La 45ma settimana sociale di Pistoia e Pisa

Di Giovanni Quaglia • 3 settembre 2008 • Categoria: Le settimane della Chiesa

Dal 18 al 21 ottobre 2007, a cento anni dalla prima, Pistoia e Pisa hanno ospitato la 45ma Settimana Sociale che ha avuto come argomento: “Il bene comune oggi. Un impegno che viene da lontano”. Senza dubbio si é trattato di una tematica di grande interesse e, per molti aspetti, anticonformista, considerato l’egoismo di individui e popoli che caratterizza l’attuale fase storica. Nel messaggio inviato ai partecipanti Benedetto XVI ha afermato che “il bene di ciascuna persona risulta naturalmente interconnesso con il bene dell’intera umanità”. E in un recente intervento ha ricordato come i continui e persistenti conflitti per la supremazia economica e per l’accaparramento delle risorse energetiche, idriche e delle materie prime rendano sempre più difcile l’impegno di coloro che, ad ogni livello, si sforzano di costruire un mondo giusto e solidale, aggiungendo: “C’é bisogno di una speranza più grande, che permetta di preferire il bene comune di tutti al lusso di pochi e alla miseria di molti”. Infatti “solo l’adozione di uno stile di vita sobrio, accompagnato dal serio impegno per un’equa distribuzione delle ricchezze, potrà favorire l’instaurarsi di un ordine di sviluppo giusto e sostenibile” 1. Negli stessi giorni, riferendosi alla situazione italiana il Segretario di Stato Tarcisio Bertone ha sottolineato che la diversità di opinione non può “bloccare il processo di ricerca del bene comune per inseguire tanti beni particolari, che non aiutano l’Italia a crescere”, ricordando che non per niente la Chiesa italiana ha scelto “di dedicare la recente settimana sociale a una riflessione sul bene comune” 2. Gli spunti di riflessione oferti dalle relazioni, dalla tavola rotonda e dal dibattito sono stati veramente intelligenti, numerosi e stimolanti. Mi limito qui, per ovvie ragioni, a brevi cenni su due relazioni, quella di Stefano Zamagni e quella di Pierpaolo Donati, che ritengo di particolare interesse. Il bene comune nell’era della globalizzazione Stefano Zamagni, ordinario di Economia Politica presso l’Università di Bologna, richiamata la diferenza esistente tra il bene totale - somma di beni individuali - e il bene comune, che é qualcosa di indivisibile e quindi può essere realizzato soltanto - come accade in un prodotto di fattori - in modo unitario, perché non riguarda la persona presa nella sua singolarità, ma in quanto é in relazione con le altre, ha invitato i cattolici a vivere con responsabilità la propria cittadinanza, evitando di “spegnere lo slancio vitale di cui sarebbero capaci non pochi soggetti, individuali e collettivi, del nostro paese” 3. Partendo da qui ha individuato alcune linee di intervento in ambito socio-economico, raggruppando le proposte attorno a tre parole chiave: persona, democrazia, fraternità. Anzitutto ha notato come la crescente globaliz- zazione tenda ad indebolire i due pilastri su cui si regge il principio democratico, secondo cui le decisioni politiche influenzanti le persone devo- no prendere in considerazione le loro esigenze e, in secondo luogo, coloro che sono stati eletti devono essere ritenuti responsabili del loro agi- re politico, rispondendone ai cittadini. Purtrop- po oggi si assiste a quel fenomeno noto come “corto-termismo”, per cui le piattaforme dei partiti politici vengono predisposte “pensando alle elezioni successive e non agli interessi delle generazioni future”. Ma la responsabilità verso queste ultime é determinante per una politica democratica che non può avere una visione che si ferma alle problematiche del presente. Se poi il fine della politica é il bene comune, l’idea poli- tica più consona a questo indiscutibile obiettivo è quella di politica “come associazione civile”. Ecco diventare determinante la terza parola chiave richiamata, fraternità. Così, “mentre la solidarietà é il principio di organizzazione socia- le che consente ai diseguali di divenire uguali, il principio di fraternità é quel principio di or- ganizzazione sociale che consente agli eguali di essere diversi; consente, cioè, a