Di Paolo Pombeni • 3 settembre 2008 • Categoria: Poteri Forti, Poteri Deboli

C’era una volta un dibattito storiografico sull’Italia di Giolitti, quella del primo decennio del ’900. Si diceva che lo statista piemontese fosse arrivato al potere sull’onda di una domanda riformatrice, dopo l’impasse della crisi di fine secolo, ma che alla fine il suo avesse finito per essere un riformismo senza riforme. Qualcosa di simile è stato poi ripetuto per la stagione del centro-sinistra, un’altra fase in cui si è parlato molto di riformismo, ma poi ci si è arenati nel fare le riforme. E che dire della stagione del socialismo di Craxi, di quella delle belle speranze nella “diversità” di Berlinguer, della fase delle “bicamerali” sulla riforma delle istituzioni, della querelle fra il riformismo del presunto “nuovo liberalismo” e quello dell’altrettanto presunta “nuova democrazia sociale”? Il fatto è che il nostro sembrerebbe essere strutturalmente un paese che anela le riforme e dunque chiede continuamente forze politiche che vadano al governo mettendole al centro, ma che poi quando si accorge che le riforme non si possono fare senza la riforma si tira prudentemente indietro. Forse è vero che si vorrebbe un riformismo che innalzasse la bandiera del Gattopardo: “Tutto cambi, perché tutto resti come prima”. Infatti ciò che frena le riforme è il loro costo: non tanto quello economico, che si può sempre ammortizzare, quanto quello politico. La riforma infatti altera inevitabilmente gli equilibri, modifica i panorami, rende obsolete le posizioni precedenti, ed è una prospettiva che gli uomini fanno fatica ad accettare. Per questa ragione le riforme sono maggiormente possibili dopo eventi catastrofici, come le guerre o le rivoluzioni: in quei casi il patrimonio precedente è già stato dissipato, gli equilibri sono già dissolti e via dicendo. Naturalmente ciò non significa prediligere even- ti apocalittici o augurarsi guerre e rivoluzioni per avere finalmente le riforme. E’ stato fatto an- che questo nella storia, ma non è che sia andata molto bene. Il problema da afrontare è dunque proprio quello della riforma che deve andare di pari passo con il problema delle riforme. Stiamo parlando del cambio di mentalità che deve coinvolgere una comunità politica perché questa si adatti all’idea che è necessario mutare i propri equilibri, rivedere le proprie modalità di esistenza. Se volessimo scivolare sul terreno religioso, dovremmo parlare della conversione, termine che allude sia al mutamento di rotta, sia al puntare tutti verso una nuova meta. un nuovo obiettivo. Me ne astengo, ma la suggestione ha la sua forza. La riforma è necessaria perché senza di essa non si riusciranno mai a sopportare i costi delle riforme. Infatti è importante ricordarsi che le riforme implicano sempre una transizione, una specie di traversata del deserto senza la quale è impossibile passare dalle cipolle d’Egitto alla Terra Promessa, e durante la quale saranno proprio le cipolle d’Egitto ad essere rimpiante. Detto tutto questo, è anche onesto ricordare che qualche riforma, e forse non proprio piccola, è anche stata fatta. Quel fenomeno complesso che chiamiamo “modernizzazione” e che ha interessato tutto il nostro paese, sconvolgendone il paesaggio, i costumi, le abitudini di vita ed i codici etici e comunitari, è pur stata una riforma a cui ci si è adattati più o meno inconsapevolmente, governandola solo in termini molto limitati. E’ stato proprio lo iato tra questa trasformazione e la capacità di governarlo il tallone d’Achille di quella fase storica. In verità qualcosa si è fatto, soprattutto a livello cosiddetto “locale” (il termine è improprio, perché in realtà si è trattato di comunità vaste, a volte di aree regionali, ma in Italia tutto ciò che non fa capo allo Stato è “locale”). L’Italia degli anni Sessanta è stata animata, per un breve tratto, da una domanda di rinnovamento che ha portato dei risultati: aveva alle spalle una lunga e soferta riflessione che iniziava negli anni Trenta, e si misurava con un mondo che sembrava aprirsi alla “gioia e speranza”, per citare l’incipit di un famoso documento del Concilio Vaticano II. Oggi dovremmo chiederci perché tutto si infranse nelle utopie che per convenzione vengono denominate dalle inquietudini studentesche del ’68. La mia risposta è che allora si cadde nei due tipici e convergenti moduli che si presentano in ogni epoca di passaggio: da un lato la paura che le riforme aprissero la strada ad una “rivoluzione”, dall’altro l’illusione che le rivoluzioni fossero possibili e che si potessero realizzare nel breve volgere di una stagione, solo che si avesse il coraggio di proclamarle con forza e di tagliarsi i ponti alle spalle. Direi che la politica italiana non si è mai più ripresa da quello choc. Essa ha continuamente cercato di dimostrare da un lato che le riforme si potevano fare senza creare le premesse per alcuna rivoluzione e dall’altro che fosse possibile ingannare le forze della conservazione servendo riforme che fossero rivoluzioni mascherate, ammantando a prova di questo le riforme di un orizzonte apocalittico e radicaloide. Oggi dovremmo provare ad uscire da quell’impasse. E’ vero che non abbiamo di fronte, speriamolo, un orizzonte di catastrofi come le guerre, ma è altrettanto vero che stiamo incamminandoci in una trasformazione storica la cui portata appare per certi versi “apocalittica”, cioè rivelatrice dei nostri limiti e del nostro essere giunti a fine corsa, se rimaniamo sul vecchio binario. Dunque disponiamo del retroterra necessario per convertire la gente alla necessità della riforma e all’inevitabilità di pagare i costi di una traversata del deserto. Lo potremo fare solo attraverso una virtuosa alleanza dei saperi, ormai divenuti plurali, ma che convergono nella difesa della nostra “civiltà”. Un termine che non sembra più “politicamente corretto”, ma che invece è pregnante di significati, perché rinvia alla cultura del civis, del cittadino, cioè di colui che ha imparato a vivere in una comunità territoriale ordinata intorno a regole di convivenza e solidarietà E scusate se è poco.


professore di Storia dei Sistemi Politici Europei Università di Bolognadella Regione Emilia-Romagna
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