Paesaggi e Paesaggio
Di Gioia Gibelli • 4 settembre 2008 • Categoria: Paesaggi e parchiIl paesaggio non era niente e non interessava a nessuno. Era talmente poco importante che quei brani di mondo abbandonati da Dio e dagli uomini, che stanno e crescono ai margini delle città venivano chiamati”vuoti urbani”: il nulla. Non più fortunati erano i “non paesaggi”, ovvero “i non luoghi” che probabilmente potrebbero essere le parti inesistenti di paesaggi assenti. Ma chi può abitare i non luoghi? Probabilmente dei “non abitanti”. Questo problema non era stato risolto: temo, in efetti, che ogni risposta a tale domanda sarebbe stata “politicamente scorretta”. Il paesaggio esisteva, allora, più per negazione che per presenza. Certo. È molto più semplice, quando una cosa è inaferrabile, dire cosa non è, piuttosto che cosa è. Anche se poi, a parte la “boutade” di efetto, l’utilità del”cosa non è” è tutta da dimostrare. Il paesaggio era un’astrazione e, pertanto, non tutti potevano goderne. Non tutte le menti hanno capacità di astrazione e, comunque, ogni mente ne ha un livello diverso. Ma, alloraOrrore! Il paesaggio non era un oggetto democratico, ma qualcosa per pochi eletti. Solo per visionari o per quanti erano in grado di fare strane elucubrazioni mentali a forma di colline fiorite o campi contornati da alberi frondosi. Tutti gli altri, i più, erano esclusi. Infatti non ne parlava nessuno, se non in qualche salotto buono, un po’ di soppiatto, senza farsi troppo sentire perché si faceva la figura degli snob. Taluni osavano, sottovoce, ipotizzare che, forse, qualcosa di concreto nel paesaggio c’era. Forse, si sussurrava, il paesaggio è fatto di aria, di acqua, di suolo, di piante, di animali e di uomini e di tutto quanto questi percepiscono, pensano e fanno. Oggetti concreti? Che trivialità! No no, è solo nella mente umana: infatti c’è un paesaggio per ogni persona al mondo! Caspita. Una folla. Come fanno a starci tutti quei paesaggi su questa povera nostra terra già così densa e afaticata? Altri, per la verità si contavano sulle dita di una mano, pensavano addirittura che fosse un si- stema. Un sistema complesso in cui l’ecosfera e la noosfera si intrecciano continuamente gene- rando nuove combinazioni, nuove situazioni. Questo è veramente troppo: il paesaggio come luogo di produzione delle novità che stanno alla base dell’evoluzione! E Darwin che fine ha fatto? Forse era giusto metterlo nei cassetti come, per altri motivi meno interessanti e nobili, in alcuni luoghi del mondo è stato fatto. Meglio pensare che fosse un’astrazione, dava sicuramente meno problemi. Come tale, non si poteva toccare, plasmare, pasticciare, e neppure.. arrafare. No, no, non interessava proprio quasi a nessuno. Ma se non si poteva toccare, com’è stato che in tutti questi anni se ne è fatto uno scempio? Come è potuto succedere che un’entità che non c’era, è stata reiteratamente distrutta in più parti? Intanto che i più pensavano ad altro e i pochi eletti filosofeggiavano, la macchina delle trasfor- mazioni ignoranti lavorava in modo indefesso, stravolgendo pesantemente qualcosa che non c’era, ma era un capitale unico e irripetibile. Mentre in Italia e altrove, si consumavano fatti e misfatti, il Consiglio d’Europa ci ha regalato la Convenzione Europea del Paesaggio (CEP), la quale, con il ben noto pragmatismo nordico, ci ha riportati prontamente alla realtà, dandoci addirittura una definizione di paesaggio. La CEP, considera il paesaggio un sistema complesso, infatti “Il termine” paesaggio” 1 viene definito come una zona o un territorio, quale viene percepito dagli abitanti del luogo o dai visitatori, il cui aspetto e carattere derivano dall’azione di fattori naturali e/o culturali (ossia antropici). Tale definizione tiene contodell’ideacheipaesaggievolvonocoltempo,per l’efetto di forze naturali e per l’azione