Per un governo”federato” del bacino padano

Di Giuseppe Gavioli • 3 settembre 2008 • Categoria: Il Po e le sue agende

Novità in controtendenza? In poco più di un mese, attorno al bacino padano, registriamo due atti rilevanti: 1) il documento di analisi e di indirizzo, “Il Po: una risorsa per l’Italia” e lo Schema di programma operativo pluriennale, che connotano e concludono il IV “Congresso nazionale del Po” (Piacenza, 23/24 novembre scorsi 1) ; 2) la successiva delibera CIPE del 21 dicembre, che assume esplicitamente il “Progetto Valle del Fiume Po”, conseguente al Congresso, tra i “progetti strategici speciali” per il 2007/2013 con una dote di 180 milioni di euro, attribuita alla responsabilità dell’Autorità di bacino del Fiume Po e in capo al Fondo per le Aree Sottoutilizzate (FAS) per il Centro-Nord 2, dentro il Quadro Strategico Nazionale (QSN). In parallelo, la legge finanziaria 2008 introduce un riferimento esplicito al Po, “ai fini della riqualificazione e valorizzazione economica della regione fluviale del Fiume Po e della crescita del turismo”(art 2, n. 330), corredata da una posta simbolica(500milaeuroperognunodeglianni2008, 2009, 2010). Oltre alla dotazione generale di spesa per tutti i bacini, di 265 milioni per ciascuno degli anni 2008 e 2009, autorizzate dalla legge 183/89 (pianificazione di bacino) e 493/93 (piani stralcio), sia pure destinati a generici “piani strategici” e per di più adottati impropriamente dal Ministro dell’Ambiente e in parte altrettanto discutibilmente destinatiafinanziarediversifondiincapoallostesso Ministero (art 2, nn. 322, 323, 325, 326). Complessivamente: un primo sbocco di alcuni anni di una vivace attività promozionale e partecipativa, promossa dalla Consulta delle Province rivierasche del Po con la Segreteria generale dell’Autorità di bacino, ma nel contesto di una lunga transizione politica e istituzionale, segnata dalla pasticciata vicenda dell’insieme della controriforma della normativa ambientale (D.Lgs. 152/2006, cd “decreto Matteoli”), seguita da una revisione lasciata a metà dalla chiusura anticipata della legislatura, ma non solo. Nel bacino padano, queste difcoltà aggrava- no la condizione di scollamento del governo unitario del fiume e alimentano la dissipazione di iniziative scoordinate che richiedono una ri- soluta inversione di marcia su diversi piani. In- nanzitutto su quello istituzional: l’assunzione di responsabilità congiunta nella sede propria - l’Autorità di bacino - da parte delle Regioni che la costituiscono, assieme al Governo nazio- nale. L’attuale entropia istituzionale e culturale vie- ne segnalata dallo stesso fiorire di sinonimi di identificazione di questi territori, dai significati e per ambiti diversi, ma impiegati indiscrimi- natamente come fossero intercambiabili, (Pada- nia 3, Valle e Regione padana, Area padano/ve- neta; Nord e Nord/est, ecc), allusivi a realtà che si sovrappongono ma non si identificano: nella difcoltà crescente ad esprimere riferimenti co- muni riconosciuti. Alcuni hanno avuto fortuna nel linguaggio politico corrente dei movimenti secessionisti della Lega e delle diverse espres- sioni di insoferenza delle “marche” del Nord e Nord/est, fino ad identificare una cd “questio- ne settentrionale 4″ : paradossale rovesciamento ideologico della “questione meridionale”. Men- tre continua ad incontrare minore fortuna la lettura critica degli aspetti involutivi di queste realtà, sinteticamente individuate come “profon- do Nord”. In questo panorama oscillante, fatica ad avere spazio anche tra gli addetti ai lavori e nella cultura di larga parte delle stesse classi di governo di questi territori il riferimento alla realtà dell’ecosistema integrato delle acque e del suolo del bacino idrografico, del bacino padano, cui rapportare le politiche territoriali e urbanistiche di Regioni, Province, Comuni. Come prevede(va) l’introduzione nel nostro ordinamento la legge di riforma ambientale e istituzionale 183/89, riduttivamente definita “per il riassetto organizzativo e funzionale della 99 all’insegna della sostenibilità difesa del suolo”, in realtà per la regolazione integrata di acqua e suolo, nella modalità della cooperazione tecnica e istituzionale tra le Regioni per i territori di pertinenza di ciascun bacino e col Governo nazionale nei bacini di maggior rilievo: le Autorità di bacino, dal 1990 al 2006; abrogate col D.Lgs. 152/2006, riesumate (”prorogate”, come scrive il D.Lgs. 282 dell’ottobre successivo, “sino alla data di entrata in vigore del decreto correttivo” dello stesso D,Lgs 152/2006). Come è noto, anche per il nostro Paese e in termini vincolanti da 8 anni, la Direttiva comunitaria sulle acque 2000/60 rilancia in termini di innovazione di sistema la “gestione” (il testo italiano della Direttiva va inteso nel senso allargato di governo interattivo di regolazione e gestione) della tutela delle acque e via via della difesa dalle acque, a partire dalle alluvioni: appunto, a scala di bacino, singolo o coordinato nella forma del Distretto; e per gruppi di Distretti per i problemi comuni alle acque costiere. Come prevede(va) la proposta di revisione del D.Lgs. 152/2006 in materia ambientale (art 18, n.3), arrivata all’ordine del giorno del Consiglio dei Ministri con esasperante lentezza e senza l’impegno corrispondente alla importanza della posta in gioco da parte del Governo nazionale e delle Regioni. E ora saltata con la conclusione anticipata della legislatura. In questa fase dagli sviluppi incerti, segnata dalla fine di una stagione politica e culturale di almeno un quindicennio, sul versante delle politiche territoriali ed economiche, diventa un elemento indispensabile, discriminante, la riconduzione del progetto speciale strategico “Valle del Fiume Po” (un altro sinonimo, stavolta da riferire ai territori dell’asta centrale del bacino padano, oggetto dell’iniziativa della Consulta delle Province rivierasche del fiume assieme alla Segreteria dell’Autorità di bacino) alla responsabilità unificante dell’Autorità di bacino. Afollamento di soggetti e frantumazione delle decisioni Il IV° congresso di Piacenza segna un primo punto d’arrivo di sette tappe di avvicinamento5 di un viaggio lungo le città dei territori rivieraschi padani. Attraverso questo percorso e nel confronto tra diversi progetti locali e tematiche ricorrenti, le Province rivierasche sono chiamate alla prova - non scontata - di far maturare l’obiettivo dichiarato di portarli all’unità di riferimento comune, il fiume Po 6: a) oggetto centrale della pianificazione dell’Autorità di bacino del fiume, a partire dal Piano dell’Assetto Idrogeologico (PAI), approvato nel 2001, dopo due alluvioni (1994, 2000); b) misura di un programma che deve trovare, nella difesa comune della sicurezza delle popolazioni e del territorio della fascia fluviale e nella tutela e valorizzazione sostenibile dello straordinario patrimonio ambientale, culturale e storico del fiume, il suo elemento di identificazione e valore aggiunto. L’iniziativa, innestata sulla prima fase autono- ma della attività della Consulta attorno alle te- matiche del turismo, negli ultimi anni è venu- ta crescendo in collaborazione con la Segrete- ria dell’Autorità di bacino, in mezzo ad una ab- bondante ricchezza di organismi, tecnici e isti- tuzionali, che non hanno ancora trovato le mo- dalità condivise di un governo pienamente uni- tario, anche quando già esiste. E’ diventato allo- ra urgente vedere esplicitamente le smagliatu- re esistenti, tra i momenti tecnici e istituzionali, tra questi e i portatoti di interesse, tra i proces- si partecipativi e decisionali, tra il riconoscimen- to delle condizioni e dei vincoli necessari: nella formazione delle scelte, negli efetti specifici e di sistema, nelle retroazioni: di fronte ai fenomeni di scollamento settoriali, alla difcoltà a far pre- valere la discriminante dei beni comuni rispetto agli interessi aggressivi, nell’intreccio contrasta- to con le culture consolidate del senso comune e i comportamenti quotidiani prevalenti. Quanto ai soggetti. Come è noto, gli organismi istituzionali, tecnici e aziendali costituiti o coordinati dalle Regioni che operano sul territorio, con riferimento al bacino idrografico (ma non tutti coincidenti con esso), sono tuttora numerosi. Oltre all’Autorità di bacino del fiume Po, con sede a Parma, abbiamo:

  1. ) l’Agenzia Interregionale per il fiume Po (AIPO, già Magistrato per il Po 7), sempre a Parma, anzi nello stesso palazzo dell’Autorità di bacino, con 12 sedi decentrate;
  2. il Sistema delle Agenzie Regionali per 100 all’insegna della sostenibilità l’Ambiente (ARPA) del bacino, ancora a Parma e nello stesso palazzo, con un’intensa e qualificata attività di monitoraggio e di proiezione di scenari di medio periodo, in collaborazione con la Segreteria dell’Autorità di bacino, col progetto Re.Mo. del Po: un programma di azioni specifiche per l’asta del fiume Po 8; come sui cambiamenti climatici, assieme al Ministero Ambiente;
  3. l’Azienda Regionale per la Navigazione Interna (ARNI), in capo alla sola Emilia- Romagna, sulla base dell’Intesa interregionale tra le stesse Regioni che costituiscono l’AIPO, con sede a Boretto (Reggio Emilia).

Agli efetti di un reale governo unitario ed ef- ficace, tutti questi organismi devono fare rife- rimento a criteri conoscitivi e di monitoraggio delle condizioni delle acque e del suolo - alme- no coordinati e interattivi - a scala di bacino e comunque ricondotti ad una modalità di “co- mando” unitario, di pianificazione corrispon- dente: a seguito della legge di riforma 183/89, appunto l’Autorità di bacino, espressione diret- ta delle 6 Regioni padane e della Provincia auto- noma di Trento col Governo centrale. All’Autorità di bacino e di norma tramite le Re- gioni, per l’attuazione degli atti di pianificazio- ne fa riferimento il tessuto istituzionale dei 3023 Comuni, delle 36 Province e Comunità montane pa- dane,delleloroformeassociatedigoverno,apartire dagli Ambiti Territoriali Ottimali (ATO). Così come i numerosi enti e associazioni che gesti- scono e/o utilizzano l’acqua e il suolo: dalle aziende e società di gestione dei servizi idrici, anche a scala regionale e interregionale, alle so- cietà di produzione dell’energia, ai Consorzi di bonifica e idraulici. La parabola della formazione di un governo unitario del bacino L’avanzamento di un governo unitario e integrato del bacino è il risultato di un percorso complesso, lungo nel tempo e non lineare. Anche l’avvento dell’Autorità di bacino - di quella del Po in particolare - specialmente nella sua prima fase, ha operato:

  • sull’accelerazione dei piani di intervento obbligati da due alluvioni (1994 e 2000), ma anticipatori della logica e della formazione del Piano di Assetto Idrogeologico (PAI), approvato nel 2001;
  • sulla realizzazione di una intensa attività conoscitiva, introducendo una forte inno- vazione dei paradigmi di lettura e della for- mazione dei piani, in una logica di crescente interdisciplinarietà, negli organismi tecnici di governo del bacino, in alcune esperienze di elaborazione analitica e di scenario con singoli ricercatori ed esperti; come nella col- laborazione con alcuni settori universitari e altri centri di ricerca, di tecnici e professio- nisti che sono venuti costruendo sul campo vere e proprie équipes interdisciplinari (a fronte dell’esiguità numerica, ma qualificata, della dotazione interna dell’Autorità). Così da riutilizzare nel nuovo contesto proget- tuale le competenze già sperimentate nelle amministrazioni di provenienza, qualifican- do assieme una nuova generazione di tecnici attrezzati e colti.

Più difcile verificare quanto sia cambiato il grado di innovazione e qualificazione interdisciplinare degli interfaccia tecnici cresciuti nelle amministrazioni locali. Appare più facile verificarlo nelle amministrazioni regionali, soprattutto nella modalità di lavoro intersettoriale per problemi, progetti, aree specifiche, collegati a riferimenti di ecosistema di bacino e sottobacino e nei gruppi di lavoro comuni in sede di Autorità di bacino. Dove la presenza e la partecipazione dei tecnici regionali sono parte costitutiva del Comitato tecnico dell’Autorità: nella impostazione dei progetti e nella definizione delle direttive, nella formazione dei piani e nella loro anticipazione per stralci. Infine, sul piano della ricerca e della formazione di una comune cultura difusa, a partire dalla scuola, sono cresciuti numerosi centri locali di educazione ambientale. In particolare, dal 1995, il Centro di Documentazione, Informazione, 9 Educazione ambientale e ricerca sull’area Padana (CIDIEP), con sede a Colorno (Parma). Il Centro è finora costituito da tre delle Province rivierasche (Parma, Piacenza, Cremona), ha sottoscritto nel 2005 un accordo quadro con la Segreteria generale dell’Autorità di bacino, la Consulta delle Province rivierasche del fiume; e sta realizzando il Progetto “Partecipare il Po”, riconosciuto e cofinanziato (assieme allo stesso CIDIEP) dal Ministero della Pubblica Istruzione e in collaborazione con i suoi Ufci Scolastici Regionali (USR) di Lombardia, Piemonte, Emilia-Romagna e della Provincia di Rovigo 10; ed ora parte costitutiva del “Progetto Valle del Fiume Po”. Stanno anche prendendo piede molteplici ma- nifestazioni di riscoperta, ricerca e valorizzazio- ne sostenibile (dalla cultura al turismo ai cibi) di elementi identitari comuni: ultima in ordine di tempo, “Alla ricerca del grande fiume”, un viaggio di formazione lungo il corso del Po, in- trapreso dagli studenti dell’Università di Scien- ze gastronomiche di Pollenzo (Cuneo) e di Color- no (Parma), in occasione del cinquantenario della mitica trasmissione televisiva RAI “Viaggio nella valle del Po, alla ricerca di cibi genuini” di Mario Soldati. Ma tutta questa mole di soggetti e questa ac- cumulazione di attività conoscitive e di for- mazione, di governo e associative sono diret- tamente condizionate dallo sviluppo o dall’af- fievolimento della cultura reale e delle scelte nazionali e delle Regioni di ciascun bacino: le une e le altre incalzate dalle indicazioni vinco- lanti dell’Unione europea, di cui siamo parte. Pure anticipate per alcuni aspetti dalla riforma ambientale e istituzionale n.183/89, negli ultimi anni le indicazioni comunitarie vengono piutto- sto rincorse con scarsa partecipazione all’atti- vità della loro elaborazione e verifica da parte dei rappresentanti del nostro Paese. Con pesan- ti inadempimenti a scala nazionale e non solo, ripetutamente sanzionati in sede comunitaria. Persiste una consapevolezza inadeguata delle innovazioni di sistema, davvero “strategiche” introdotte col governo cooperativo dei bacini, invece che per separazione di ‘confini’ ammi- nistrativi, sia pure delle Regioni. L’indebolimento dell’idea della centralità del Po e del sistema padano, sta rischiando di far disperdere la stessa capacità di individuare i punti di appoggio del lungo faticoso percorso della formazione condivisa dello stesso pro- getto unitario di governo del fiume. E dunque del ricchissimo capitale unitario del reticolo - naturale e costruito - delle sue acque; della ac- cumulazione millenaria delle opere e dei giorni che hanno reso straordinario il patrimonio di questa grande “macroregione europea”, nella lun- ghissima continuità della “coscienza del fatto” in- dividuata da Carlo Cattaneo, come cifra distin- tiva della Lombardia, ma estensibile ai territori di tutto l’ecosistema; e che oggi costituiscono un ancoraggio fondamentale nella formazione di ogni progetto proiettato a costruire un futuro comune, con la responsabilità di ricondurvi il ri- sanamento delle alterazioni operate soprattutto nell’ultimo cinquantennio 11. Eppure nell’arco di quasi un quarantennio sono venuti crescendo movimenti e attestazioni positive di rilievo. Qui basta ricordare tre passaggi:

  • nella fase di formazione delle Regioni e nel clima di ottimismo di quegli anni, per impulso dell’Associazione “Amici del Po” il 2° Congresso nazionale del Po, a Mantova del ‘71, aperto da una bella prolusione di Cesare Zavattini “come uomo della strada”, vede un confronto appassionato tra i nuovi amministratori delle Regioni padane, studiosi, tecnici di valore, portatori di interessi, sulle condizioni e sulle idee da realizzare per la difesa delle caratteristiche naturali del fiume, innanzitutto per la sicurezza (per tutte, la colta e avanzata relazione di Mario Rossetti, Presidente del Magistrato per il Po sulla idraulica padana 12), sulle indicazioni di programma e di collaborazione;
  • la prima iniziativa congiunta delle Regioni padane, che pongono la questione del Po all’attenzione del Parlamento europeo (Strasburgo, 17-18 maggio 1988) 13;
  • la successiva Conferenza interregionale del bacino del Po in stretta connessione con l’Adriatico, che lancia il piano di risa- namento delle acque dell’intero bacino (Fer- rara, 9 febbraio 1989), a fronte dei processi di eutrofizzazione, poi del fenomeno delle mucillagini e a seguito della lunga azione di contrasto degli anni precedenti, per impulso della Regione Emilia-Romagna 14: probabil- mente la spinta finale all’approvazione del- la legge quadro di riforma del 18 maggio n. 183/89, modellata in prevalenza sul Po, per l’attenzione prevalente di quegli anni attor- no ai problemi delle acque del bacino padano 15 e dell’Adriatico (e assai meno a quelli di dimensioni minori e con problemi specifici diferenziati del Centro/sud).

Pianificazione di bacino e Piani territoriali locali In questa ultima fase, sul piano della elaborazio- ne, ildocumentodiindirizzodelComitatoscientifico della Consulta, Il Po: una risorsa per l’Italia, che accompagna la preparazione, aggiorna le analisi e fissa gli indirizzi del Congresso di Piacenza del 23/24 novembre scorso, rappresenta un impor- tante contributo alla formulazione dei possibili scenari evolutivi del bacino padano, dei sistemi di governo e di regolazione dei conflitti, del con- solidamento istituzionale e del coordinamento delle politiche, dell’azione informativa e dei pro- cessi partecipativi, sullo stato dell’arte (”cosa ha funzionato e cosa non ha funzionato”): per l’in- dirizzo delle politiche e delle opzioni strategiche nel bacino padano e dunque dell’asta centrale del fiume 16. Il documento aggiorna e sviluppa l’importante studio sul piano “strategico”, pre- disposto dall’Autorità di bacino con un gruppo di esperti, a conclusione del primo decennio di attività della stessa Autorità (2000) 17, intrecciato con il ricchissimo lavoro conoscitivo di analisi e pianificazione. Terreno immediato di verifica, il Piano di Assetto Idrogeologico (PAI): formalmente in vigore dal 2001, unificato dalla individuazione, tutela e recupero delle fasce fluviali, innanzitutto del fiume Po - e dunque dei territori rivieraschi oggetto della attività della Consulta delle Province del Po): formalmente, direttamente vincolante per la pianificazione regionale e locale. Proviamo solo a pensare cosa possono significare e quali efetti alimentare - intanto per questi territori e a scala di bacino - una lettura e un governo realmente coordinati dei territori dell’asta fluviale del Po. Innanzitutto attraverso la verifica e la formazione comune, in sede coordinata di Autorità di bacino, di un progetto unitario di tutela della sicurezza idraulica e delle popolazioni, di coordinamento e valorizzazione dei beni culturali e ambientali, dei processi decisionali, dei conflitti con elementi di ripresa in diversi territori rivieraschi del Po. Sulla base della conformità dei Piani Territoriali di Coordinamento Provinciale (PTCP) delle Province rivierasche del fiume con il PAI e della loro interazione si può realizzare: un vero e proprio piano stralcio integrato “strategico”, fornito della dote specifica della delibera CIPE del 21 dicembre scorso e in capo alla responsabilità dell’Autorità di bacino, con il supporto e la cooperazione dell’AIPO; e con la unificazione dei diversi strumenti di monitoraggio e controllo delle attività estrattive operanti sul corso del fiume, tuttora scoordinati tra loro, inefcaci e da verificare congiuntamente. Sarebbe allora possibile, assieme la tutela ambientale e alla sicurezza delle popolazioni, assicurare a questi territori almeno una parte delle entrate ricavabili da una attività estrattiva legale e sostenibile. Con la capacità di afrontare in termini corretti e integrati le possibilità e i limiti della navigabilità interna dell’asta centrale del Po e del Fissaro-Tartaro-Canal Bianco, che anche il Comitato di consultazione dell’attività di piano ha chiesto di unificare al bacino padano e domani alla sua forma di governo del Distretto. Si tratta di una opzione impegnativa ma reali- stica, che:

  • ridarebbe fisionomia unitaria e qualifica- zione riconoscibile della vivibilità e della valorizzazione di queste terre e del fiume, alimentata da una riappropriazione cono- scitiva difusa e partecipata, a partire dalle scuole (come il progetto in corso, già richia- mato”Partecipare il Po” 18);
  • raforzerebbe la capacità di interlocuzione reale dell’insieme del tessuto interregionale delle amministrazioni locali rivierasche verso ciascuna Regione e assicurerebbe una incidenza efettiva unificante ai PTCP nei propri territori di riferimento;
  • alimenterebbe un efetto di irradiazione e di moltiplicazione di intese analoghe per piani stralcio capaci di aggregare PTCP di più Province, innanzitutto nei territori delle fasce fluviali degli affluenti, anche interregionali (come per il Ticino, oltre naturalmente al Delta del fiume), dove possono svolgere un ruolo rilevante, anche di traino, i numerosi parchi fluviali già esistenti in tutte le Regioni del bacino.

E’ ancorandosi a questi obiettivi di lunga durata, avviati dall’iniziativa coordinata delle amministrazioni locali, che diventa possibile raforzare la capacità ordinaria di previsione e di far fronte in termini più efcaci alla intensificazione dei fenomeni ricorrenti di crisi: dalle alluvioni (1994 e 2000) alla scarsità di acqua (estati 2003 e 2006; “attesa” e poi non avvenuta, l’estate scorsa) di un bacino che da tempo immemorabile ne era ricchissimo. Come è noto, per fronteggiare crisi idrica del 2003 è stata sperimentata la “cabina di regìa”, che ha visto il ruolo centrale del Dipartimento della Protezione civile, ripresa successivamente e sempre più intrecciata con l’Autorità di bacino e coordinata dal suo Segretario generale, fino alla sua formalizzazione nel 2007 19. Adesso, l’accelerazione dei cambiamenti clima- tici, che sta producendo mutazioni di sistema a scala planetaria, impone una capacità di lettura e di azioni integrate anche a scala di ecosiste- ma di bacino, come è avvenuto rispettivamente l’estate scorsa da parte del Sistema delle Agenzie regionali per l’Ambiente del bacino 20; e già nel feb- braio precedente nell’accordo specifico tra le Regio- ni padane. Sia pure in parallelo alle modalità di governo unitario dell’Autorità di bacino. Cooperazione interistituzionale e partecipa- zione pubblica Se guardiamo allo stato di avanzamento del governo unitario e partecipato dei territori del bacino padano vanno intanto attuate modalità di cooperazione e - finora in misura minore - partecipative già presenti nella legislazione ita- liana. Infatti, nella cooperazione interistituzionale, le norme ci sono:

  • le Conferenze di programma, promosse da ciascuna Regione per i territori di propria competenza, di norma a scala provinciale, prima dell’approvazione dei piani, come si è cominciato a fare nella fase finale dell’iter di formazione del PAI del bacino padano), in attuazione della L. 365/2000;
  • le Intese dell’Autorità di bacino con le Province, di norma sulla base delle modalità disciplinate da ciascuna Regione del Po e in termini interattivi con la pianificazione di bacino, sui Piani territoriali di coordinamento provinciale (PTCP), che così assumono “il valore e gli efetti dei piani di tutela nei settori della protezione della natura, della tutela dell’ambiente, delle acque e della difesa del suolo e della tutela delle bellezze naturali” (art 57 D.Lgs. 112/98: cd Bassanini);
  • intese tra pianificazione di bacino e piani e programmi dei parchi e delle aree protette 21; 4) forme di cooperazione con le esperienze e i progetti di tutela e valorizzazione delle aree fluviali dei maggiori fiumi dell’Unione europea.

Come si vede, alcune norme già esistono. Tutta- via è sul piano della partecipazione pubblica, centrale nella Direttiva comunitaria 2000/60 (art 14: informazione e consultazione pubblica) e negli sviluppi successivi, che noi possiamo avere la spinta maggiore alla governabilità ri- conosciuta dei bacini idrografici nei prossimi Distretti. Infatti, emergono già da tempo con chiarezza l’insufcienza e soprattutto l’inefcacia di processi di pianificazione propri della logica del comando e controllo, dall’alto e dall’esterno, ancora fortemente presente nella cultura della 183/89. Anche le norme di modifica della 183/89 sulla cooperazione interistituzionale andavano in questa direzione. Si tratta allora di promuovere senza riserve sia i diritti di accesso reale alle informazioni da parte dei cittadini, utenti e no, sia le modalità della partecipazione dei portatori di interessi nella formazione e controllo delle decisioni, come nella regolazione dei conflitti. Nel bacino padano, abbiamo probabilmente le esperienze più ricche di modalità di consultazio- ne e di partecipazione pubblica in atto in Italia: dal Comitato di consultazione per l’attività di piano alla Consulta delle Province rivierasche, dall’associazione dei Comuni di Riva di Po ai Contratti di fiume. E finora in netta prevalenza nella fascia dei territori rivieraschi dell’asta del Po:

  • il Comitato di consultazione per l’attività di piano: è l’esperienza più lunga di partecipazione, promossa dalla stessa Autorità di bacino nel ‘94 e in funzione da 13 anni. Il Comitato, formato dalle rappresentanze dei principali portatori di interessi economici, sociali, delle associazioni ambientaliste, degli enti locali, dei Consorzi di bonifica, dell’ENEL, esprime il proprio parere - non vincolante - sulle principali scelte dell’Autorità di bacino, prima che vengano assunte. Purtroppo si tratta della sola esperienza esistente in Italia a scala di bacino. Appare significativo che tra le proposte di revisione del D.Lgs. 152/2006 (non approvata), venisse richiamata la forma dei Comitati di consultazione. Per il Comitato, si tratta in ogni caso di passare alla sua istituzionalizzazione e alla definizione di una modalità formalizzata della sua partecipazione alla formazione delle scelte di governo del bacino/Distretto e di suoi stralci 22. Alcune indicazioni vengono anche dal recente documento del Comitato 23;
  • l’associazione dei Comuni RIVA di PO: una esperienza pilota, promossa dalla Segreteria dell’Autorità di bacino con l’associazione di 90 Comuni, quasi tutti rivieraschi, costituita a seguito delle alluvioni 1994 e 2000, ‘Acqua, benessere, sicurezza’; e la collaborazione dell’Università del Piemonte Orientale di Alessandria e della Cattolica di Piacenza. L’associazione opera su tre filoni di progetto: per la riduzione del rischio, sostenibilità e conservazione integrata delle fasce fluviali (SAFE); per le attività di manutenzione e monitoraggio dei corsi d’acqua, individuate dal PAI; per lo sviluppo locale, attraverso la realizzazione di un’esperienza pilota sulle potenzialità del territorio;
  • i “contratti di fiume”: strumenti di programmazione negoziata collegati a processi di riqualificazione dei bacini fluviali, comprensiva degli aspetti paesistico- ambientali, attraverso una metodologia e un percorso di co-pianificazione, condivisi con tutti gli attori interessati. Si tratta di processi che tendono passare dalle azioni di tutela dell’ambiente a più ampie politiche di “gestione delle risorse paesistico-ambientali”. In particolare le Regioni Lombardia e Piemonte individuano “i contratti di fiume” come strumenti di attuazione dei Piani di tutela regionali, di norma per sottobacini fluviali; e si fa strada lo sviluppo di sinergie tra “contratti di fiume” e pianificazione territoriale provinciale (es. contratto di bacino del fiume Mella, in Lombardia) 24;
  • la Consulta delle Province rivierasche del Po: l’Associazione ha preso avvio nel 1991, inizialmente sulla promozione turistica; ne- gli ultimi anni è venuta rimodulando obietti- vi strategici e programmi. Come le esperien- ze di diverse decine di Comuni rivieraschi, il suo rilancio e aggiornamento degli ultimi anni hanno proceduto attraverso una colla- borazione stretta con la Segreteria dell’Auto- rità e una crescente attività di connessione tra le diverse realtà delle singole Province rivie- rasche (cui si è aggiunta quella di Modena, come invitata permanente), fino all’appros- simazione di una proposta integrata, come il “Progetto Valle del Fiume Po”, assunto in sede nazionale dal CIPE e inserito tra i pro- grammi del Quadro Strategico Nazionale 2007/2013 e cofinnziato in sede comunitaria e nazionale.

Condizioni/obiettivo di afdabilità nel gover- no del Po In questa fase di crisi della rappresentanza e di sfiducia nelle istituzioni, la sola partecipa- zione che può muovere e impegnare cittadini e portatori di interessi economici e sociali è quella che concorre alla formazione di deci- sioni e al controllo della loro attuazione, sulla base di garanzie riconosciute e amministrazio- ni afdabili: per ridurre e governare i conflitti, assumere decisioni efcaci, con il concorso fi- nanziario dei beneficiari/utenti delle concessio- ni e dell’utilizzo delle risorse pubbliche (canoni, contributi, tarife); e a fronte dei crescenti rischi ambientali (alluvioni, siccità, inquinamenti, ecc) nelle forme delle assicurazioni, già difuse in di- versi Paesi: una interpretazione allargata rispet- to al principio: “chi inquina paga”. La modalità della “gestione” del bacino, nella forma della cooperazione tecnica e istituzionale dell’Autorità di bacino/Distretto, già si fonda su una distinzione tra momento tecnico- conoscitivo istruttorio e politico-decisionale e sulla loro interazione esplicita e trasparente, da realizzare attraverso la partecipazione pubblica dei portatori degli interessi, garantiti da:

  • conoscenza delle condizioni e dei vincoli della riproducibilità di beni pubblici e comuni come l’acqua e della sostenibilità dei carichi sul territorio;
  • percorsitrasparentiecondivisiperregolareicon- flitti e la formazione di scelte non precostituite;
  • meccanismi tecnico-scientifici autonomi di monitoraggio e controllo.

