La Toscana , i parchi e il paesaggio

Di Renzo Moschini • 3 settembre 2008 • Categoria: La questione Toscana

Nel dibattito apertosi in Toscana su Monticchiel- lo ma subito diventato nazionale, l’attenzione si è concentrata soprattutto - e non unicamente - sul tema del paesaggio, con denunce vivaci e autorevoli sui rischi gravi che la regione felix sta ormai correndo. Anche le problematiche poste dal PIT e altri documenti regionali sono rapi- damente confluite - diciamo così- fino quasi a identificarvisi del tutto, con questo aspetto. Se ciò in Toscana trova naturalmente più d’una comprensibile giustificazione non per questo la questione paesaggio può da sola riassumere - e tanto meno esaurire - vicende e profili sicu- ramente più complessi e variegati. E tuttavia si può senz’altro prendere le mosse da questo aspetto importantissimo per cercare di indivi- duare e cogliere profili e intrecci rimasti finora troppo in ombra o che sono stati sovente sem- plificati fino alla banalizzazione, ad esempio, per quanto riguarda i ruoli istituzionali. E vorrei farlo partendo da alcune afermazioni contenute in una relazione di Vezio de Lucia ad un recente convegno tenutosi a Roma. De Lucia riferendosi al paesaggio e a quanto sta accadendo in Toscana e in tante altre parti del paese, ha sollevato alcune serie riserve sulla Convenzione europea firmata proprio a Firenze, contestando in particolare l’afermazione secon- do cui “il paesaggio è una determinata parte del territorio così com’è percepito dalle popolazio- ni”, e soprattutto che esso possa e debba costi- tuire una risorsa favorevole alle attività econo- miche. Tutto ciò non convince De Lucia che trova sba- gliato soprattutto che il paesaggio oltre che funzionalizzato allo sviluppo economico sia ri- messo alla valutazione e percezione dei locali interessati. Bello o brutto, insomma, il paesag- gio è sempre espressione di un giudizio estetico, comunque un valore in sé, svincolato da ogni subordinazione soprattutto alle convenienze “locali”. Da qui il passo è breve per trarne precise con- clusioni sul piano istituzionale - e lo fa con la consueta e brutale chiarezza Vittorio Emiliani - per ribadire che i piani paesaggistici regionali non vanno lasciati alla libertà di manovra dei co- muni, disposti a tutto pur di far cassa. Si tratta, come si vede, di due aspetti certamente intrec- ciati ma che vanno in via del tutto preliminare esaminati prima separatamente. Dobbiamo cioè, innanzitutto, chiarire - sebbene la discussione su questo punto sia annosa- cosa significa oggi pianificare il paesaggio il che implica ovviamente intendersi sul concetto stesso di paesaggio. De Lucia, infatti, ha ricordato il giudizio estetico comunque svincolato da altri aspetti in primis l’economia. E’ un punto cruciale e estremamente delicato perché da qui dipendono anche quelle scelte e ruoli istituzionali che dopo il dibattito toscano sembrano di nuovo spostare il pendolo decisamente verso una competenza statale o di interesse nazionale, tutte formule sulle quali sono stati versati fiumi d’inchiostro. Senza alcuna pretesa quindi di ripercorrere una vicenda lunghissima e complicata si possono però ricordare alcuni passaggi che hanno se- gnato il superamento - niente afatto definitivo evidentemente - di una concezione meramente estetica del paesaggio, tornata in auge peraltro anche con gli allegati del PIT toscano. Non v’è dubbio che proprio la Convenzione eu- ropea - la quale dichiara l’intero territorio agri- colo meritevole di tutela e protezione a fronte di un consumo impressionante in gran parte dei paesi europei - va in questa direzione, per- ché sarebbe difcile evidentemente considerare questo “vincolo” così generalizzato dettato da preoccupazioni unicamente d’ordine estetico. Ciò risponde, semmai, a quella concezione che considera il paesaggio identità di una località e dunque della possibilità di conservare da parte di una cultura e di una popolazione un proprio retaggio. Non è forse questo il caso della Val d’Orcia? Il paesaggio - come è stato detto - è per definizione una località culturale e poi conta il tipo di sopravvivenza che si riesce a garantire altrimenti avremo campagne senza contadini, montagne senza montanari. Potremmo qui ricordare anche il dibattito sulle comunità montane o le riflessioni di scrittori come Rigoni Stern o Mauro Corona, ma anche il teatro di Paolini. E’ quella universalità che - come dice lo storico Piero Bevilacqua - ha sede nel forte radicamento locale, in quella vecchissima simbiosi tra taluni paesaggi e abitanti di cui parlava anche una bella guida del TCI del 92. Potremo dirlo meglio con le parole di Carlo da Pozzo: “Il paesaggio altro non