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Non mi sento rappresentato, non lo sono e va bene così

Di Giuseppe Gario • 3 settembre 2008 • Categoria: Poteri Forti, Poteri Deboli

Il mondo del lavoro, con le sue professionalità, organizzazioni e abitudini talvolta tanto forti da sembrare leggi, è stato rivoluzionato nel volgere di una generazione dall’informatica e dalle sue applicazioni, così come lo è stata la nostra vita quotidiana, non solo di lavoro. Un esempio: la posta, che più delle armi è stata per secoli una prerogativa della sovranità dello stato, oggi è un pc, un elettrodomestico. Nel mondo del lavoro, la rivoluzione informatica ha accompagnato, incentivandone fortemente lo sviluppo, quella dei servizi. La banca è stata la più rapida, se non la prima, ad appropriarsi delle nuove tecnologie dell’informazione, rese dapprima attraenti e poi insostituibili per gli incrementi di produttività e di precisione che esse rendono possibili, aprendo orizzonti nuovi e vasti di inediti servizi e processi. Sotto il profilo organizzativo, ciò ha comportato la sparizione di un middle management imponente e fondamentale, un tempo insostituibile anello intelligente di una catena di comando che, dall’alto verso il basso e viceversa, funzionava mediante la delega. Un buon capo sapeva delegare i dipendenti, anche nel senso di scegliere bene le persone cui afdare, in modo parcellizzato, le operazioni previste dal mansionario; e un buon esecutore sapeva quand’era il caso di fermarsi e chiedere istruzioni al capo, di solito a fronte di eventi non previsti nelle procedure. Oggi un buon capo sa scegliere bene i suoi collaboratori e dare loro una chiara visione degli obiettivi e delle attese, nonché gli strumenti per gestire in autonomia le loro responsabilità, ivi comprese procedure molto flessibili e progettate anche per l’imprevisto (anzi, soprattutto a questo fine, perché ciò che è previsto è anche automatizzato e non ha bisogno di uno specifico intervento umano). In breve, oggi sarebbe non impensabile, bensì semplicemente impossibile una marcia dei quadri come quella dei quarantamila alla FIAT di Torino, ma in compenso anche la classe operaia non esiste più. Ciò non significa che non esistano più l’industria, il lavoro, i livelli di potere e responsabilità, i conflitti e così via; si manifestano però in modi diversi, molto diversi. Poiché, fortunatamente, le tecnologie dipendo- no dalla nostra voglia e capacità di usarle più di quanto noi dipendiamo da esse, l’impatto sulla politica del nuovo modo di lavorare e vivere è filtrato dalle nostre aspettative, più ancora che dai nostri interessi, spesso mal tutelati dall’iner- zia delle nostre abitudini, soprattutto mentali. La democrazia è palesemente un valore determinante in un mondo incerto e insicuro, tale perché tecnicamente in grado di auto- distruggersi (con le armi nucleari e chimiche), e più banalmente di farsi molto male (con la spazzatura, per dirne una). Ma le forme in cui la democrazia si esprime possono cambiare, e in efetti stanno mutando, sia pure in modo pragmatico e senza un progetto preciso, com’è forse inevitabile trattandosi di politica. Si sta riducendo sempre più l’importanza della delega, proprio come nelle organizzazioni produttive, e di conseguenza si stanno trasformando (si dovrebbero trasformare) i ruoli nella politica e nella pubblica amministrazione, anche se le loro denominazioni non cambiano. Ad esempio, discutere se un eletto ha un vincolo di mandato oppure no è una delicata questione etica, giuridica e politica, ma i fatti rendono evidente che su tutto prevale la responsabilità personale di chi assume una responsabilità politica o amministrativa, nel senso che a contare è il contributo dato personalmente alla realizzazione del bene comune (di quella minima o significativa porzione di bene comune che può dipendere da una singola persona). È poi una questione di buon senso argomentare che, in un mondo tanto complesso qual è quello della politica e dei beni pubblici, la lealtà dei comportamenti e la tenacia dei valori sono a loro volta beni primari per ottenere dei risultati (il che, per inciso, ci aiuta a capire perché la politica e la pubblica amministrazione siano particolarmente inefcaci in Italia, dove si è inventato il trasformismo, termine