persone che sono uguali nella loro dignità e nei loro diritti fonda- mentali di esprimere diversamente il loro piano di vita o il loro carisma”. Zamagni sostiene per- tanto che una società per essere buona “non può accontentarsi dell’orizzonte della solidarietà, perché una società che fosse solo solidale, e non anche fraterna, sarebbe una società dalla quale ognuno cercherebbe di allontanarsi”. Se poi si dissolvesse “il principio di gratuità”, si radiche- rebbe una società in cui esisterebbe solo il “dare per avere”. Partendo da tali riflessioni Zamagni suggerisce alcune proposte, tra cui quella di “considerare il senso della nozione di capitale sociale come fattore di progresso”. Egli propone di aggiungere ad un capitale sociale di tipo “bonding” e ad uno di tipo “bridging”, un capitale sociale di tipo “linking”, caratterizzato da una “rete di relazioni tra organizzazioni della società civile (associazioni, fondazioni, Ong, chiese) e istituzioni politico- amministrative (a livello sia centrale che locale) volte alla realizzazione di opere che né la società civile né la società politica, da sole, potrebbero attuare”. Nel nostro Paese, secondo Zamagni, esiste un elevato livello di capitale sociale di tipo “bonding”, e un adeguato livello di tipo “bridging” e purtroppo un insufciente livello di capitale di tipo “linking” che non consente all’Italia di realizzare il suo straordinario potenziale, accrescendo la separazione tra società civile e società politica e una difusa sfiducia nelle istituzioni. Tale separatezza Zamagni la riscontra in un modello di welfare non compatibile con le esigenze di sviluppo del Paese, nella mancanza di sinergie tra le Università, le imprese e gli Enti locali e soprattutto nella mancanza di un “ethos” condiviso che impedisce il formarsi di una democrazia partecipativa, in cui la società politica, civile e commerciale possano arrivare a definire cos’é il bene comune. Concludendo, lo studioso ha sottolineato l’urgenza di recuperare l’”ordine spirituale” per “restituire il principio del bene comune alla sfera pubblica”, al fine di consentire “di pensare la carità, e quindi la fraternità, vedendo nell’esercizio del dono gratuito il presupposto indispensabile afnchè Stato e mercato possano funzionare avendo di mira il bene comune”. La valorizzazione della relazionalità Di altrettanto grande spessore propositivo é stata la relazione di Pierpaolo Donati, sociologo dell’Università di Bologna. Partendo dalla constatazione che oggi nel nostro Paese lo stato sociale si caratterizza per il fatto che “gli attori politicamente più rilevanti non perseguono il bene comune”, per cui “chi prende il potere nelle istituzioni pubbliche insegue interessi di parte, egoistici o particolaristici”, lo studioso aferma che l’attuale società “é il prodotto di un certo assetto dello stato che penalizza chi persegue il bene comune, mentre premia chi si preoccupa - in modo formalmente lecito - del proprio interesse egoistico, per cui si rende necessario gettare le basi per il perseguimento di un nuovo “welfare” che faccia fronte ai bisogni reali della gente, e che persegua un benessere non solamente materiale e individuale, ma soprattutto “relazionale”, nel senso che la felicità sta nelle relazioni e non negli oggetti - merce” 4. Condizione per un nuovo “welfare” é “una go- vernance ispirata al principio di sussidiarietà”, assunto “come principio architettonico di un nuovo ordine sociale” al fine di configurare una società alternativa sia a quella liberale” (lib) sia a quella socialista (lab), entrambe intese in senso stretto, sia anche ai loro mix (modello lib-lab). In tal modo si creano le condizioni per uno “stato relazionale”, ovvero di uno stato “che si inter- faccia con una società che non é concepita come mercato di profitto, bensì come economia civile e come welfare civile”. Così, nell’ambito dei bisogni di benessere “emer- ge la centralità del nesso tra libertà e responsa- bilità non solo per quanto riguarda il compor- tamento dei singoli individui, ma anche delle conseguenze dei loro comportamenti nei con- fronti degli altri”, e si creano le condizioni che