degli esseri umani.Sottolineaugualmentel’ideacheilpaesaggio forma un tutto, i cui elementi naturali e culturali vengono considerati simultaneamente”. Tale definizione si pone come un importante riferimento concettuale e operativo anche perché, considera sia gli aspetti cognitivi propri degli abitanti e dei visitatori, sia gli aspetti ambientali nel loro dinamismo, sia le interazioni tra tutto questo. La CEP, dunque, tende verso l’integrazione dei diversi approcci disciplinari che, nel Paesaggio, convergono. Ancora “la convenzione si applica all’insieme del territorio europeo, che si tratti degli spazi naturali, rurali,urbanioperiurbani.Nonlasipotrebbelimitare unicamente agli elementi culturali od artificiali, oppureaglielementinaturalidelpaesaggio:siriferisce all’insieme di tali elementi e alle relazioni esistenti tra di loro.” Ecco che si deve superare il dualismo uomo-natura e la conflittualità intrinseca in questo approccio: sono le interazioni, infatti, gli elementi caratterizzanti il Paesaggio, il quale si pone come la risultante di tutto ciò che accade sia per cause naturali che per cause antropiche e le une condizionano le altre. Al paesaggio, nella sua interezza, viene riconosciuto un importantissimo ruolo alla base non solo della vita quotidiana delle persone, ma anche del sistema socio-economico: “il paesaggio svolge importanti funzioni di interesse generale,sulpianoculturale,ecologico,ambientalee sociale ecostituisceunarisorsafavorevoleall’attività economica, e che, se salvaguardato, gestito e pianificato in modo adeguato, può contribuire alla creazione di posti di lavoro; il paesaggio è in ogni luogounelementoimportantedellaqualitàdellavita dellepopolazioni:nelleareeurbaneenellecampagne, nei territori degradati, come in quelli di grande qualità, nelle zone considerate eccezionali, come in quelle della vita quotidiana”. Possiamo quindi dire che il paesaggio è un insieme unico e indivisibile, costituito da entità diverse che si incontrano e si rimescolano di continuo: gli oggetti concreti e tangibili (i prati e i boschi, le strade e gli edifici, i corsi d’acqua, le montagne e le pianure, ecc.), che nel loro insieme lo costituiscono e mantengono in vita la seconda grande entità: i processi (le forze fisiche e biologiche, naturali e antropiche e le relazioni richiamate dalla convenzione, tra cui i processi decisionali), la percezione che ognuno di noi ha di questi insiemi, che ci permette di interpretarli, viverli e modificarli ognuno a proprio modo, il tempo durante il quale avvengono le trasformazioni per efetto dei processi e delle scelte che ognuno di noi, quotidianamente, opera anche in base alla percezione del proprio intorno. Dunque, secondo la CEP; il paesaggio è costitui- to da parti oggettivamente rilevabili, concrete, costituite da elementi, e forze definibili e misu- rabili (potremmo definirli come la componente “ambientale” del paesaggio), e una parte decisa- mente soggettiva, ma fortemente condizionata dalla prima, che attiene alla natura propria degli individui e delle comunità e alla loro capacità di decodificazione e interpretazione del mondo che li circonda. Le due parti si influenzano a vi- cenda attraverso continui scambi di informazio- ni che determinano l’evoluzione dei paesaggi. Il Paesaggio, trasformandosi continuamente, è. Ed è un’entità che vive. Queste considerazioni permettono di arricchire le metodologie di studio del paesaggio, le quali devono integrare gli aspetti puramente sensoriali e cognitivi con quelli oggettivi, i quali aferiscono al campo delle scienze fisiche e biologiche. Ma come? Allora il paesaggio è. Non è solo un “non è”. Non solo. L’opportunità che la CEP ci ha fornito è quella di mettere ordine nei vari concetti di Paesaggio, ufcializzandone uno che, al di là delle diverse concezioni e sfumature, può costituire il riferimento primo del legislatore e degli operatori. La CEP è stata sottoscritta per la prima volta da alcuni stati membri, tra cui l’Italia, il 20 ottobre 2000, a Firenze. È stata ratificata nel 2006 dallo Stato italiano con la legge n. 14-2006. Dunque, dal 2000 il paesaggio è ufcialmente apparso in Italia, dapprima sommessamente, in modo molto discreto, poi via via sempre più rumorosamente. 