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Cosa significa dirsi moderni oggi

Di Francesca Traldi • 3 settembre 2008 • Categoria: Questioni di genere: l’idea di modernità a confronto

Dopo l’11 settembre 2001 la modernità del XXI secolo con le sue contraddizioni, si può misurare e cogliere dal rapporto inversamente proporzionale tra sicurezza e libertà. All’indomani dell’attentato alle torri gemelle in Occidente é stata avanzata una domanda di intervento regolativo in senso nettamente restrittivo. Domanda che si riflette sulle classiche funzioni di cui lo Stato si fa carico, di controllo e polizia 1. Con l’11 settembre la periferia – o le molte periferie del pianeta – si sono poste al centro frammentando il nostro sistema di valori. L’11 settembre ha dimostrato che essere moderni ai tempi nostri non significa essere più liberi. Il progresso, legato con un filo sottile al concetto di modernità, come ieri ha dimostrato che la difusione dei beni di consumo nella società di massa non era in grado di sconfiggere la povertà nel mondo, oggi non risolve il dilemma “libertà o sicurezza”. Qui le teorie politiche si sprecano. Dalla prospettiva della democrazia cosmpolitica di Held si arriva ai foschi scenari di Huntigton dello scontro delle civiltà 2. Da qualsiasi prospettiva lo si voglia analizzare, sia filosofica, antropologica, sociologica o teorico-politica, il rapporto sicurezza e libertà non può esser pensato come un che di statico, ma soltanto come un rapporto dialettico in continua evoluzione e pertanto spesso contradditorio. Ai due lati vi sono due polarità, la Jihad e il McWorld, ovvero, il fondamentalismo e il neoliberismo (che avendo vinto sul comunismo oggi rappresenta l’Occidente). Nel mezzo si colloca il dibattito sul multiculturalismo con tutte le sue sfumature nel tentativo di dialogare con i due estremi. E ai margini, correnti e teorie la cui storia con quella dei due apici ha poco a che vedere. Quello che è avvenuto in televisione l’11 settembre ha ridefinito in via teorica e pratica il concetto della cittadinanza correlandolo con il rapporto libertà-sicurezza. Dall’11 settembre in avanti il violento riemer- gere del dilemma “libertà o sicurezza” ha con- taminato inevitabilmente altre sfere, tra le quali quelle di cittadinanza e democrazia. Ambiti che necessitano oggi di una nuova formula, di una nuova interpretazione, di un nuovo lessico adat- to al mutamento dei tempi. La scelta di indagare il concetto di cittadinanza nasce da diverse ragioni. In primo luogo, chi scrive é convinto che cittadinanza sia ancora oggi un’idea strategica capace di illustrare, attraverso i suoi mutamenti, i progressi compiuti da una società. Secondo, la letteratura anglossassone indica come la nozione di cittadinanza sia stata assunta a categoria centrale di una concezione della democrazia, fedele ai principi della tradizione liberal-democratica 3. La cittadinanza ci permette in terzo luogo di connettere il tema del funzionamento delle istituzioni democratiche a quello della qualità della vita pubblica, come suggeriscono i moderni indicatori sociali, volti a misurare il benessere nelle società. La ricerca sulla qualità della vita é cresciuta parallelamente alla disponibilità di statistiche e dati sociali. Tra i fattori più studiati dal cosiddetto movimento degli indicatori sociali vi é quello della cittadinan- za e di come essa viene concessa. Essa reclama, infatti, alla luce dei sempre più numerosi conflit- ti etnici, un costante monitoraggio 4. La nozione di cittadinanza connette poi i problemi di identi- tà collettiva in un contesto di recupero dei valori delle minoranze etniche. La cittadinanza, privilegiando il duplice punto di vista della titolarità di diritti (entitlement) e della loro fruibilità efettiva, consente anche di analizzare il sistema Stato dal basso verso l’alto (bottom up). Infine, essa focalizza la tensione fra tutela dei diritti soggettivi garantiti dallo Stato ai cittadini e il carattere tendenzialmente universale di questi diritti sullo sfondo di un processo di