favoriscono processi sociali in cui viene data “la centralità alla persona umana, alle sue relazio- ni di mondo vitale e alle sue formazioni sociali, quelle che fanno la società civile”; processi che “portano ad una situazione in cui gli attori inte- ragiscono tra di loro per modificare le strutture sociali (e le stesse istituzioni) in modo da gene- rare concreti beni comuni” ovvero “beni rela- zionali”, perché possono essere prodotti e fruiti soltanto assieme da coloro che sono interessati ad essi. In questa tipologia di beni (relazionali) “si guarda al bene delle relazioni prima che a quello degli interessi individuali di gruppo o di categoria”. In tale ottica diventa essenziale il principio di reciprocità positiva, inteso quale criterio per l’individuazione del bene comune che diviene bene relazionale “in quanto e nella misura in cui può essere generato soltanto assieme, non é escludibile per nessuno che abbia parte, non é frazionabile e non é neppure una somma di beni individuali”. Partendo dalle considerazioni avanzate, Donati pensa ad un modello di “società della sussidia- rietà solidale” che si raforza con la formazione di uno stato sociale relazionale, nel quale le poli- tiche sociali diventano una funzione “persegui- ta da una pluralità di attori, pubblici e privati, combinati e intrecciati (”relazionali”) in vari modi fra loro” e inoltre le stesse politiche socia- li, attualmente rette da due pilastri, quello della libertà (del mercato) e dell’uguaglianza (dello stato redistributore) “debbono istituzionalizzare un terzo pilastro, quello della solidarietà, come polo autonomo, distinto e non derivabile dagli altri due”. Per Donati questa é la frontiera del bene comune che rivaluta il ruolo e la funzione del cittadino e soprattutto richiede un profondo rinnovamento sociale. Molte altre suggestioni sono venute da ulteriori relazioni, interventi e confronti di cui in questa sede non si può dar conto. Sarà tuttavia interes- sante analizzare le ricadute sul terreno delle ri- flessioni e delle iniziative che seguiranno, non solo a livello ecclesiale, ma anche politico. Infatti “il bene comune, in una società complessa come la nostra é (e non può che essere) frutto della convergenza di realtà diverse che, non venendo meno alla loro autonomia, ricerchino il recipro- co confronto e la vicendevole collaborazione”. L’attenzione a ciò che si sviluppa “dal basso”, perciò la tutela e il potenziamento delle auto- nomie sociali, è dunque essenziale. Ma tale at- tenzione deve accompagnarsi al riconoscimento della necessità della politica quale promotrice di una società matura nella quale si afermi, in termini sempre più consistenti, un’autentica responsabilità solidale. Se infatti è vero, da un lato, che la politica deve aprirsi alle esigenze del- la società nel suo complesso, non è meno vero, dall’altro, che la società ha bisogno, per dare operatività alle istanze di una crescita armonica e globale, di riconoscere la funzione della politi- ca e di riappropriarsene, non sottovalutandola e non delegandola ai soli professionisti, ma consi- derandola strumento irrinunciabile del suo cor- retto sviluppo 5.

Benedetto XVI, Discorso in occasione della festività dell’Epifania, in”L’Osservatore Romano”, 7- 8 gennaio 2008, pag. 8. T. Bertone, La Chiesa speranza per il mondo, intervista in”Famiglia cristiana”, n. 1, 6 gennaio 2008, pag. 21. questa e le citazioni che seguono sono tratte da: S. Zamagni, “Il bene comune nella società post-moderna. Proposte per l’azione politico-economica”, dattiloscritto, 2007, passim. questa e le citazioni che seguono sono tratte da: P.P. Donati, “Una nuova mappa del bene comune: perché e come dobbiamo rifondare lo Stato sociale”, dattiloscritto, 2007, passim. G. Piana, Postfazione in G. Quaglia, “Le settimane sociali (1907-2007). Un confronto per la crescita dell’Italia”, Nino Aragno Editore, Torino 2007, pp. 169 - 170.

Giovanni Quaglia
presidente della Provincia di Cuneo dal 1988 al 2004, attualmente Vice Presidente della Fondazione CRT. Insegna Economia e Direzione dell’Impresa all’Università di Torino.
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