2 strumento di recepimento e attuazione della CEP. Probabilmente il buon senso avrebbe suggerito questo. Invece il Codice risultava quasi totalmente estraneo alla Convenzione, al punto tale da sembrare, talvolta, che lo scrivente non fosse a conoscenza della CEP. Tutto il decreto è impostato su un concetto di paesaggio fortemente, se non unicamente, lega- to agli aspetti storici e culturali, basato su una gerarchizzazione dei valori paesistici in funzio- ne della storicità e della bellezza dei luoghi, an- che se le modifiche del 2006 ne hanno migliorato alcune parti: “La tutela e la valorizzazione del pae- saggiosalvaguardanoivaloricheessoesprimequali manifestazioni identitarie percepibili”, non consi- derando, nei fatti, tutta la ricchezza che la CEP segnala nei confronti delle relazioni tra le com- ponenti concrete ed oggettive, anche molto di- verse, e le componenti soggettive, e dell’impor- tanza del paesaggio, del suo dinamismo per la qualità di vita delle popolazioni, dei legami con il sistema socio-economico e del fatto che non esistono solo i luoghi eccezionali, ma che anche i luoghi degradati necessitano di attenzione. Nel Codice tutto ciò esiste in modo molto sfumato, quasi un contorno”Ai fini del presente codice per paesaggio si intendono parti omogenee di territorio i cui caratteri distintivi derivano dalla natura, dalla storia umana o dalle reciproche 3 interrelazioni . Mentre nella definizione esiste il concetto di relazione, gli strumenti attuativi sono in netta prevalenza diretti alla tutela dei “beni paesaggistici”, ossia di oggetti ben identificabili e indipendenti da un contesto statico che può anche essere estraneo. Questo concetto porta alla conservazione museale di qualcosa che vive, Ora, intorno al paesaggio, c’è il fragore del cara- vanserraglio dei fuoriusciti da quel deserto dove il nulla era un oggetto prezioso, sconosciuto ai più. Improvvisamente il numero dei “paesag- gisti”, o simili, è cresciuto esponenzialmente generando in tempi brevissimi una quantità di esperti, inesistenti fino al 1999: un nuovo mira- colo italiano. Ma il nostro è uno strano paese: nel tempo intercorso tra la firma e la ratificazione della CEP, lo Stato italiano ha ritenuto opportuno dotarsi di un altro provvedimento inerente il Paesaggio: nel 2004, vara il Codice dei Beni culturali e del Paesaggio . Poteva trattarsi dello induce a non vedere le relazioni fondamentali tra elementi diversi, tra le parti e il tutto e viceversa, tra gli oggetti e le persone che li vivono: ma anche l’oasi più protetta, se il deserto avanza, tende a inaridirsi perché le relazioni contano più dell’oggetto in sé. Il codice porta a dividere il nostro mondo tra paesaggi di serie A da tutelare e proteggere e paesaggi di serie B e C nei quali è ammesso perpetrare qualsiasi scempio. Senza pensare che, tra l’altro, il degrado dei paesaggi di serie B e C, nel tempo, investirà anche la serie A perché se le regole cambiano, poi, cambiano anche i giocatori. La CEP, invece, ci ha spiegato come mai siamo riusciti a compiere tutti quei danni: il paesaggio, ci dice, non è solo dentro la nostra testa e non è solo in certi luoghi. Il paesaggio è tutto il nostro mondo, è quello che ci circonda, che tocchiamo, manipoliamo, vediamo, decodifichiamo e, quindi, modifichiamo secondo le nostre necessità e voglie. E dopo averlo modificato, lo vediamo ed elaboriamo diversamente: è cambiato, ma non solo nella nostra testa. E’ cambiato veramente, talvolta