Senza un impegno di questa portata, si alimentano aspettative che cadono rapidamente assieme ai processi partecipativi. Come credo avvenga col solo criterio della negoziazione, senza riconoscimento - sia pure faticoso - delle condizioni e dei vincoli comuni, come sembra invece propendere anche una indagine recente su alcuni progetti e sperimentazioni, proprio nel bacino padano, ruotanti attorno alle “politiche contrattualizzate” 25. Vanno esplicitamente in questa direzione gli indirizzi e la normativa dell’Unione europea di cui siamo parte: in particolare la Direttiva qua- dro 2000/60 in materia di acque e i suoi svilup- pi successivi, a partire da quella di contrasto delle alluvioni, finora largamente inattuate dal nostro Paese, come nella scarsa partecipazione alla attività di implementazione e verifica in sede comunitaria. Con la conseguenza di ripetu- ti richiami e sanzioni. Nonostante la crescita di un’attenzione di analisi e proposte di istituti di ricerca e di associazioni: oltre all’impegno per- manente del WWF, particolarmente attiva l’ini- ziativa della associazione onlus Gruppo 183 26, assieme allo IEFE Bocconi 27, sulla vicenda della formazione, revisione (purtroppo solo parzia- le) del D.Lgs. 152/2006 in materia ambientale (cd codice Matteoli) fino alla promozione della riflessione pubblica di analisi e proposta sulla applicazione della Direttiva e sulla modifica del D.Lgs. 152/2006 28, con la partecipazione del mondo scientifico, delle rappresentanze del Par- lamento e del Governo, delle Regioni e dei por- tatori d’interesse 29. La sottovalutazione della necessità di rivedere il Decreto Matteoli da parte del Governo di Centro/sinistra e delle Regioni lo ha modificato solo in parte, lasciando invariato l’impianto istituzionale e di ‘gestione’ dei Distretti; la caduta del Governo e la fine anticipata della legislatura hanno poi moltiplicato la confusione e la stessa credibilità della pianificazione e del governo integrato per ecosistemi. Dei rischi di scollamento dei piani In questo contesto pasticciato, le novità promos- se dall’impegno congiunto delle amministrazio- ni rivierasche del Po, dalle condizioni comuni e dagli interessi convergenti, con la Segreteria del- l’Autorità di bacino e le stesse attestazioni par- ziali raggiunte, se non vengono ricondotte alla logica e alla compatibilità della pianificazione esistente (il PAI, innanzitutto, naturalmente da verificare nell’interazione permanente con la pianificazione regionale e locale) e alla re- sponsabilità comune dei suoi contitolari (le Regioni nella sede comune dell’Autorità di bacino), sono esposte al rischio paradossale di venire vanificate dagli stessi soggetti quando si muovono in ordine sparso: nelle modalità della contrattazione diretta e parallela di cia- scuna Regione (o perfino Comune) con ciascun Ministero (o con lo stesso Ministro), con scarsa trasparenza, assenza di processi partecipativi, retroazioni distorte di sistema, magari in nome di una prassi difusa e altrimenti legittima (gli Accordi Programma Quadro: APQ). Quanto all’assetto idrogeologico. Stiamo parlando dei rischi concreti che sta correndo l’importante delibera CIPE del 21 dicembre scorso col relativo stanziamento di 180 milioni di euro per il “Progetto Valle del Fiume Po” (il linguaggio impreciso risente della modalità in cui è venuto prendendo corpo il progetto): a fronte delle pressioni convergenti a svuotare l’indispensabile riconduzione alla ‘gestione’ dell’ unità di comando ‘federato’ dell’Autorità di bacino. Pure richiamata espressamente nella delibera: e non per sottrarre competenze decisionali - la titolarità della programmazione regionale in materia di difesa del suolo - ma all’opposto per raforzare l’efcacia di sistema del governo cooperativo delle Regioni padane. E’ appena il caso di richiamare che gli interventi sui versanti a monte del corso del fiume hanno efetti diretti sulla sicurezza del corso d’acqua e delle popolazioni a valle; e che l’analisi e gli indirizzi definiti congiuntamente in sede propria, l’Autorità di bacino (con il supporto dell’AIPO), raforzano la correttezza e l’efcacia, il potere e la responsabilità di ciascuna Regione sull’intero corso del fiume e dunque sulla parte del territorio di propria competenza. Quanto alla tutela della qualità delle acque e dei suoi impieghi. Negli ultimi anni, l’attività di pianificazione delle acque e dei loro utilizzi vede la dilatazione delle spinte “separatiste” di ciascuna Regione, all’interno dei propri ‘confini’ amministrativi, anche tra le stesse Regioni del Po, dove pure appare di immediata evidenza l’inscindibilità “organica” dell’insieme del reticolo dei corsi d’acqua e dei laghi, in montagna e in pianura, delle acque superficiali e sotterranee, delle acque interne di transizione e costiere. La modalità di formazione e di governo dei Pia- ni regionali di tutela delle acque è il terreno di verifica più rilevante. Attorno ad essi è in corso una intensa attività di pianificazione e di fatico- sa riorganizzazione dei servizi idrici, in attua- zione della legge 36/94 (cd Galli), innanzitutto ad uso civile, (mentre continuano a rimanere sostanzialmente invariati quelli ad uso agricolo, che impiegano la maggiore quantità della risor- sa; per non parlare di quelli idroelettrici), nel contesto di radicali trasformazioni degli utilizzi delle acque superficiali e di falda. Con profon- de alterazioni della qualità e della disponibilità delle acque superficiali e sotterranee che vedono l’intensificazione delle cd “emergenze naturali” (siccità e alluvioni), la dilatazione degli inter- venti del Dipartimento della Protezione civile e - soprattutto nelle regioni del Sud - la moltipli- cazione dei commissariamenti di settore. Ora, proprio l’intensificazione dell’attività di pianificazione delle Regioni non si può dire veda un raforzamento della cooperazione permanente tra le Regioni in sede di Autorità di bacino (domani, Distretto). A partire dal punto di governo principale: la formazione e gestione comune del “bilancio idrico” quali/quantitativo tra le pressioni delle diverse domande d’impiego della risorsa e la sua disponibilità complessiva, nel medio e nel breve periodo. E dunque nelle azioni almeno coordinate di previsione e di conseguente riorganizzazione dei programmi: al fine di regolare tutela e distribuzione dei diversi utilizzi compatibili, fissare i canoni di derivazione e l’accollo degli oneri e dunque delle entrate necessarie alla tutela della risorsa, alla sua riproducibilità ed equa distribuzione territoriale e sociale. Per la verità, già il complesso D.Lgs. 152/1999, che pure introduceva forti elementi di innovazione, nel caso specifico apriva una falla nel sistema del governo a scala di bacino, previsto dalla riforma 183/89, in nome delle competenze di ciascuna Regione (art 44), ma guardando all’indietro: più alla legge Merli 30 che ai cambiamenti di sistema delle riforme-quadro 183/89 e 36/94 (cd Galli), peraltro abrogate dal D.Lgs. 152/2006, senza suscitare finora reazioni di rilievo. Così, in questa fase di scollamento difuso, an- che nel bacino padano gli elementi di separa- tezza in “confini”, sia pure regionali, rischia- no di avere la meglio sul raforzamento degli elementi comuni a scala di bacino e in primo luogo nel collettore centrale del Po. Oscuramento dell’”unità di comando federa- to”31 Queste “smagliature” alimentano i processi di scollamento. E’ in discussione la cd governan- ce: 32 parola chiave della politica e del politiche- se di questi anni, diventata un passpartout che “promuove un po’ troppo disinvoltamente i problemi (complessi) a soluzioni (facili)” 33. Se vogliamo utilizzare il termine governance come espressione dei processi normativi, partecipativi e decisionali, concertati con i portatori di interessi secondo criteri/obiettivi riconosciuti, e proviamo a verificarla nei territori del bacino padano (e alle scale ridotte locali, riprese ad esempio nei “contratti di fiume”), troppe volte impiegato come fungibile di significati ed estensioni diferenti, bisogna tenere conto che sullo stesso territorio abbiamo tanti soggetti di pianificazione, numerosi piani (dal PAI ai piani regionali di tutela delle acque), organismi di gestione e di partecipazione, ma si è oscurata l’”unità di comando”: il governo integrato e partecipato, riconosciuto ed efcace, dell’ecosistema di bacino padano, così come di quello dell’Alto Adriatico’ 34 (o delle “Alpi orientali”, come scrive il ‘decreto Matteoli’); e il coordinamento tra di loro e la Regione Marche, presso l’Autorità di Distretto del Po, per i problemi comuni delle acque costiere, come prevedeva la bozza di proposta di revisione del D.Lgs. 152/2006 (art17, n.3, in sostituzione dell’art 64 del Decreto Matteoli). Va sottolineato che, in queste condizioni e pro- spettive incerte, i territori della fascia riviera- sca del Po sono l’area più esposta e sensibile ai rischi e ai danni della mancanza di questo governo unitario: ancora più paradossale quan- do siamo ad una prima attestazione positiva quanto fragile del lungo lavoro di questi anni, che potrebbe contribuire a individuare ed af- frontare nodi centrali per tutto il territorio del- l’intera fascia rivierasca, di destra e sinistra del Po: da riscoprire e recuperare come eccezionale ricchezza indivisibile della sicurezza e della qua- lità della vita di queste popolazioni e per tutto il Paese. Con la possibilità, in ripresa innanzitutto da parte di chi ci vive, di riconoscere insieme alle nuove generazioni -indigene ed immigrate - questi territori come il patrimonio culturale, sociale ed economico principale di cui si è parte; E di concorrere a modificare - gradualmente e non da soli - il senso di marcia di una convi- venza che parta dal fiume, invece di voltargli le spalle. Allora si tratta di:

  • ripartire dal fiume e dai suoi affluenti, dal territorio del bacino del Po e dalla sua fascia rivierasca: vuol dire riconoscere - e tirane le conseguenze - che sono le istituzioni (innanzitutto le Regioni padane, insieme tra loro e in relazione interattiva con Province, Comuni, Comunità montane) a doversi rapportare al Po e non viceversa: da assumere congiuntamente - e non in ordine sparso - come condizione e misura della correttezza e della efcacia delle azioni di politiche territoriali ed economiche. Ogni volta che prevale la chiusura in “confini” amministrativi, non solo si danneggia la possibilità di difendere e valorizzare in termini di sostenibilità e sicurezza l’insieme del bacino, ma si riduce la stessa capacità conoscitiva, di programmazione, di governo di ciascuna Regione anche all’”interno” dei territori di propria competenza diretta. Del resto, come si possono pensare piani di assetto idrogeologico per confini amministrativi? O il bilancio idrico - fisico ed economico - tra pressioni della domande e disponibilità della risorsa, se non a scala di bacino? Peraltro già lo stabilivano la legge sui servizi idrici (art 3, la L. 36/94: cd Galli) e il D.Lgs. 152/99 sulla tutela delle acque dall’inquinamento e di recepimento delle Direttive 91/271 (trattamento delle acque reflue urbane e 91/676 sulla protezione delle acque dagli inquinamenti da fonti agricole (art 22);
  • prendere atto, a proposito della richiesta, ripetuta quanto generica, di un governo del Po, che l’ organismo non è da introdurre: c’è già, l’Autorità di bacino del Po, dal 1990 (cioè da quasi 18 anni).

Allora si tratta di fare la chiarezza necessaria e di assumere l’Autorità di bacino come il solo organismo istituzionale operante sul bacino padano, espressione diretta delle Regioni e dei loro poteri (col Governo nazionale, al fine di assicurare l’unità di indirizzo nazionale), nelle modalità di un vero e proprio governo “federato”, al quale ricondurre agenzie e aziende operanti nel bacino e di norma già espressione diretta delle stesse Regioni padane (non sempre di tutte). Dipende soprattutto da loro.

Scelte immediate di valenza strategica Si tratta di muoversi all’altezza della migliore elaborazione comunitaria e dei suoi indirizzi, peraltro vincolanti. E dunque di costruire una visione comune delle prospettive di queste ter- re all’altezza di una vera “macroregione europea”, assumere questa sfida, verificare insieme i nodi critici, promuovere le innovazioni necessarie e i modi di realizzarle, capaci di contrastare le vel- leità di ritorni centralistici, con l’autorevolezza e la forza di farlo. La questione è all’ordine del giorno, a partire dallo sblocco delle condizioni di stallo delle isti- tuzioni di governo”federato”. Nell’immediato:

  • per uscire da una condizione di precarietà e assicurare le condizioni ordinarie di funzio- namento dell’Autorità di bacino, va chiesto e ottenuto in sede nazionale la convocazione del Comitato istituzionale dell’Autorità di bacino per la nomina del Segretario generale dell’Autorità, senza alcuna giustificazione vacante da oltre sette mesi;
  • a proposito dell’afollamento degli organismi che si occupano del Po e degli interrogativi ricorrenti sulla loro pletoricità, va ricordato che l’AIPO (ex Magistrato del Po), non è un organismo istituzionale ma un’agenzia tecnica, espressione diretta ed esclusiva delle quattro maggiori Regioni padane, da riqualificare sempre di più sul piano tecnico e scientifico, innanzitutto per la gestione della sicurezza idraulica. La disciplina attuale, concordata a suo tempo dalle Regioni che la costituiscono, è finalmente in discussione. Ma non può procedere per “autoriforma” separata dall’insieme del governo del bacino. Fino a legittimare, come avviene disinvoltamente, un’AIPO alternativa alla stessa espressione istituzionale del governo dell’ecositema padano: l’Autorità di bacino, prossimo Distretto;
  • la stessa ARNI: azienda interregionale di gestione delle condizioni della navigazione interna del Po e idrovia ferrarese, (ancora) in capo alla sola Emilia-Romagna, è espressio- ne di una intesa tra le stesse quattro Regioni. Si tratta di vedere se debba restare azienda autonoma o vada inclusa (come sembra più efcace) in un riassetto razionale e integrato di funzioni che hanno punti in comune tra loro, operando sul corso del fiume (come l’AIPO), intrecciandosi necessariamente con l’attività di controllo sulla sicurezza e sulle attività estrattive in alveo.

