Autarchia generazionale
Di Marzia Maccaferri • 3 settembre 2008 • Categoria: Questioni di genere: l’idea di modernità a confrontoEsistono molte “quistioni” dei giovani. Due mi sembrano molto importanti [] 1°) la subordinazione reale dei “giovani” agli “anziani” come generazione [] 2°) gli anziani dominano di fatto, ma non riescono ad educare i giovani, a prepararli alla successione [] questa situazione porta ai “quadri chiusi” di carattere feudale-militare, cioè inacerbisce essa stessa i problemi che non sa risolvere.
Antonio Gramsci, Quaderno del carcere
Strano il recente destino del concetto di modernità e modernizzazione: ad una popolarità quasi esasperata nel linguaggio quotidiano dei mezzi di comunicazione di massa e nel discorso politico - una difusione che nell’attuale dibattito pubblico italiano sembra conferire al concetto di “moderno” e “modernità” un valore taumaturgico assoluto - è andata di pari passo una sorta di “pudore” e di “timidezza” nella riflessione critica del pensiero politico. Ad una grande fortuna nella sociologia e nella scienza politica degli anni Cinquanta e Sessanta, e una sua declinazione storica nel discorso politico, è cioè seguito un lento ma progressivo depotenziamento dell’utilizzo politico della riflessione a tutto tondo sulle trasformazioni della società. E di conseguenza uno svuotamento del concetto stesso. Eventi traumatici e in larga misura inattesi hanno riacceso il dibattito colto sulla modernità e modernizzazione, soprattutto nelle scienze sociali, recuperando una critica alle trasformazioni del capitalismo (leggasi globalizzazione) e al dispiegarsi di una società post-industriale che ha come suo perno da un lato il passaggio dall’organizzazione del lavoro di tipo fordista-taylorista a forme automatizzate e flessibili, se non anarchiche, e dall’altro la sedimentazione di un sistema di relazioni economiche e culturali del tutto interdipendenti 1. L’epoca attuale intesa sia come espressione di una modernità incompiuta o come radicalizza- zione della modernità, la “società del rischio” per dirla con le parole di Ulrich Beck 2, fatica a fare propria una visione di se stessa complessi- va e comprensiva. Se da un lato quel particolare processo di trasformazione delle società euro- pee occidentali che definiamo, nel suo significa- to storicamente originario, modernizzazione si è ormai, nel xxi secolo, esteso a tutto il mondo “esportando” in tal modo conoscenze, informa- zioni, tecniche, simboli e immagini tradizional- mente occidentali dall’altro lato, tuttavia, sem- bra difcoltoso per le nostre società individuare la priorità nella corposa tassonomia delle sfide che la “modernità post-moderna” pone ai siste- mi socio-culturali e politici contemporanei. In altre parole, ha ancora senso oggi, nell’Italia post-affluente del 2008, riflettere ed interrogarsi sul concetto di modernità? Che cosa è la modernità e quali sono le sue contraddizioni? Quale oggi è la simbiosi fra modernità e riforme? Quali risposte pretendere ed attendere dalla classe dirigente e dal sistema politico? Questione dei giovani e questione generazio- nale «La generazione immobile» 3 e il «Paese dove il tempo si è fermato» 4; il «Paese bloccato»5 o «congelato» 6 oppure il «Paese dei giovani- vecchi» 7; il paese afetto da un’insanabile «sindrome di Dorian Gray» 8 e la «Repubblica della Terza età» 9. Molti sono stati i modi con cui si è tentato di descrivere la condizione dei giovani italiani e il suo precipitato sull’intero sistema-paese. La sottovalutazione o almeno, nei fatti, il sottoutilizzo delle fasce più giovani della popolazione adulta come classe dirigente in senso lato è ormai un carattere definitivo della società e della politica italiana. Poche ma allarmanti cifre, fra quelle messe a disposizione dalle previsioni demografiche, sono sufcienti a gettare un’ombra sinistra sul futuro dell’Italia: alle difcoltà occupazionali e di reddito si associa una spesa sociale poco generosa nei confronti delle nuove generazioni che contribuisce