è che la manifestazione visibile dell’interazione locale tra forze naturali (fisicheebiologiche)eleattivitàumane;insostanza, l’immagine sensibile e tangibile del territorio, inteso comeprodottodell’applicazionediunlavoroumano nello spazio fisico e in quanto tale interpretabile come sistema di non-equilibrio, nel quale gli elementi interagiscono tramite flussi di energia e di informazioni”. Insomma, non semplice panorama che è sem- plice “veduta d’assieme”. Ma lettura di senso non statica di processi in cui ci sono tracce del vecchio e si può scorgere la lotta presente tra la vecchia e nuova struttura, tra conservazione e innovazione. E’ il prevalere - come scriveva molti anni fa Mario Libertini e ancor prima Sestini - dell’accezione geografica su quella estetica. D’altronde la legge 431 estende il giudizio di bene da conservare a molte più componenti del paesaggio naturale (rispetto alla legge del 39) sebbene continui a considerarli bisognosi di salvaguardia e tutela in quanto beni culturali e non in quanto beni ambientali. Spesso si confondono ancora nella legge le due pianificazioni paesistica e naturalistico - ambientale. E i paesaggi rurali storici - ad esempio - sono ancora i più trascurati salvo non si tratti di emergenze da tempo tradizionalmente codificati. Restano, insomma, come per l’urbanistica e architettura vuoti da riempire (Calogero Muscarà). Difcile quindi sotto questo profilo non considerare la Convenzione europea una importante innovazione che va a colmare una falla non di poco conto o comunque a ribadire esigenze sempre a rischio di accantonamento e elusione. E tuttavia il concetto di paesaggio da paesaggio immagine a paesaggio geografico e ancor più a paesaggio come processo sociale di elabora- zione e come esito sensibile di fatti ambientali con importanti implicazioni operative, che trova significativi riconoscimenti proprio nella Con- venzione europea specialmente in riferimento ai territori agricoli, sembra ormai aprirsi sempre più a quelle istanze ambientali non riconducibili unicamente ad una pur nobile tradizione e con- cezione. “La scala del paesaggio - come dice Luigi Boitani (99) - da sola non basta, occorre ‘un compromesso utile tra le esigenze delle specie e quelle della gestione territoriale”. L’uomo, insomma, è visto come agente modifi- catore e non più come osservatore. E la politica di protezione della natura, protezione spaziale e specie quella dei parchi sembra un mezzo par- ticolarmente potente per creare zone che corri- spondano a questo ideale e bellezza, ad esem- pio, del paesaggio montano e non solo. Potremmo dire - semplificando al massimo - che il paesaggio e la sua concezione e gestione deve sempre più misurarsi e fare i conti - rispetto allo stesso art 9 della Costituzione - con l’afacciarsi delle nuove tematiche ambientali non più solo nella dimensione nazionale ma comunitaria e internazionale. D’altra parte la stessa 431 laddove aferma il va- lore primario - estetico - culturale del paesaggio demanda alle regioni il compito di ristudiare il territorio comprendente nuove categorie da tutelare con specifica considerazione dei valori paesistici ed ambientali. Ambientali è termine aggiunto rispetto allo stesso art 9 sebbene resti quel limite già ricordato ossia che i beni cultu- rali sono considerati non ancora in quanto beni ambientali, anche se la Corte costituzionale da tempo parla indiferentemente di vincolo pae- saggistico e vincolo ambientale. La 431 sotto questo profilo introduce una innovazione di grande rilievo in quanto non si interviene più per eccezioni bensì “salvo eccezioni”. E’ il supe- ramento di quella tutela puntiforme ricondotta ora non solo ad un’ altra scala e dimensione ma anche a nuovi contenuti e modalità che devono tenere conto di quelle tematiche ambientali che non a caso da tempo al Senato si cerca anche di inserire esplicitamente nell’art 9. Da queste necessariamente sommarie consi- derazioni dovrebbe almeno - spero - risultare abbastanza chiaro che le preoccupazioni e le riserve espresse da De Lucia sulla Convenzio- ne europea specialmente in riferimento a valori non di natura esclusivamente estetica, sembrano eludere o almeno non valutare con la dovuta at- tenzione il nuovo intreccio andato stabilendosi tra vicende economico-sociali e ambiente e quin- di il paesaggio. Sofermiamoci un momento proprio sulla Con- venzione europea laddove considera l’intero ter- ritorio agricolo non più come vuoto da riempire tranne eccezioni, ma da tutelare in nome di una cultura, tradizioni anche produttive dalle quali dipendono non solo esiti economici importanti ma anche - ad esempio - la biodiversità che spe- cie in europa passa