sempre citato in italiano perché all’estero non esiste il suo corrispondente). Come si era già intuito quarant’anni fa, nel funzionamento della democrazia oggi conta più la partecipazione della rappresentanza, ma non nel senso di dar luogo a un onnicomprensivo referendum che coinvolge tutti in tutte le scelte, bensì nel senso che, come nel mondo del lavoro, la scelta della persona che va a ricoprire un determinato ruolo politico o amministrativo è il momento della verità: se si sbaglia questa scelta, i guai vengono di conseguenza. Si può sempre sbagliare, naturalmente, ma l’importante è poter correggere i propri errori, non rieleggendo più il politico (ed è quindi allarmante, non solo scandaloso, che con l’ultima riforma elettorale si sia sottratta ai cittadini la facoltà, già tanto ridotta, di scegliere tra diversi candidati) o esigendo provvedimenti nei confronti dei funzionari incompetenti (una facoltà che ancora non ci è data, come cittadini, anche se forse la sola soluzione consiste nell’inventarci noi gli strumenti, ad esempio organizzandoci in pubblica opinione caso per caso). Ecco perché un bene pubblico primario per il benessere della nostra vita personale e della nostra convivenza consiste in una corretta, tempestiva ed esauriente informazione, che è cosa molto diversa dalla comunicazione (l’opposto, anzi, quando quest’ultima diventa disinformazione, come in questi anni è avvenuto clamorosamente e fin troppo spesso, non solo né soprattutto in Italia). Ed ecco perché, paradossalmente, oggi l’informazione migliore è quella del passa-parola, con Internet e, a livello locale, direttamente: è tempestiva, difcilmente manipolabile e immediatamente verificabile in base alla conoscenza e stima personale che abbiamo di chi ce la fornisce. Questa è la formula concreta, semplice e potente della partecipazione politica e civica, anche se ancora troppo poco difusa rispetto all’inveterata tendenza a rivolgersi al “proprio” deputato o amministratore, e soprattutto rispetto all’ignavia di chi continua a ripetersi, a danno suo e nostro, che tanto sono tutti uguali (non è vero, neppure per gli amministratori di condominio). La crescente importanza della partecipazione, rispetto alla rappresentanza, nella vita politica e pubblica aiuta a comprendere meglio la funzione delle sempre più numerose e difuse fondazioni, la vera via alla privatizzazione di molte funzioni pubbliche, intesa come riavvicinamento di tali funzioni ai cittadini e non come loro sottrazione alla sfera del bene comune. Diversamente dagli enti pubblici, le fondazioni non possono reggersi finanziariamente attraverso l’imposizione fiscale: debbono avere dei finanziatori, ai quali dimostrano ciò che fanno per mantenere la loro fiducia e poter continuare a lavorare. La mia speranza è che in futuro sempre più numerose e significative siano le fondazioni che si prendono cura dei nostri interessi comuni grazie al nostro volontario e ampio sostegno anche finanziario. A proposito di ambiente, paesaggio e territorio, sembrerebbe ad esempio molto importante una fondazione che si prenda cura di quel che (non) accade lungo il corso del Po, anche per responsabilità di politici e amministratori. Sia pure in scala minore del Danubio, cui Claudio Magris ha dedicato un libro pieno d’afetto, il Po collega una molteplicità di culture che hanno superato la prova del tempo eppure hanno ancora molto da imparare le une dalle altre, nella condivisione del fondamentale bene in comune costituito dal fiume. La democrazia, come pure l’efcienza e l’efcacia degli apparati pubblici, dipendono da noi molto più di quanto siamo disposti ad ammettere, o consapevoli. La democrazia, l’efcienza e l’efcacia dei beni pubblici sono un prodotto culturale, come la professionalità e l’innovazione. Esistono solo se si imparano, con la peculiarità che le si imparano insieme e che esistono solo quando se ne prende coscienza. Dato che siamo caduti in uno degli “arretramenti che per Marc Bloch sono una categoria chiave del mondo occidentale, diamoci subito da fare per avere una nuova legge elettorale che ci consenta di eleggere il parlamento, invece di subirne uno taroccato pieno di fiduciari nominati.


economista, già direttore IReR e dirigente Banca Intesa
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