globalizzazione oggi esitente che fa dipendere sempre più la godibilità efettiva di questi diritti soggettivi dalla possibilità reale di una loro tutela internazionale. In questa ampia e variegata cornice, qui sommariamente accennata, cercheremo di rispondere ad un quesito chiamato ad animare il progetto politico delle future società. Quanto la nozione di cittadinanza può essere ancora presentata come un’idea strategica in continua espansione. E se tale espansione o integrazione sia indice o meno di progresso e di modernità. Detto in altri termini, colui che integra incarna l’uomo moderno? Uno dei risultati più efcaci dello Stato-Nazione storico é di avere inculcato nella cultura corrente, nel linguaggio pubblico e nel gergo burocratico l’equivalenza tra cittadinanza e nazionalità. Pare del tutto spontaneo infatti chiedere ad uno straniero a quale nazionalità appartenga ovvero quale cittadinanza possieda 5. Due fenomeni nuovi ci impongono tuttavia un distinguo tra il concetto di cittadinanza e quello di nazionalità. Uno (di cui non ci occupiamo in questa sede) dettato dalla futura cittadinanza europea, cittadinanza metafisica almeno fino a quando persisterà la mancanza di una reale volontà politica da parte degli stati membri di costruire un soggetto politico nuovo che vada oltre a meri interessi economici. Un secondo fenomeno é invece dettato dalla presenza di immigrati che godono o aspirano a godere di alcuni diritti civili, sociali e persino politici pur mantenendo una nazionalità stranie- ra 6. Che impatto ha dunque l’immigrazione sul concetto occidentale di cittadinanza? Di fronte all’immigrazione, il concetto di integrazione po- litica si sintetizza nel problema della cittadinan- za. Che cosa significa, infatti, integrare politica- mente? Chi deve essere integrato politicamente? Quando un soggetto straniero deve essere inte- grato politicamente? Il sociologo Roger Nisbet ha rilevato due tradizioni di cittadinanza che nel processo multiculturale in atto sono venute a sovrapporsi l’una all’altra. Una prima, occidentale, una seconda asiatica. Nel- la prima si osserva un processo storico di citta- dinizzazione (citizenization) dell’individuo come soggetto politico che sta direttamente di fronte allo Stato, senza la presenza di corpi intermedi, se si vuole questo processo é il frutto della Rivo- luzione francese che poneva il nulla tra lo Stato e il cittadino. Nella seconda invece, con riferimento alla Cina e all’India, l’individuo è primariamente legato alla famiglia, al clan, al villaggio, alla corpora- zione, alla casta tanto che tra la singola persona e lo Stato ovvero l’ordine politico preposto non ci sono rapporti diretti e di interazione. La vita degli individui viene quindi contenuta da strati di autorità intermedi che non arrivano, se non raramente, allo Stato, percepito come un organismo astratto quando non rarefatto 7. Tale distinzione apre una serie di interrogativi, mi limiteró a postularne un primo: in una società multiculturale come é possibile giungere a una sintesi di due tradizioni antagoniste? Bastereb- be riflettere forse su quest’ultimo quesito per comprendere i limiti intrinsechi al processo di integrazione e al rapporto complesso immigra- zione-integrazione politica. Tuttavia l’impatto dell’immigrazione sui problemi della cittadi- nanza richiede un’analisi assai più complessa in vista di una cittadinanza capace di essere forma politica della coesione sociale. Il simbolo dell’integrazione politica in senso mo- derno per eccellenza, la cittadinanza, è percorso da segnali inquietanti. Oggi la maggior parte dei paesi é caratterizzata da diversità culturale. Secondo alcune recenti stime, nei 184 stati indipendenti del mondo si trovano oltre 600 gruppi linguistici e ben 5.000 gruppi etnici. Sono ben pochi i paesi di cui si puó dire che tutti i cittadini condividono la stessa lingua o appartengono allo stesso gruppo etno- nazionale. Queste diversità sono allo stesso tempo fonte di potenziali divisioni. Le minoranze e le maggio- ranze si scontrano sempre più spesso su temati- che