incontrovertibilmente da po- litiche di sostegno della ruralità e non di costoso sostegno a singole produzioni troppo generosa- mente assistite. La Toscana ofre sotto questo profilo esempi di straordinaria attualità e significato di cui abbiamo avuto modo di interessarci anche sulle pagine di Toscanaparchi con alcuni contributi molto importanti di Rossano Pazzagli che ha curato anche un recente libro della Collana sulle aree naturali protette dell’ETS su “Paesaggio Toscano tra storia e tutela”. Qui più e più visibilmente che altrove appare chiaro che solo politiche che sappiano farsi carico della ruralità e non solo del “mercato” di prodotti lautamente foraggiati, è condizione perché il paesaggio toscano specie collinare non risulti stravolto anche senza pesanti interventi cementificatori. Si pensi - tanto per fare un esempio su cui Pazzagli ha scritto pagine di grande interesse - al rapporto vite-ulivo. Ma davvero si può pensare che una simile, impegnativa politica sia realizzabile guardando al paesaggio così come viene riproposto in taluni allegati del PIT in cui l’estetica più romantica la fa da padrona ? Sono stati valutati i danni sovente irreparabili prodotti dall’abbandono delle campagna sia dal punto di vista della biodiversità che del paesaggio e dei beni culturali e dell’ambiente nel suo complesso? I danni in questo caso sono dati certo dal territorio consumato (riempito) ma non di meno dal degrado e dall’abbandono. E pensa davvero De Lucia che qui si possa intervenire con ragionevoli speranze di successo non considerando, ad esempio, quella “funzionalizzazione” dell’intervento economico che tanto lo allarma e non lo convince? Ma a questo punto torna il nodo a cui abbiamo accennato in premessa ossia l’intreccio ma anche la specificità del ruolo delle istituzioni nella gestione non soltanto del paesaggio ma più in generale delle politiche ambientali. Ripercorrendo sia pure a grandi passi l’evolu- zione del concetto stesso di paesaggio abbiamo visto il ricorrente e crescente riferimento ai ra- dicamenti locali, alle tradizioni e culture locali e alla loro simbiosi che oggi trova proprio nella dimensione globale nuovi stimoli e ragioni di rilancio e attualizzazione. Una dimensione che presenta naturalmente anche degli evidenti ri- schi in particolare di chiusura localistica e verna- colare, sicuramente i meno idonei e appropriati a trovare nei grandi processi di trasformazione in atto le sintonizzazioni e i raccordi più efcaci e adeguati. E tuttavia è questa una dimensione, un passaggio ormai ineludibile per chiunque non si illuda di poter fare e decidere tutto a Roma al caldo di qualche ufcio ministeriale. O pensi di riproporre quella concezione separatista dei rapporti stato-regione che ha sempre prevalso come denunciava già tanti anni fa inascoltato Massimo Saverio Giannini sulle cui conseguenze non è qui il caso si sofermarsi tanto sono evidenti e acclarate. La Corte costituzionale già negli anni ottanta iniziò - dopo avere ancora negli anni sessanta considerato l’interesse alla tutela del paesaggio subordinato all’esigenza “ben maggiore” della difesa nazionale (!) - a parlare - proprio in riferimento al vincolo paesaggistico e al vincolo ambientale di regionalismo cooperativo. Per la prima volta si parla del compito dello stato- ordinamento che sta a significare - è bene ricordarlo ai troppi immemori - non dello stato persona - per dirla in gergo - ossia lo stato dei ministeri bensì dello stato che comprende su un piano paritario regioni e enti locali - appunto l’ordinamento. Sono i soggetti con i quali si identifica oggi la Repubblica dopo le modifiche del titolo V della Costituzione che tanto turba e irrita taluni commentatori e animatori dei comitati toscani. Ci sono insomma dei paletti che nessuno oggi può svellere a proprio uso e consumo per rifarsela ora con le regioni e ora - quasi sempre - con i comuni considerati una vera sventura a cui si può rimediare solo riportando tutto nelle calde e accoglienti alcove ministeriali; ossia quello stato persona che non ha nulla a che fare con lo stato ordinamento di cui parla la Corte. Ma se non si vuole tornare a quel separatismo statale oggi peraltro palesemente incostituzionale come non si stanca di ribadire la corte quando richiama specie per l’ambiente la sua non riducibilità a specifica materia in quanto valore trasversale e quindi da gestire cooperativamente, bisogna finalmente imboccare la strada non della contrapposizione istituzionale per riafermare supremazie non più riproponibili, ma del confronto e del concerto. A nessuno naturalmente - è bene dirlo subito a scanso di equivoci - sfugge la complessità e difcoltà di questo delicato passaggio