sparito, consumato. La CEP, inoltre, invita a “riconoscere giuridica- mente il paesaggio”. Si tratta di una grande novi- tà nei confronti della tutela e della gestione del paesaggio, ripresa peraltro dal codice che intro- duce il regime sanzionatorio per le violazioni alla tutela dei beni paesaggistici (non del pae- saggio). E’ da segnalare come l’idea europea di paesaggio sia quella di un oggetto concreto, in qualche modo individuabile, e rappresentabile, tanto da poter essere difeso nelle aule dei tribu- nali, se pur variamente interpretabile e percepi- bile dalle popolazioni. Peraltro, al momento attuale, Il Codice del Paesaggio resta l’unico strumento attuativo per la gestione del paesaggio, e fornisce disposizioni nei confronti della tutela dei “beni paesaggistici” (non del paesaggio), della formazione dei Piani paesistici, nonché del regime sanzionatorio in presenza di illeciti. In definitiva ci troviamo di fronte ad un profondo salto culturale, all’indietro, rispetto alla CEP, la quale, al contrario, ci spinge ad uno sforzo importante di integrazione tra le teorie scientifiche derivate dalle scienze ecologiche e dalla geografia, quelle storiche, estetiche e percettive derivate dal mondo dell’arte e della letteratura e quelle socio-economiche legate alle scienze sociali, psicologiche ed economiche. E in questa innovazione concettuale ci fornisce strumenti non tanto per la tutela, quanto per la gestione attiva di quel sistema dinamico che costituisce l’ambiente di vita delle popolazioni e che con esse si evolve e trasforma continuamente. E’ abbastanza interessante notare come, nei diversi paesi europei, ci siano delle diferenze sostanziali nell’intendimento del paesaggio, cosa che sottolinea ulteriormente l’importanza della Cep per un’integrazione e un completamento reciproco dei diversi concetti così da arrivare, in tutta Europa, ad un concetto che possa tener conto il più possibile della complessità che caratterizza il paesaggio. A questo proposito, mi piace ricordare un’episodio significativo: un paio di anni fa stavo traducendo un testo sull’incertezza nella pianificazione di M. Antrop (2006), in cui l’autore, belga, richiamando il testo della CEP, aveva ritenuto opportuno specificare ai suoi concittadini che “La convenzione richiama inoltre l’importanza dell’estetica, dei valori scenici e non solo le funzioni economiche, ecologiche e di utilità”, sottolineando l’importanza dei valori estetici e percettivi, che devono essere considerati al pari di quelli ecologici ed economici, quindi di gestione delle risorse naturali. Questi ultimi infatti, sono tradizionalmente dati per scontati nella cultura medio-europea sul Paesaggio, la quale ha da sempre influito fortemente sulla gestione delle risorse naturali. Al contrario in Italia, riferendosi ai medesimi contenuti della Convenzione, viene in genere sottolineato come novità il richiamo ai valori ecologici ed economici, spesso trascurati nelle teorie e nella prassi. Queste infatti, tendono a privilegiare le funzioni estetiche e percettive, con ricadute gestionali totalmente diverse da quelle medio Europee. Ecco che la Convenzione europea può giocare un ruolo veramente importante nell’amalgamare le culture e, conseguentemente, tracciare le strade per percorsi di gestione del paesaggio sempre migliori, che ne integrino la multifunzionalità. Mi piace concludere con un ultimo richiamo alla Convenzione: Il paesaggio deve diventare un tema politico di interesse generale, poiché contribuisce in modo molto rilevante al benessere dei cittadini europei che non possono più accettare di “subire i loro paesaggi”, quale risultato di evoluzioni tecniche edeconomichedecisesenzadiloro.Ilpaesaggioèuna questione che interessa tutti i cittadini e deve venir trattato in modo democratico, soprattutto a livello locale e regionale. Questo