quali i diritti linguistici, l’autonomia regio- nale, la rappresentanza politica, i programmi educativi, le rivendicazioni territoriali, le politi- che per l’immigrazione e la naturalizzazione, i simboli nazionali come le festività pubbliche e persino i simboli religiosi (crocifisso, presepe, velo islamico). La più grande sfida per le moderne democrazie contemporanee consiste nel trovare soluzioni moralmente accettabili e politicamente praticabili a questi problemi. In Occidente gli assiomi fondanti della politica sono oggi messi in pericolo dagli scontri sui diritti degli immigrati e da una serie di questioni religiose ad essi correlate 8. Ed é proprio il multiculturalismo che ci pone di fronte ad un quesito sul quale si interrogano oggi i principali scienziati politici: fino a che punto é possibile concedere il diritto di cittadinanza che ascrive un soggetto a uno Stato nazionale, diventando limes in grado di separare il cittadino dallo straniero? Secondo il politologo Giovanni Sartori l’alterna- tiva al multiculturalismo che prevede l’assimila- zione é costituita dal pluralismo liberale che mira all’integrazione senza l’assimilazione. Secondo la teoria sartoriana il pluralismo libera- le cerca di assimilare il troppo dissimile ma cer- ca anche per converso, di dissimilare il troppo eguale nel rispetto delle identità che esistono e soprattutto dei valori, delle religioni non inva- sive e dei linguaggi di coloro che entrano a far parte di una cultura diversa. Egli cita a sostegno della sua tesi gli esempi della setta degli Amish negli Stati Uniti e quella dei mormoni presente nello Stato Utah. Ció detto, ricorda tuttavia che la troppa distanza ed eterogeneità culturale sono spesso di ostacolo all’integrazione mettendola a rischio. Ed é qui il limite individuato da Sartori all’integrazione. Da cosa é dettato il troppo? Quali sono i criteri che individuano la troppa distanza? Da cosa sono costituiti? Spesso la troppa distanza ed eterogenità culturale sono dettate dalle religioni quando esse diventano troppo invasive. Perché se é vero che il pluralismo pregia le diversità, il suo integrare ne deve pur sempre bloccare il potenziale di deflagrazione per poter incorporare le diferenze amalgamandole. Tale fertilizzazione reciproca tra culture diverse viene però messa in discussione ed impedita da quegli immigrati appartenenti ad una cultura teocratica che, respingendo il processo di assimilazione-acculturazione, si dichiarono a favore del separatismo. Per Sartori essi divengono quindi “nemici culturali” responsabili del mancato pluralismo perché intolleranti verso lo Stato che li accoglie 9. Se per Sartori una religione ostacola l’integrazio- ne quando é invasiva, secondo il premio Nobel Amayrta Sen é sbagliato, da parte dell’occiden- te, ridurre tutto alla dimensione religiosa poiché si amplificano i rischi di conflitto. Sen critica dunque la visione riduzionista che trascura le diverse identità e classifica il genere umano per religioni o civiltà. Concentrarsi soltanto sulla classificazione per religioni o per civiltà secondo Sen induce a di- storsioni societarie foriere di convinzioni gros- solane, esemplificate dalla stentorea frase del tenente generale americano William Boykin che descriveva la propria battaglia contro i musul- mani con: «Io so che il mio Dio é più grande del loro». Infine, la classificazione per religioni favorisce – secondo Sen – lo scontro di civiltà. L’idiozia di una comune intolleranza é una con- seguenza ben facile, persino banale, da diagno- sticare per il filosofo Sen 10. La questione genera in realtà un problema molto più serio. Non é l’occidente o l’Europa – di tra- dizione laica e abituata dai tempi delle guerre di religione a separare la sfera pubblica da quella religiosa – a ridurre e a classificare il mondo uti- lizzando schemi reliogiosi ma il mondo islami- co. Pare che Sen dimentichi nella sua analisi che i primi a produrre classificazioni su base religiosa siano proprio le comunità musulmane che rifiu- tano l’integrazione e incoraggiano lo sviluppo