Interventi edilizi: questioni di semantica

Di Patrizia Massocco • 3 settembre 2008 • Categoria: Trasformazioni urbane

Per sgombrare il campo da equivoci occorre al- meno una riflessione, quantunque assai sinteti- ca, prima di entrare nel merito della correttezza di un qualsiasi intervento edilizio. “De gusti- bus non disputandum est”, é davvero così? Se si parla di cibo o abiti lo è certamente, tenuto in debito conto il condizionamento della pubbli- cità, la formazione personale, l’ambiente in cui si vive, o meglio tutte le condizioni al contorno che determinano la scelta personale. Se si parla di interventi edilizi è ancora vero? Si e no: é in- fatti indubbio che il gusto sia qualcosa di molto soggettivo e possa essere libero di esprimersi anche in edilizia, ma, c’è un “ma” che limita l’at- to del libero arbitrio: un intervento edilizio non è un fatto di “consumo personale”: é qualcosa di molto di più e le condizioni al contorno sono decisamente più complesse. Pare largamente accettato che non tutti gli in- terventi edificatori siano definibili architettura, perché?, chi lo stabilisce?, chi dovrebbe stabilir- lo? Amo molto, come punto da cui partire, la sintesi che nel 1957 Nikolaus Pevsner 1 fa nella introduzione della sua “Storia dell’architettura europea”: “Unatettoiaperbicicletteéunedificio.Lacattedrale di Lincoln é un’opera di architettura. …… Noi pos- siamo evitare di entrare in contatto con quello che il pubblicochiama’leartibelle’,manonpossiamosfug- gire agli edifici ed ai sottili ma penetranti efetti del lorocarattere,nobileovolgare,contenutoopomposo, autentico o falso. …L’architettura non è un prodotto di materiali e di funzioni - né, per incidenza, di con- dizioni sociali - ma dello spirito mutevole di epoche mutevoli. E’lo spirito di un’epoca che pervade la sua vita sociale, la sua religione, la sua scienza, la sua arte. ….; queste (le forme diverse di architettura) furono elaborate perchè uno spirito nuovo le reclamava. …” Riportata solo a stralci, la sintesi di Pevsner é sufciente per fare un punto di chiarezza su che cosa possa intendersi per architettura. Allora quella che viene definita “architettura minore” o “bene ambientale” dove si colloca tra edificio e architettura? Per quanto mi riguarda ogni edifi- cio è un ‘testo’ che racconta qualcosa: chi ripete alla noia storie sciocche o banali, altri millanta e dice bugie, altri urla, altri ancora racconta con un buon lessico e buona sintassi storie interessanti, pochi declamano poesia (che peraltro non è det- to raggiunga qualcuno), molti parlano a ruota libera e da questi ultimi siamo sempre più cir- condati, in accordo con questo mondo dove vige il “life is now”, mentre la vita è prima, adesso e dopo, e dove il “carpe diem” di Catullo viene mi- stificato, svuotato del suo profondo equilibrio. Se non si conosce il significato di una parola o non si conoscono le regole grammaticali o sin- tattiche non è possibile esprimersi. In edilizia, che può diventare architettura (anche la tettoia per le biciclette, se in rapporto dialettico con l’intorno ed in equilibrio tra forma e funzione), il processo è analogo. Tuttavia non è sufciente conoscere l’alfabeto e l’ortografia per scrivere un tema, si deve conoscere l’argomento da trattare. Alla prima lezione di Composizione Architet- tonica I, il Professor Loris Macci presentando il corso esordì citando Carlo Levi “Il futuro ha un cuore antico”, e continuò parlando di semantica, di segni, di linguaggio, di conoscenza, cosa che fece per i tre mesi successivi. Riporto dall’introduzione di un suo testo 2: “… L’analisi non ofre indicazioni univoche per la progettazione, ma definisce gli strumenti con i quali ilprogetto,interpretatocome’sistema’dicostruzione razionale, si precisa, nella gradualità, attraverso la verifica progressiva e processuale dei parametri che coinvolgono l’architettura. In questa prospettiva, la città ed i suoi componenti, consentendo la rilettura della complessa fenomenologia