a mantenere inalterato un tasso di natalità pressoché negativo. Una recente ricerca della Banca d’Italia ha evidenziato, come a fronte di un quadro generale di moderazione salariale, negli ultimi quindici anni le retribuzioni medie nette mensili si siano ridotte maggiormente per i giovani lavoratori e la spesa per i sussidi di disoccupazione sia la più bassa dell’Ue-15 10. Per non citare, è noto, quanto sia sbilanciata a favore delle generazioni anziane la quota di presenza nei posti dirigenziali, accademici e politici. I giovani, insomma, contano pochissimo (e in essi le giovani donne) 11. Un dato quest’ultimo che comparato alla situazione negli altri paesi europei ha ormai raggiunto livelli parossistici; un tema che è ormai stato così tanto utilizzato e citato dal dibattito pubblico e politico che rischia di suscitare noia, se non una qualche irritazione 12. È dunque la questione dei giovani la principale sfida che la modernità “post-moderna” pone all’Italia? Esiste ancora nel nostro paese una relazione di causa-efetto fra modernizzazione e nuove generazioni? Da un punto di vista storico è a partire dagli anni Cinquanta e Sessanta che la “gioventù” cessa di essere una categoria biologica/anagrafica per diventare una categoria sociale e sociologica. Nonché un potente segmento di mercato. La gio- ventù non è più semplicemente definibile come un momento di transizione all’età adulta, ma si mostra come una fase della vita distinta dal- le altre, capace di produrre un soggetto sociale che mette in scena comportamenti e stili di vita autonomi e chiaramente riconoscibili. La nascita dunque di una cultura giovanile e, soprattutto, sul finire del decennio Sessanta, di un’identità politica autonoma va ricondotta - su questo la storiografia è concorde - all’irripetibile sviluppo che l’Occidente capitalistico vive per oltre due decenni. Consumi e ideologia, dunque, sono sta- ti il nucleo propulsivo della questione giovanile che a partire dagli anni del miracolo economico ha fatto la sua comparsa prima in modo discreto e, col tanto (forse troppo?) celebrato ‘68, poi in modo violento 13. Non vi è dubbio dunque che a livello antropologico e ad una comprensibile percezione difusa l’essere giovane venga associato ai processi di modernizzazione. Una sorta di legame ancestrale fra modernità e questione giovanile. L’idea stessa di gioventù, del resto, corre lungo il crinale fra il cambiamento e la continuità. Da un lato è ancora apprendimento e integrazione, ma dall’altro è anticipazione, profezia, futuro, sperimentazione, trasgressione, novità; e dunque scontro 14. La più recente letteratura demografica e sociologica, tuttavia, fatica a rintracciare i tratti di questo paradigma nella società italiana contemporanea. Da un lato le ricerche mettono in discussione una visione stereotipata e totalizzante della “gioventù” e ci restituiscono un giovane che nella maggioranza risulta soddisfatto della propria vita e che rinviene soltanto nelle turbolenze adolescenziali i tratti del disagio; una generazione che fatica emotivamente a fare i conti con la complessità della società e che continua a delegare ai genitori - i quali non va dimenticato sono felicemente e consapevolmente complici - una buona fetta delle proprie responsabilità. In questo quadro, va nondimeno sottolineato, l’emancipazione delle ragazze dalla tutela della famiglia è più precoce, conseguenza del persistere di tradizioni legate al ruolo della donna che spinge le ragazze ad autonomizzarsi in tempi più brevi 15. Dall’altro lato - e questo è forse il dato culturale più interessante - si assiste ad una desemantizzazione della parola giovane, che perde il suo significato di delimitazione di un’età anagrafica, e diventa quasi uno “stato dell’anima”. I dati sono emblematici: la percezione della vecchiaia si è spostata in avanti e comincerebbe solo dopo gli 80 anni (da notare, quasi in coincidenza con l’aspettativa di vita), mentre il limite per demarcare la giovinezza arriva alla soglia dei 40 anni (per