passo, se ancora rimanevano dei dubbi, sposta il valore del Paesaggio da “bene di lusso”, quindi opzionale, a “bisogno” per il benessere dei cittadini. Pertanto è necessario che la qualità del paesaggio, nella sua completezza, diventi obiettivo fondante di piani e progetti ed esca dal ghetto dell’”imbellettamento a posteriori”, funzione nel quale la visione estetica prevalente, in Italia, l’aveva relegato. Inoltre impone che la crescita culturale che la Convenzione ha spinto ad imboccare sia continua, rapida e difusa. Ciò per far sì che i cittadini siano in grado di rendersi conto dell’importanza del paesaggio e dei risultati delle modifiche indotte su di esso, e abbiano gli strumenti per non “subire i loro paesaggi”. Al termine di queste note sintetiche sulla molteplicità di intendere il Paesaggio, possiamo afermare che la complessità ha tante facce, ma l’oggetto è uno. E’ tempo di trovare la strada per descriverlo nella sua complessa interezza e di mettere questa nuova conoscenza al servizio delle scelte, in modo tale da limitare quelle sbagliate, quelle che consumano il Paesaggio invece di aiutarlo a vivere. Per fare ciò è indispensabile giungere ad una integrazione tra le diverse teorie parziali, al fine di sistematizzare quella che alcuni autori definiscono la “Scienza del Paesaggio” (Klijn & Vos, 2000, Farina, 2004). Tale integrazione non costituisce solo un interessante tema di dibattito scientifico, ma apre a nuovi approcci al paesaggio, con risvolti applicativi molto promettenti. Il cammino è sicuramente ancora lungo, non privo di difcoltà e necessita non solo di studi e ricerche, ma anche dell’atteggiamento che Popper attribuisce al vero pensiero scientifico nel richiamare la necessità di “falsificare” le teorie precedenti, al fine di trovare nuove soluzioni ai problemi, mantenendo, comunque, un atteggiamento di forte critica nei confronti delle nuove soluzioni, perché queste possano contribuire efettivamente ad un avanzamento del sapere scientifico e si possano formulare nove teorie realmente efcaci. Per quanto riguarda il paesaggio molte sono le tesi assolutistiche che vanno superate per poter giungere all’integrazione di cui sopra, ma la strada pare tracciata.
Riferimenti bibliografici Antrop, M., 2006, Landscape planning and uncertainty, in Gibelli, G., Brancucci, G. (a cura di), Pianificare L’Incertezza, Siep-Iale, Milano. Farina A., 2004, Verso una scienza del paesaggio, Oasi Alberto Perdisa. Klijn J. & Vos W., 2000. From Landscape Ecology to Landscape Science. WLO, Wageningen, Kluwer Academic Publ., 162 pp. Priore, R., 2006, Convenzione Europea del Paesaggio - Il testo adottato e commentato, Edizioni Centro Stampa d’Ateneo, Reggio Calabria, pp.95. Decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42. Decreto Legislativo 24 marzo 2006, n. 157. Legge n. 14-2006.
- Sono richiamati alcuni stralci del testo della Convenzione, all’interno dei quali si ritrovano molti degli aspetti che determinano la complessità del paesaggio e ne definiscono alcuni caratteri fondamentali. Il testo in corsivo è tratto dalla Convenzione. In neretto i concetti che si ritengono più importanti e che, analizzati uno per uno, contribuiscono a definire il paesaggio nella sua complessità. Si specifica che i testi sono tratti dalla difusa traduzione di R. Priore e G. Anzani (2006), non risultando, al momento, una traduzione ufciale da parte del Governo italiano.
- Decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42, modificato con il Decreto Legislativo 24 marzo 2006, n. 157, per quanto riguarda il Paesaggio.
- Le parti in corsivo si riferiscono al testo così come modificato con il D.L. 157 del 24-03-2006.
Gioia Gibelli
architetto è Vice-Presidente della Siep-Iale, Sez. Italiana della International Association for Landscape Ecology
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