che presiede il suo sedimentarsi, costituiscono l’unico’manuale’di pro- gettazione dell’architettura.” Rimando poi al confortante trattato di Umberto Eco 3 sulla bellezza, davvero rivolto a tutti perchè tutti “vediamo”, anche se ci si deve persuadere che è un percorso formativo quello che occorre intraprendere per imparare a vedere. Non si può parlare di bellezza se non conte- stualizzata e rapportata non solo all’intorno, ma allo “spirito” del tempo. Preferisco parlare di correttezza di un intervento edilizio, sia esso da progettarsi sull’esistente o ex-novo. Progetto è un vocabolo che possiede un significato com- plesso, che attiene alla complessità del percorso progettuale, che non si può compiere se non con l’attrezzatura giusta: conoscenza delle condizio- ni di partenza, conoscenza del punto di arrivo, analisi delle possibili equivalenti risposte, anali- si delle priorità in rapporto alle quali le possibili risposte devono poter essere suscettibili di ulte- riori aggiustamenti. Il progetto per essere tale deve contenere in sé tutte le risposte, tutte, altrimenti non è un pro- getto, è una bozza, un’ipotesi. Spesso il progetto per gli interventi edilizi risponde alla seconda definizione. Se il progetto è corretto e l’interven- to si attiene al progetto, l’intervento sarà corret- to: non è un sillogismo evidente nei fatti. Se il metodo progettuale non viene applicato con continui controlli (piaccia agli esterofili il termi- ne feed-back) il sillogismo cambia nella sostanza e diventa un assioma. Se mancano conoscenza del metodo e conoscenza degli strumenti non si ha alternativa ad un cattivo modo d’intervenire. La correttezza, poi, non è sinonimo di attenersi al regolamento, quanto mai in auge in un mondo privo di riferimenti culturali certi e dotato di potere immenso, salvifico appiglio per acritici progetti, o forse è meglio dire per “non progetti”? Al di là degli strumenti urbanistici che regolano dimensionalmente il divenire del territorio, dei regolamenti igienici che fanno altrettanto per gli edifici, vorrei che gli interventi edilizi fossero soggetti al rispetto di linee guida di progettazione, e proprio in quell’ambito fosse verificata la correttezza del progetto. Quando si interviene sul patrimonio edilizio esistente è ancora più incerto il confine tra corretto o meno se si prescinde dall’analisi della preesistenza; il fatto di avere un regolamento che permetta solo balconi in pietra nel centro storico non garantisce la possibilità di progettare il balcone corretto per “quell’edificio”, perché non è afatto sicuro, senza una analisi specifica, che per “quell’edificio” lo sia. E se il balcone non esiste nell’attuale composizione di facciata e non ci sono tracce di una rimozione, qual è la motivazione per inserirne uno? Non è corretta, perchè riduttiva e non supportata da argomentazioni condivisibili, la risposta “mi serve”. Sono altre le risposte che deve dare un progetto: il progetto deve ofrire una sintesi credibile tra esigenze funzionali (il legittimo “mi serve”) e spazialità del costruito, apparentemente più facile da ricercare nella progettazione ex-novo. La ricerca dell’equilibrio tra i dati, analisi, obiettivi, conduce alla definizione di qualsiasi progetto che, nel caso generico del riuso, non può prescindere, dimenticare, ignorare la preesistenza; poiché se la preesistenza non fosse un valore in quanto tale, non avrebbe senso riusare, ma corretto sostituire integralmente. I regolamenti fanno scudo all’ipocrisia della nostra società dei consumi, dove a parole si tutela l’esistente, ma nella sostanza spesso lo si brutalizza con una ripetitività che diventa essa stessa tipologia di riferimento! Il progetto di riuso deve avere la consapevolezza di avere il fine di mediare mondi diversi e dover loro rispetto. In una prospettiva di salvaguardia del patrimonio edilizio storicizzato o anche solo consolidato si constata che gli edifici esistenti vengono spesso forzati per aderire