coloro che hanno 45 anni). La gioventù, è stato scritto, oggi appare una foto scattata col grandangolo, che rafgura tutti, facendo coesistere all’interno della medesima “generazione”, quella “dei giovani”, persone di diverse “generazioni” 16. E dunque incapace di fornire spazi per un discorso culturale e politico”vero” per i giovani. Risulta di conseguenza difcile individuare una “questione giovanile” per l’Italia dell’inizio del xxi secolo. Non è, almeno dal nostro punto di vista, il problema dei giovani in quanto tale e come si è manifestato storicamente a rappresentare la nuova declinazione della sfida alla modernità. Con ciò non si intende di certo sottovalutare le contraddizioni e le difcoltà con cui le nuove generazioni devono ogni giorno confrontarsi, in misura maggiore se le si compara alla medesime condizioni dei giovani negli altri paesi europei. Se il “precariato” - una forma deteriore della parola flessibilità che si è andato a sedimentare nell’uso della lingua negli ultimi dieci anni - non è una condizione statisticamente così difusa, tuttavia, poiché una corretta interpretazione non è fatta soltanto dall’osservazione dei dati quantitativi ma anche, e soprattutto nel caso delle scienze sociali, dal dato qualitativo 17, il precariato è la causa di una difusa insicurezza e dunque è un’indubbia emergenza politica. Le generazioni più anziane - i genitori dei gio- vani di oggi - che abbiano fatto il ‘68 o che siano appartenuti alla “maggioranza silenziosa” han- no vissuto in una società (relativamente) opu- lenta, dove la pulsione verso un benessere, non importa se dato concreto o mito mobilizzante, era un aspetto del quotidiano. La consapevolez- za che l’aspettativa di sviluppo e di progresso sia venuta meno è invece il presupposto per i “giovani di oggi”. Anzi, il pessimismo si è forse trasformato in un atteggiamento culturale difuso, in una «filoso- fia pubblica» 18. E quindi, dal nostro punto di vista, una “questione generazionale” quella che affligge la modernizzazione italiana. Se possiamo concordare con chi ha denunciato l’insorgenza di un «populismo giovanilistico» 19 e, in parte, col demografo Rosina sulla diagnosi di una «rivoluzione giovanile dissinnescata» 20, tuttavia un importante motivo per non trascurare il dato anagrafico è quello relativo alla capacità di lettura e di intervento sui cambiamenti in atto che una nuova generazione investita del “potere” di agire porterebbe inevitabilmente con sé. Pena, l’accentuazione di quella che sembra una naturale propensione italiana a difendere un (sempre più esile) benessere acquisito anziché investire nel futuro. Condannata all’”eterna giovinezza” la società italiana, soprattutto al nord, sembra “vittima” - e per l’uso “politicamente scorretto” di questo sostantivo ci assumiamo l’intera responsabilità - di una istituzionalizzazione ed idealizzazione delle generazioni che le stanno ai lati estremi: da un lato il soggetto-anziano, titolare di diritti - a volte di privilegi - e dall’altro il soggetto-bam- bino trasfigurato nell’icona del futuro, entrambi target, più virtuali che reali, di politiche sociali a volte inefcaci, a tratti ipocrite, che in un regime di risorse limitate de facto lasciano nel limbo del- l’emarginazione un intera fascia di popolazione: i giovani “efettivi” alla ricerca di un’integrazio- ne sociale e di un riconoscimento culturale au- tonomo. Una generazione schiacciata da un lato dall’epica o dalla litania dell’evento ‘68 e dall’al- tro presto pressata dalle legittime richieste di rappresentanza di giovani più giovani. Un paese che investe principalmente sui vecchi, peraltro senza rendersene completamente conto, è destinato ad intraprendere un faticoso dialogo con la modernità.
- Cfr. A. Martinelli, La modernizzazione, Roma-Bari, Laterza, 2004, 7ed.
- Cfr. U. Beck, Risikogesellschaft, Frankfurt, Suhrkamp, 1986; trad. it. La società del rischio: verso una seconda modernità, Roma, Carocci, 2000.
- Cfr. La generazione immobile, in «Il Mulino», 3/2007, p. 463.