di scuole islamiche, di centri culturali poliva- lenti e di luoghi dedicati al culto cui l’accesso é riservato esclusivamente a coloro che praticano la religione musulmana e finanziato dallo Stato ospitante. Fin dai tempi più remoti, le scuole confessionali, in Irlanda del Nord avevano alimentato il di- stanziamento politico fra cattolici e protestanti secondo una ripartizione conflittuale assegnata dall’infanzia e ora lo stesso metodo viene per- seguito all’interno delle società occidentali se- minando ancora più alienazione e contribuendo a segmentare in modo profondo la società (in Italia si ricordi, ad esempio, la polemica scop- piata riguardo al caso della scuola coranica di Milano). Una nazione democratica essendo fatta di radici etno culturali puó dunque cessare di esserlo. Quando si intaccano i vincoli stessi che tengono insieme una nazione oltre alla sua struttura sociale viene meno il senso di reciproca appartenenza strorica. Per evitare tale rischio é bene ripensare la nazione alla luce dei diritti di una cittadinanza matura da concedere a coloro che vogliono sentirsi parte attiva nello Stato che li accoglie. Una lezione che si può trarre dalla tragedia dell’11 settembre è che una democrazia per funzionare ha bisogno di lealismo e solidarismo civico. Virtù civiche che non discendono semplicemente dal principio di cittadinanza ma esigono l’identificazione con una qualche comunità concreta d’appartenenza 11. Le virtù civiche non sono innate ma devono essere prodotte attraverso un processo formativo fondato da comuni radici storiche e da comuni matrici etnoculturali. In caso di presenza di più ethnos perché avvenga la sintesi che produce le migliori virtù civiche é necessario che il nuovo ethnos riconosca quello preesistente. Pensare la nazione in chiave moderna significa pensarla come forma di integrazione civica. Tale integrazione presuppone quindi uno sforzo comune sia da parte dell’immigrato che entra a far parte di una comunità nuova, sia dello Stato che deve, una volta integrato, fornirlo di diritti.É in questo mutuo, continuo e progressivo scambio che la nostra società può dirsi moderna.

  1. Cfr. C. Saraceno, EEC Observatory on Policies to Combat Social Exclusion. Consolidated National Report, 1992, European Union Press; C. Saraceno, Una Persona, un Reddito, in Politica ed economia, Nr. 1, 1989, pp. 60-72. Cfr. S.Mezzadra, A. Petrillo (a cura di), I confini della globalizzazione, Roma, Manifestolibri, 2000; Cfr. U.Beck, Che cosa è la globalizzazione. Rischi e prospettive della società planetaria (1997), trad. it. Roma, Carocci, 1999; J. Gray, Alba bugiarda. Il mito del capitalismo globale e il suo fallimento, trad. it., Milano, Ponte Alle Grazie, 1998.
  2. D.Held, A. McGrew, D.Glodblatt, J.Perraton, che cosa è la globalizzazione?, trad. it., Trieste, Asterios, 1999.
  3. D.Zolo (a cura di), La cittadinanza, appartenenza, identità, diritti, Roma-Bari, Laterza, 1994, pp.VII-XII, T.H.Marshall, Class, Citizenship and Social Class, Chicago, Chicago University Press, 1964. (trad. It. Cittadinanza e classe sociale, Torino, UTET, 1976).
  4. Il Movimento degli indicatori sociali legato alla rivista scientifica Social Research. An international and Interdisciplinary Journal for Quality-of- Life Measurement, fondato nel 1974 ha dato vita all’Isqols (International Society for quality of lilife Studies) http:// market1.cob.vt.edu/isqols.
  5. G.E.Rusconi, Se cessiamo di essere una nazione, op. cit. p. 167.
  6. Molti segnali indicano che la questione dei diritti per gli immigrati verte più che
  7. R. Nisbet, Citizenship: two tradition, in Social Research, Vol.4., Nr.4, pp. 612-37.
  8. W. Kymlicka, La cittadinanza multiculturale, Bologna, Il Mulino, 1995, pp.7-21.
  9. G.Sartori, Pluralismo, multiculturalismo e estranei, Milano, Rizzoli, 2002.
  10. A. Sen, L’uomo a più identità, in Il Sole 24 Ore Domenica, domenica 3 settembre 2006, Nr.241, p.1.
  11. Cfr. G.E. Rusconi, Se cessiamo di essere una nazione, op. cit., pp. 30-37.


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