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La provocazione dei Sistemi Informativi Territoriali

Di Paolo Mogorovich • 3 settembre 2008 • Categoria: L’innovazione attesa

Tra le varie rivoluzioni che l’informatica ci ha fatto vivere in meno di cinquant’anni, quella tecnica, la più scontata, diventa sempre meno appariscente. Questo in parte è dovuto alla nostra incapacità di meravigliarci e al riuscire a dare incredibilmente per scontato quello che ha invece al suo interno una complessità che solo trenta anni fa era inimmaginabile; ma forse l’impallidire dello sviluppo tecnologico è dovuto al fatto che esso stesso ci mette a disposizione strumenti i quali ci portano altre rivoluzioni, comportamentali e culturali, ben più complesse. Il caso dei Sistemi Informativi Territoriali è sintomatico. I Sistemi Informativi Territoriali, se ci limitiamo all’aspetto tecnologico, sono strumenti informatici che trattano dati geografici cioè insiemi di numeri che descrivono oggetti del mondo reale come un edificio, un fiume, un ghiacciaio. Tali oggetti sono descritti tramite una componente spaziale, che specifica la localizzazione e la forma dell’oggetto, e una componente descrittiva, che riporta alcune caratteristiche tematiche dell’oggetto; per esempio, per un edificio, la via e il numero civico, il numero di piani, la presenza del gas, il numero di inquilini in età scolare o lavorativa, ecc. Si noterà che la descrizione spaziale di un oggetto è molto simile a quella che siamo abituati a vedere sulle carte, cioè localizza l’entità in un sistema di riferimento ben definito, mentre la parte descrittiva ha, rispetto ad una carta, una ricchezza di informazione molto maggiore. La localizzazione di un oggetto o evento all’interno di un sistema di riferimento è una componente trasversale a qualunque informazione geografica e permette il confronto tra informazioni diverse: questo è quanto ci permettono di fare gli strumenti informatici calcolando, ad esempio, il numero di soggetti a rischio sanitario che si trovano sottovento rispetto ad una ciminiera o il numero di automezzi posteggiati in aree esondabili. Ma se ci pensiamo bene, in linea di principio la stessa cosa potremmo fare, spendendo parecchio tempo in più, lavorando con carta e penna su una mappa. La scintilla che accende la rivoluzione è che quello che era praticamente impossibile diventa adesso banalmente realizzabile, e quindi perchè non farlo? Il fatto che la componente geografi- ca dell’informazione territoriale permetta facil- mente il confronto tra informazioni diverse non ci lascia scampo verso un modo di gestire il ter- ritorio molto più intelligente e consapevole. Sarà quindi banale, nel concedere un’autorizzazione di emissione in atmosfera, verificare la vicinan- za di scuole, e altrettanto banale, nella proget- tazione di una strada, valutare gli efetti nocivi dell’ozono che si formerà sulla popolazione re- sidente. Ma questa “banalità” è purtroppo soltanto tecnica. Perchè la banalità del possibile diventi la naturalezza del fare occorrono altri ingredienti. Il primo è l’esistenza e la disponibilità delle in- formazioni. Nei semplici esempi che abbiamo proposto si noterà l’eterogeneità dell’informa- zione trattata: le ciminiere, le scuole, le strade, la distribuzione della popolazione. Questi dati sono “di competenza” di ufci diversi e molto spesso di Enti diversi; nella parola “competen- za” si avverte già un modo di pensare antico, burocratico, fatto di compartimenti stagni. L’in- formazione non è “di competenza” di qualcuno, è un patrimonio di tutti e qualcuno ha la respon- sabilità, o forse il privilegio, di costruire questa informazione, mantenerla aggiornata, renderla accessibile. Ecco allora che un Sistema Informativo Territoriale va molto oltre il mero strumento informatico, ma è formato da un complesso organizzativo ben più difcile da attuare. È l’insieme coordinato di soggetti istituzionali che sono contemporaneamente costruttori di informazione propria, che mettono a disposizione della comunità, e fruitori, per le proprie attività di competenza (stavolta sì, di competenza), dell’informazione che gli altri, operando in modo simmetrico, mettono in circolo. Questo modello organizzativo sembra fin troppo ovvio se pensiamo che il territorio è “uno” e che quando poggio il piede in terra sono contemporaneamente su una proprietà, in un’entità amministrativa, ad una certa quota, in un’area a rischio, vicino ad un servizio, in vista di una cellula di telefonia e l’elenco potrebbe continuare molto a lungo; ma nella pratica questo modello organizzativo cozza col modello della suddivisione delle competenze, un modello semplice, utilizzato con una certa efcacia per semplificare problemi complessi, ma che purtroppo ha in sé il seme dell’incomunicabilità. E’ abbastanza evidente che i modelli organiz- zativi sono legati a modelli culturali, al nostro modo di pensare e di comportarci. Il modello della suddivisione delle competenze diventa ben presto preda della parte più egoista di noi, mentre al contrario, i problemi di gestione del territorio avrebbero bisogno di un approccio molto diverso, di una nuova cultura, quella del dare e del fidarsi. Ognuno di noi, nel suo lavoro quotidiano, dovrebbe afrontare i problemi fa- cendo tesoro dell’informazione prodotta dagli altri e, cosa ancora più difcile, una volta pro- dotta nuova informazione, dovrebbe sistematiz- zarla e documentarla in modo che altri la possa- no utilizzare. Queste poche righe hanno seguito uno schema che, partendo da una opportunità tecnica ha identificato una necessità organizzativa la quale, a sua volta, è figlia di un approccio culturale. Questo schema, questa interdipendenza “tec- nologia-organizzazione-cultura” vale per ogni Sistema informativo, ma nel caso dei Sistemi Informativi Territoriali assume una forza parti- colare; la caratteristica unificante del territorio e l’interdipendenza dei processi che lo governano rendono indispensabile un comportamento se- condo cui ogni scelta deve essere fatta utiliz- zando tutta la base informativa disponibile. Il fatto che un operatore abbia a disposizione tutti i dati di cui ha bisogno, aggiornati e di qualità controllata, è un modo per cui la complessità di un problema non diventa, burocraticamente, la complessità di un procedimento, ma la qualità di un nuovo metodo. Lo schema “tecnologia – organizzazione – cultu- ra”, che abbiamo descritto nel verso che vorrem- mo sbagliato, fa decisamente male; vorremmo ripercorrerlo in senso opposto, ma purtroppo non è così. Consideriamo questo un pregio della galoppante tecnologia, in particolare di quella dei Sistemi Informativi Territoriali i quali, con le potenzialità tecniche che ofrono, sono una cosa diversa da un’opportunità, sono, nel nostro con- testo, una provocazione.


ricercatore del CNR, collabora con l’Università di Pisa e lo IUAV di Venezia
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