- Cfr. I. Diamanti, Il Paese dove il tempo si è fermato, in «Il Mulino», 3/2007, pp. 482-488.
- Cfr. F.C. Billari, Il blocco generazionale della politica italiana, in «Il Mulino», 5/2007, pp. 795-804.
- Cfr. E. Galli della Loggia, Addio ai padri, in «Il Corriere della Sera», 2 aprile 2007.
- Cfr. M. Livi Bacci, Il Paese dei giovani-vecchi, in «Il Mulino», 3/2005, pp. 409-419.
- Cfr. A. Rosina, L’Italia che invecchia e la sindrome di Dorian Gray, in «Il Mulino», 2/2006, pp. 293-300.
- Cfr. G. Violante, La Repubblica della Terza età, in www.lavoce.info.it, 18 maggio 2006.
- Cfr. A. Rosina, 2008, perché non scoppia la rivoluzione giovanile?, in «Il Mulino», 1/2008, pp. 57-65.
- Cfr. M. Livi Bacci, G. De Santis, Le prerogative perdute dei giovani, in «Il Mulino», 3/2007, pp. 472-481; T. Boeri, V. Galasso, Contro i giovani. Come l’Italia sta tradendo le nuove generazioni, Milano, A. Mondadori, 2007.
- In un’intervista al settimanale «Gente» nell’agosto 2007 il Ministro degli esteri dimissionario Massimo D’Alema afermava che i giovani dovrebbero «farsi avanti e combattere per il loro futuro» come aveva fatto la sua generazione, quella del ‘68. Un topos, quello della comparazione “dispregiativa” con la generazione delle lotte studentesche, tanto sterile quanto storicamente inconsistente che tuttavia ha suscitato un non indiferente seguito. Altrettanto inefcacie, ci pare, la “mitizzazione” dell’evento ‘68 che individua nella pura emulazione la panacea a tutte le difcoltà dei giovani contemporanei. Cfr. D’Alema e i giovani e la nostalgia del ‘68, in «Il Corriere della Sera», 8 agosto 2008.
- Cfr. A. Marwick, The Sixties. Cultural Revolution in Britain, France, Italy, and the United States, c.1958-c.1974, Oxford, Oxford University Press, 1998; Il seconlo dei giovani. Le nuove generazioni e la storia del Novecento, a cura di P. Sorcinelli, A. Varni, Roma, Donzelli, 2004; L. Gorgolini, Un mondo di giovani. Culture e consumi dopo il 1950, in Identikit del Novecento, a cura di P. Sorcinelli, Roma, Donzelli, 2004.
- Cfr. I. Diamanti, Il Paese dove il tempo si è fermato, cit., p. 482.
- Cfr. Rapporto giovani. Sesta indagine dell’Istituto IARD sulla condizione giovanile in Italia, a cura di C. Buzzi, A. Cavalli, A. De Lillo, Bologna, Il Mulino, 2007.
- Cfr. I. Diamanti, Il Paese dove il tempo si è fermato, cit., p. 487.
- Cfr. A. Frenda, Precariato: una percezione, in www.lavoce.info.it, 11 dicembre 2007; N. Forlani, M. Sorcioni, Giovani precari? Il lavoro dei giovani tra percezione e realtà, Milano, Denaro Libri, 2008.
- Cfr. A. Cavalli, Giovani non portagonisti, in «Il Mulino», 3/2007, pp. 464-471.
- In un’intervista al «Corriere della sera» Giuliano Amato ha avvertito del rischio di esagerazione nel sottolineare lo scarso peso dei giovani nel nuovo partito democratico, mentre più netta è stata la posizione di Sartori il quale ha afermato che quella che conta è «l’età del cervello». Cfr. F.C. Billari, Il blocco generazionale della politica italiana, cit., p. 796.
- Cfr. A. Rosina, 2008, perché non scoppia la rivoluzione giovanile?, cit.
Marzia Maccaferri
assegnista, Dipartimento di Scienze Sociali, Università degli studi di Modena e Reggio Emilia
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