La metafora della”monnezza”. Dare valore a chi se lo merita
Di Alberto Silvani • 3 settembre 2008 • Categoria: L’innovazione attesaLe nostre città, apparentemente solide ed attrat- tive, sono il risultato di equilibri instabili. Da una parte sono progressivamente esposte ad azioni che ne manifestano la fragilità, sia sul versante strutturale, come l’esperienza dell’11 settembre ci ha dimostrato, sia, ancora di più, rispetto ai “bilanciamenti sociali” che ne garantiscono il funzionamento. Dall’altra, un fattore di instabilità è costituito dal crescere esponenziale della complessità organiz- zativa che si traduce in diseconomie di vario ge- nere e in problemi legati all’inquinamento e al consumo delle risorse ambientali. La risposta messa in campo tende a “rimuovere” i problemi di cui sopra e preferendo evidenziare il lato monumentale o la spettacolarità tecnologica che le città sono in grado di realizzare, sulla base di una competizione non dichiarata, magari favorite dalle scadenze di eventi che le stesse città ospitano: l’edificio più alto, il quartiere o l’infrastruttura più avanzata, lo scenario più avveniristico o, all’opposto, la conservazione monumentale del passato, magari limitato alle facciate o alle prospettive visive. In realtà però sempre di più le stesse città si tro- vano a doversi misurare sui reali criteri di vivi- bilità: quali funzioni e come vengono esercitate, il governo delle reti, l’indirizzo delle relazioni e dei flussi. La modernità e l’innovazione sono correttamen- te considerate forze trainanti dei processi, spesse volte associate ad un primato nell’esercizio degli strumenti tecnologici, i soli, apparentemente, in grado di estendere il ventaglio delle opportunità e di definire le soluzioni ai problemi. Quella che segue è una piccola storia che fa leva su un grande problema, la cui caratteristica de- stabilizzante consiste nella “fisicità” dell’oggetto in questione ma anche nella “negatività di valo- ri” a cui viene di norma associato. Ed è sul tema dei valori che il tutto può essere letto come una metafora su cui riflettere. Il cambio d’anno, tradizionale momento del bi- lancio e della definizione di propositi e di aspet- tative, nel 2008 è stato pesantemente caratteriz- zato dalla”emergenza spazzatura”. Molto si è scritto e detto, sono emerse posizioni a volte ideali, a volte retoriche, spesso mistifi- catrici di retropensieri non sempre confessabi- li. Proviamo a ragionare su tre questioni che si prestano ad una lettura eterodossa cercando di trarre poi una considerazione finale. La prima riguarda l’asimmetria, di attenzione, di risorse e di “tecnologie”, rispetto a quanto dedichiamo nella fase iniziale del ciclo di vita dei prodotti che entrano nella nostra vita nei confronti di quelli che ne escono. Riflessione non a caso splendidamente collocata nel clima natalizio caratterizzato dalla sua corsa al regalo inutile. In poche parole, se impegnas- simo un poco delle energie, ma anche della re- lativa sensibilità al nuovo, alla curiosità e alla disponibilità ad essere “beneficiari” di oppor- tunità ed utilizzatori di innovazioni indirizzate solo nominalmente dalla nostra domanda, spo- stando tale disponibilità dagli “ingressi” verso le “uscite”, ne potremmo trarre tutti giovamento. Così facendo, inoltre, si afronterebbe con mo- dalità realmente nuove il rapporto tra domanda ed oferta Secondariamente l’esperienza campana ci segnala che bisogna convivere, anche contro la nostra volontà, con oggetti che noi contribuiamo a generare, ad utilizzare e, ad un certo punto non vogliamo più. Qui l’elemento scatenante è la natura materiale di questi oggetti. Si potrebbe afermare che, pa- radossalmente, se fossero sentimenti, potrebbero essere rottamati con minore preoccupazione. Siamo di fronte, nella società del post industriale e della dematerializzazione, ad una forte rivin- cita dell’hard sul soft, accompagnata da una vo- lontà di confinamento (lontano dagli occhi e lon- tano dal cuore) che oggi accompagna tutta la nostra vita. Vogliamo l’energia la più distribuita e prossima possibile ma non gli strumenti che la producono, ci ergiamo a difensori dell’ambiente ma vorremmo poter raggiungere località esclu- sive con il massimo delle comodità di viaggio e localizzative, e via di questo passo, aggiornando la nota tattica di nascondere la polvere sotto il tappeto per non volerla vedere Infine il tema della solidarietà: tra cittadini di diverse regioni ma anche di appartenenze sociali diferenti. Chiusi nella nostra stanza, davanti al terminale video ma perennemente in contatto col mondo esterno attraverso il cellulare e la rete abbiamo perso un po’ di contatto con la realtà. Pronti, giustamente, a biasimare le condizioni igieniche legate al sottosviluppo (”vivono in una fogna a cielo aperto”) ci dimentichiamo che il volume di scarti, e la loro impossibilità di riutilizzo, è direttamente proporzionale al “livello di sviluppo”, salvo poi usare i meno abbienti come discarica grazie all’esercizio del potere economico. Sacchetti e bottiglie di plastica (che si vedono) e rifiuti tossici (che si interrano o si nascondono) sono ampiamente distribuiti ma non in ragione della sola produzione o del solo utilizzo. La sfida è dunque indirizzata al futuro. Per i rifiuti, ma anche per il cibo e l’acqua per non parlare dell’ambiente, parlare di “ciclo” significa porsi il problema che senza approcci innovativi, sfruttando tutte le capacità di cui siamo capaci ma anche tenendo conto di tutte le reazioni che scateniamo, le soluzioni che si mettono in campo hanno una visione corta. Esattamente come gli sforzi che hanno portato alla riduzione dei consumi e del potere inquinante delle nostre auto senza mettere in discussione l’uso delle stesse e la distruzione delle diverse risorse in gioco, dal petrolio al territorio. Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior, cantava De Andrè, ma alla bella immagine poetica non corrisponde, purtroppo, analogo praticabile indirizzo comportamentale. Limitiamoci nel nostro piccolo a cercare di dare il valore - vero - a quello che ci circonda e a comportarci di conseguenza, come piccola morale di questa storia
Alberto Silvani
esperto di politica scientifica e direttore UNIMITT
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