specialmente in una fase di evidente travaglio del sistema istituzionale chiamato peraltro a dotarsi di un nuovo codice delle autonomie che si presenta davvero non facile. Questo passaggio - come abbiamo visto nel di- battito di questi mesi in Toscana - presenta alme- no due aspetti sui quali non si è riusciti finora a fare chiarezza. Il primo è senz’altro quello relati- vo alla cooperazione che non può escludere e ta- gliar fuori nessuno livello istituzionale purchè si riesca poi a seconda dei problemi a individuare la sede più giusta e adeguata per le decisioni fi- nali. E come questa sede o livello non può essere sempre lo stato ciò vale anche per gli altri livelli comune compreso. Per la pianificazione o pro- grammazione regionale che non può evidente- mente ignorare o saltare i momenti nazionali ma soprattutto quelli inferiori si è parlato anche in Toscana di filiera. Dibattito che si è intrecciato malamente con le confuse sortite ora sulle pro- vince ora sulle comunità montane. Se non è stato facile individuare a quale livello di maggiore “giustezza” collocare funzioni e com- petenze lo è stato ancor di più individuare i rac- cordi tra impostazioni che potrebbero rischiare di diventare a “cascata” e quelle pianificazioni non di settore ma speciali come i parchi e le aree protette e i bacini idrografici. E qui torna anche il paesaggio che gira gira dopo Monticchiello sembra riapprodato in sede ministeriale compli- ce anche il Codice Urbani perdendo per strada quei radicamenti, intrecci e simbiosi locali di cui abbiamo parlato. Ciò che convince di meno in questa sorta di forzato e un po’ precipitoso trasloco romano è che della realtà e esperienza toscana si siano persi per strada i risultati conse- guiti grazie al ruolo delle aree protette. Quelle di cui parla Boitani ma anche Gambino quando nell’esempio dei parchi hanno visto e vedono proprio il realizzarsi di quella saldatura e integrazione tra paesaggio, natura e ambiente. A nessuno è venuto in mente nel gran baccano sulla Val d’Orcia di ricordare che tre parchi regionali e tre parchi nazionali e tanti altre aree protette anche da rivedere come le ANPIL rappresentano pur qualcosa anche in rapporto alla tutela del paesaggio toscano. Facciamo un esempio non toscano ma recente che forse ci aiuta a cogliere i rischi di una involuzione istituzionale culturale su questo punto. La regione Piemonte ha istituito ai primi dell’an- no un nuovo parco fluviale regionale in provin- cia di Cuneo e in base alla sua collaudata legge assegna all’ente di gestione la messa a punto del piano del parco che comprende da sempre anche gli aspetti paesistici. L’avvocatura della stato con insolita sollecitudine impugna il prov- vedimento per contestare al parco di occuparsi del paesaggio che è roba del ministero in base al nuovo codice. Parco fluviale significa soprattutto verificare i problemi della sicurezza del fiume, della bontà delle sue acque, del tipo di interventi si debbono efettuare che non ricalchino esperienze rovinose di imbrigliamenti cementificati etc. Una serie di questi aspetti il parco dovrà concordarli con l’autorità di bacino se esiste e il suo piano. E’ chiaro che parco e bacino debbono tener conto anche degli aspetti e efetti che tutto questo può avere sul paesaggio. Ora invece lo stato dice no, di questo non debbono occuparsene il che significa che verrà meno la indispensabile contestualizzazione e integrazione di scelte e interventi per rimandare ad altri e ad altri tempi un intervento “separato” non in grado sicuramente di cogliere quegli intrecci a cui sono preposti il parco e eventualmente il bacino. Possiamo tranquillamente rientrare in Toscana e chiederci se il parco di Migliarino, San Rossore Massaciuccoli deve dire la sua sull’Arno o sul Serchio che si trovano sul suo territorio che il parco deve gestire con piano non di settore ma unitari e integrato come avviene da anni. E tutta questa matassa a Cuneo come in Toscana è riducibile a fatto estetico o panoramico? Ecco perché se appare del tutto inaccettabile una politica nazionale che tramite il ministero e i nuovi codici riproponga una separazione che non gioverà a nessuno né a Monticchiello né a Cuneo e lo è non di meno la emarginazione dei parchi e delle aree protette in quella pianificazione regionale configurata dal PIT che finisce per considerare parchi e bacini settori e non speciali ambiti di una pianificazione ambientale che ofre quei livelli di “giustezza” e adeguatezza non rinvenibili sempre né nel comune, della provincia o della stessa regione.

Renzo Moschini
direttore dell’Osservatorio Parchi Europei per Federparchi
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