a schemi di progettazione cosiddetti attuali, ed i risultati sono ibridi sterili: false facciate che non riflettono la composizione planimetrica, quando una tra le necessità di progetto é proprio quella di permettere la chiara lettura della relazione tra pianta e alzato, che induce la corretta percezione dei volumi ed è uno dei punti di equilibrio del progetto. L’analisi dell’oggetto su cui intervenire, la sua conoscenza sono il solo modo per iniziare il per- corso progettuale e, poiché ogni edificio è diver- so da un altro, ogni edificio suggerirà le possibili risposte per la propria rifunzionalizzazione. Il progetto di un qualsiasi intervento edilizio è competenza di uno specialista e non è accetta- bile l’atteggiamento difuso secondo il quale “la casa è mia, nessuno meglio di me può sapere come farla” perché nel caso di una malattia, quantun- que grazie alle enciclopedie mediche troppi ar- gomentino senza sapere di che cosa stiano par- lando, alla resa dei conti tutti si afdano al me- dico di cui hanno fiducia. Per quanto riguarda l’edilizia, tutto il mercato specialistico propone soluzioni progettuali certe (virtualità, sinonimo di pubblicità), invece di proporre elementi even- tualmente utili per la realizzazione di un proget- to (realtà del prodotto). In sintesi prima di valutare se amo fare la doccia o il bagno, so di volere la vasca idromassaggio di un certo tipo che vedrò nel mio bagno esattamente come l’ho vista fotografata nella Rivista Specializzata, questi assiomi non giovano agli interventi in quanto spesso rimangono gli unici dati di progetto. Gli attori del progetto sono tre, la committenza, il progettista, il pubblico controllo: al progettista, quello che dovrebbe essere lo specialista, il compito di redigere il progetto, che è evidente sia qualcosa di più di un mero atto tecnicistico. Senza polemica è possibile porsi domande cui non sembra che i regolamenti abbiano fornito soddisfacenti risposte? Quale spirito nuovo reclama la disattenzione per i segni e le lezioni del passato, negando al contempo la sperimentazione di nuovi termini? Quello forse che anela al brunch del weekend, alla ortografia degli SMS, al political correct (modo elegante per non prendere posizione), se questo è lo “spirito” allora che si possa almeno sperimentare, che i regolamenti diventino linee guida e non elenchi di materiali variamente disassortiti, che in edilizia abbiano cittadinanza oltre al xké, di telefoninica mania, anche i Cinque punti dell’architettura moderna di Le Corbusier, lasciando davvero a tutti i progettisti la possibilità di usare, negli ambiti di riferimento definiti normativamente, il linguaggio che ritengono corretto utilizzare. Non si tutela la stratificazione storica in edilizia, sia essa edificio o architettura, utilizzando acri- ticamente solo materiali storicamente utilizzati perché la tipologia è spesso disattesa (perché il balcone è sì in pietra ma ha dimensioni non ri- scontrabili nei modelli storici dell’intorno, e con ciò è a norma di regolamento). La tutela nasce dalla conoscenza, dal rispetto e dalla capacità di comunicare con il linguaggio appropriato: l’allargamento del bacino di utenza e la pressione del mercato che non ofre ma im- pone il suo prodotto non aiutano la formazione di progettisti adeguati a ragionare per sistemi e non per schemi, fondando sul dubbio ogni scel- ta, parliamone.

Nikolaus Pevsner An outline of European architecturePenguin Books Ltd, Harmondsworth, Middlesex, 1957 Storia dell’Architettura Europea Biblioteca di cultura moderna Laterza, Roma ,Bari 1959, 1963 Universale Laterza, Roma Bari 1966, 1976. Loris Macci, Valeria Orgera Contributi di metodo per una conoscenza della città Libreria Editrice Fiorentina -Firenze 1976. U.Eco (a cura di) Storia della bellezza, Bompiani Milano 2004.

Patrizia Massocco
architetto Presidente della Commissione Regionale Beni Ambientali Sezione Decentrata di Cuneo
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