In ogni caso, AIPO e ARNI, vanno almeno ricondotte sistematicamente all’organismo istituzionale di governo unitario del bacino, l’Autorità di bacino (domani Distretto). E questo può essere deciso fin d’ora dalle stesse Regioni padane, avendone già oggi tutte le competenze. A questo fine, appare non più rinviabile una verifica comune tra le Regioni padane in sede di Autorità di bacino, se si vuole evitare la crescita di canali paralleli impropri, ed assicurare una efettiva unità di governo; In questo quadro, la formazione della Consulta delle Province rivierasche del Po (come in parte le esperienze di diverse decine di Comuni rivieraschi dell’area centrale del Po) e i suoi sviluppi rappresentano almeno una esperienza indicativa delle potenzialità presenti e da sviluppare. Nata come iniziativa autonoma, esterna alla istituzione dell’Autorità dio bacino; negli ultimi anni ha rilanciato la sua attività, aggiornandone l’impostazione attraverso una crescente attività di connessione tra le diverse realtà delle singole Province rivierasche (cui si è aggiunta quella di Modena, come invitata permanente) e l’approssimazione a una proposta coordinata, il “Programma di azioni per la valorizzazione del capitale umano, naturale e culturale delle terre del Po”, assieme alla Segreteria dell’Autorità di bacino, assunto in sede nazionale e inserito nel Quadro strategico nazionale (QSN) 2007/2013. La dimensione della iniziativa della Consulta e il suo riconoscimento nel Quadro Strategico Nazionale per l’arco temporale di sette anni segnala l’importanza del progetto, va di pari passo - anche nel linguaggio - con la “pianificazione strategica” di bacino e segnala una modificazione in atto della stessa configurazione e natura della pianificazione di bacino, appunto in “pianificazione strategica”. In efetti si sta spostando il centro dell’analisi e delle politiche dalla cultura e dalla pianificazione “settoriale” di bacino, ma direttamente vincolante sulla pianificazione territoriale e urbanistica nei termini fissati dalla 183/89 (art 17), al cd piano strategico (di bacino? di area padana?), dove le politiche territoriali ed economiche e le proiezioni di scenario assorbono i programmi e le azioni sulle acque e del suolo. Si tratta di vedere da dove si parte e cosa va tenuta ferma: se cioè le azioni “settoriali” di tutela delle acque e del suolo restano, anzi dispiegano la loro condizione/obiettivo delle politiche territoriali/urbanistiche economiche, o vengono ridotte ad una condizione esornativa cui continuare a rendere omaggio formale. Dalla pianificazione di bacino alla pianifica- zione strategica? Sul crinale di questi approcci sostanzialmente alternativi, in questa fase incerta, con la necessità di individuare paradigmi di riferimento e di progetto, modalità di partecipazione e prove di esercizio di responsabilità, appare significativo che in una sede specifica come l’Autorità di bacino del Po stiano fiorendo una vivace attività seminariale e la produzione di scenari strategici 35. Assieme a ricognizioni sull’attuazione del PAI, i piani di tutela delle acque procedono separatamente da parte di ciascuna Regione, e sono a fatica riconducibili - anche nella conoscenza dei dati- ad una lettura unitaria alla scala di ecosistema di bacino e alla verifica di conformità degli stessi piani agli indirizzi astrattamente vincolanti dell’Autorità di bacino. Negli stessi pareri positivi espressi sui piani regionali, già compiuti, viene introdotta la formula cautelativa della revisionabilità del parere, lasciando almeno aperta la possibilità di modifica, non potendo cambiare la normativa. Come invece prevedeva la proposta di revisione della parte terza del decreto Matteoli, travolta dalla caduta del Governo Prodi e dalla fine della legislatura. Non siamo di fronte a una disputa accademica, ma alla modifica delle procedure che rendono più difcile il coordinamento dei piani regionali e il loro governo. Infatti appare problematico costruire e governare gli impieghi sostenibili delle acque, anche con il supporto dell’utilizzo dei canoni, delle tarife e delle contribuzioni, al di fuori della formazione e “gestione” del bilancio idrico quali/quantitativo tra disponibilità e impieghi delle acque per confini amministrativi, quelli appunto regionali. In realtà si sta transitando dalla pianificazione integrata e unitaria delle acque e del suolo a politiche disgiunte, con modalità ed efetti separati, astrattamente ricondotti ad obiettivi unitari di medio periodo (”strategici” appun- to), con retroazioni difcilmente misurabili. Invecedipassaredallepoliticheintegratedidifesadel suolo e delle acque, formalmente vincolanti quanto largamente disattese, ad una loro indispensabile in- tegrazioneconlepoliticheterritorialiedeconomiche, che riconoscano le condizione/obiettivo di sistema della tutela delle acque e del suolo (come si sta al- menointerminiaccelerati,percependoperl’aria,per l’energia a scale diverse) e l’inscindibilità tra tutela e sviluppoumanoedelcapitalenaturaleeculturaleche lo rende possibile. Nelle presenti difcoltà a passare alla innovazione di sistema dell’unità di comando complessoepartecipato, invocataperentoriamente fin dal primo Congresso del Po del 1928 - secondo l’ideologia del regime di allora - la delibera CIPE del 21 dicembre scorso, formulata al di fuori delle procedure proprie della pianificazione di bacino, con una identificazione approssimativa della stesso ambito di applicazione (”Valle del Fiume Po”) e senza la partecipazione diretta delle Regioni padane, ma nei fatti costruito con l’apporto della Segreteria dell’Autorità di bacino e poi fatto proprio dal Comitato istituzionale della stessa Autorità, segna il crinale significativo della ambivalenza del passaggio che stiamo vivendo. Questa ambivalenza espone la positiva novi- tà introdotta dalla delibera CIPE alle imme- diate pressioni di riappropriazioni indebite e di semplice spartizione amministrativa delle risorse messe a disposizione, che le hanno se- guite. Da contrastare nettamente:

  1. agganciando la delibera e lo Schema di pro- gramma 2007/2013 ai criteri ordinatori del- l’unità di comando “federato” e partecipato dell’Autorità di bacino/distretto;
  2. scegliendo esplicitamente di fare del pro- getto e del programma integrato della at- tuazione aggiornata del PAI nella fascia territoriale dell’asta del fiume, il punto di- scriminante di una pianificazione unitaria realmente strategica, in grado di superare la logica della semplice sommatoria delle richieste di ogni amministrazione locale ri- vierasca, come delle singole Regioni. E cioè di avviare l’ integrazione tra pianificazione di bacino e politiche territoriali ed econo- miche, nella logica di sistema della soste- nibilità, costitutiva della Direttiva comuni- taria 200/60 e dei suoi sviluppi e delle reali necessità di innovazione di questa “macro- regione europea”. Dove le stesse Province rivierasche nel loro insieme possano rico- noscersi congiuntamente ed essere ricono- sciute come interlocutore partecipe delle decisioni che le riguardano.
  1. I tre precedenti congressi: il I°, svolto a Piacenza dal 10 al 18 giugno 1927 (la copia anastatica degli Atti è uscita nel 2004; il II°, realizzato nella fase costituente delle Regioni, a cura dell’associazione “Amici del Po”, si svolge a Mantova il 9 e 10 ottobre 1971 (Atti, Mantova, 1972; il III°, ‘Po, fiume d’Europa’, il 28 e il 29-31 marzo 1984, rispettivamente a Milano e Ferrara, promosso dall’associazione ‘Amici del Po’e dall’Assemblea del Consiglio d’Europa (Atti, Franco Angeli, 1985). Passaggio intermedio tra i ‘congressi del Po’ e l’approvazione della legge di riforma 183/89, la convenzione di Piacenza del 10- 12 giugno 1988, “Po, Arno, Adige,Tevere”, promossa dall Provincia di Piacenza, dall’UPI nazionale e dall’associazione ‘Amici del Po’.
  2. Delibera CIPE 21 dicembre 2007 sull’attuazione del Quadro Strategico nazionale (QSN) 2007-2013.
  3. Padanìa, come accentava Cesare Zavattini, secondo quanto testimonia Marzio Dall’Acqua: Il fiume che non divide, in: Bianco e nero. Il Po, a cura del Centro studi padano ‘Po 2000.Riccardo Bacchelli’, Parma 1993, ripreso da G.Gavioli, Verso Mezzogiorno. Un itinerario padano, ‘Meridiana’, rivista di storia e scienze sociali nn 34-35, Donzelli Roma, pag 209, n.1, ora nella raccolta omonima di scritti, Diabasis Reggio Emilia 2004.
  4. Una prima lettura di un osservatorio ‘esterno’: Questione settentrionale, numero monografico di Meridiana cit, n.16, 1993. Le analisi specifiche vengono introdotte da un saggio redazionale, Questione settentrionale, pagg 9-18. Una proposta di rilettura complessiva aggiornata, sia pure centrata in prevalenza sugli aspetti economici, nell’Annale Feltrinelli, La questione settentrionale. Economia e società in trasformazione, a cura di Giuseppe Berta, Milano 2007. V. in particolare, assieme al saggio introduttivo di Berta, filo conduttore delle analisi dei vari contributi, la ricostruzione del contesto culturale in cui prende corpo, alla fine degli anni cinquanta, la formula ‘questione settentrionale’, in termini ‘oppositivi’ alle culture dominanti della ‘questione meridionale’: Luciano Cafagna, La questione settentrionale nell’Italia contemporanea: un’autointervista, pagg 1-12. Dove vengono ricostruite l’idea e la realizzazione dell’Antologia di scritti, ‘Il Nord nella storia d’Italia’ dello stesso Cafagna, uscito nel 1962 da Laterza, lo stesso editore che un anno prima aveva pubblicato con successo, l’antologia, ‘Il Sud nella storia d’Italia’, a cura di Rosario Villari.
  5. Mantova, Lodi, Cremona, Torino, Roviglo, Parma Da ultimi gli Atti della tappa di Mantova del 2 aprile 2007: Un Po un fiume da salvare. La sicurezza territoriale e la gestione delle magre, Diabasis, Reggio Emilia 2007. Per una informazione più dettagliata delle iniziative di avvicinamento: www.iv congressonazionaledelpo.it.
  6. Un futuro sostenibile per il Po: Programma di azioni per la valorizzazione del capitale umano, naturale e culturale delle terre del Po, a cura della Consulta delle Province rivierasche del Po e della Segreteria dell’Autorità di bacino, in corso di definizione.
  7. Costituita dalle Regioni Piemonte, Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto.
  8. Progetto Re,Mo. del Po: Progetto per la condivisione delle conoscenza e lo sviluppo di sistemi informativi e di monitoraggio su temi specifici di interesse per la pianificazione di bacino
  9. Tra le ricerche ambientali, storiche e di innovazione dei paradigmi di formazione realizzate dal CIDIEP: Un Po di terra, Guida all’ambiente della bassa pianura padana e alla sua storia (2000), Un Po di acque. Insediamenti umani e sistemi acquatici del bacino padano (2003); infine, Un Po di carte. Tavole cartografiche (2007), per impulso del Servizio idrografico del Po e poi dell’ARPA Emilia-Romagna. Il progetto è stato impostato e diretto da Lucio Gambi con gruppi di ricerca coordinati rispettivamente dallo stesso Gambi con Carlo Ferrari, e poi da Ireneo Ferrari con Gilmo Vinello e con Maurizio Pellegrini. I tre volumi sono editi da Diabasis, Reggio Emilia.
  10. Protocollo d’Intesa quadro per un’educazione alla sostenibilità e una formazione ambientale allo sviluppo sostenibile della valle del Po (9 novembre 2005), sottoscritto dal Segretario generale dell’Autorità di bacino, dal Presidente della Consulta delle Province rivierasche del Po e dal responsabile del CIDIEP; al Protocollo hanno fatto seguito: a) il seminario sulla proposta di progetto “Partecipare il Po”, promosso dal CIDIEP con l’Autorità di bacino, le Regioni Piemonte, Lombardia, Emilia-Romagna, insegnanti e Ufci scolastici regionali interessati, e concluso dal Viceministro alla Pubblica Istruzione Mariangela Bastico (Colorno 29 giugno 2006. Gli atti, sul Notiziarioo CIDIEP, maggio 2006, gennaio 2007 e sul sito: www.cidiep.it; b) il seminario residenziale sulla definizione del progetto operativo “Partecipare il Po” (Colorno, 14-15 giugno 2007) e quello successivo sulla sua stesura con un gruppo di insegnanti delle scuole delle Province rivierasche (Parma, 29 agosto 2007); il seminario residenziale sullo stato di avanzamento della realizzazione del progetto, con la partecipazione dei rappresentanti dell’Autorità di bacino e della Consulta delle Province rivierasche, degli Ufci Scolastici Regionali del Ministero e dello stesso Ministero (Colorno, 15-16 febbraio 2008).
  11. Una documentazione della mescolanza tra competenze collaudate e disinvolte apologie di grandi opere di alterazione strutturale del corso del fiume Po, dopo il primo sbarramento di Isola Serafini, la relazione del presidente del Magistrato per il Po, Giandomenico Cammarata favorevole alla bacinizzazione dell’asta del Po, anche a fronte delle numerose riserve avanzate dal Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, e ribadita nelle conclusioni (”Abbiamo fatto un convegno sul tema “Po fiume d’Europa”; perché proprio il Po non deve avere quelle stesse caratteristiche anche artificiali ed artificiose che hanno altri corsi d’acqua per servire meglio i territori che attraversano?”): 2° Convegno di Idraulica Padana, con la partecipazione del Ministro dei LLPP Franco Nicolazzi, Parma 15-16 giugno 1984, Atti, parte I°, pp. 81-2, 348-9, a cura del Ministero dei Lavori Pubblici, Magistrato per il Po,
  12. 2° Congresso nazionale del Po, promosso dalla associazione ‘Amici del Po’, Mantova 9-10 ottobre 1971, Atti, vol 1°, pagg 43-52: “ConsideratiiparticolaricaratterideideflussidelPoedellororegimedipienanonchéquellideiterritoriadiacentiedelleloroesigenzedi sicurezza, sono ancora una volta da confermare i concetti espressi in altre occasioni: lungo il corso medio e inferiore del Po non possono essere eseguite opere di sbarramento: le acque relative a qualunque stato idrometrico debbono avere la via di recapito al mare libera da ogni ostacolo, perché ogni occlusione, anche se governata, può essere la causa diretta di disastri alluvionali. Le afermazioni contrarie, anche se basate su considerazioni ed esempi tratti da altri corsi d’acqua europei, non possono essere accolte per il Po, se obiettivamente si vogliono riconoscere le dissomiglianze di regime ideologico e di ambiente idraulico”. A queste osservazioni vanno aggiunte le lucide analisi degli efetti devastanti delle estrazioni di materiale lapideo e sugli inquinamenti (pp. 48-51).
  13. Regioni Piemonte, Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto: Il sistema ambientale padano-adriatico, documento base per gli incontri con i rappresentanti del Parlamento europeo, Strasburgo 17-18 maggio 1988, seguito da un pronunciamento dello stesso Parlamento, che assume per la prima volta in sede comunitaria il problema del Po.
  14. V. Convegno nazionale di Ferrara, 11 gennaio 1985, “Po e Adriatico”, promosso dalla Regione Emilia-Romagna e dalla Provincia di Ferrara e concluso dal Presidente del Consiglio, Bettino Craxi, Atti, “Po e Adriatico: risanamento e sviluppo sono compatibili. Come?”, Cappelli, Bologna 1985.
  15. Come conferma il fervore di iniziative che accompagnano la formazione della legge e soprattutto l’avvio dell’Autorità di bacino del Po. Per tutti, i convegni a cadenza annuale, dal 1989 al 1992, nazionali e internazionali, promossi dalla fondazione “Po 2000″, presieduta da Claudio Martelli e diretta da Achille Cutrera (gli atti vengono pubblicati a cura della Fondazione.
  16. Il Po: una risorsa per l’Italia, relazione a cura del Comitato scientifico. Il comitato, presieduto da Roberto Passino, è composto da Armando Brath, Rita Celerino, Enrico Cicciotti, Giovanni Cordini, Ireneo Ferrari, Roberto Gambino, Giuseppe Marchetti, con i contributi di Fabio Luino, Benedetto Meloni, Francesco Puma. Il testo è reperibile anche sul sito del Gruppo 183 (www. gruppo183.org).
  17. Il Po fiume d’Europa: riflessioni e proposte sulle strategie di pianificazione, a cura dell’Autorità di bacino, coordinato da Roberto Passino, Segretario generale e composto da Giuseppe De Matteis, Bruno Dolcetta, Pier Francesco Ghetti, Rossella Palomba, Giuseppe Roma, con i contributi di Giovanni Cordini, Laura Raimondo, Furio Dutto, Ivo Fresia., Parma gennaio 2000, purtroppo a lungo senza seguito.
  18. V. nota 12.
  19. La Cabina tecnica di regìa, presso l’Autorità di bacino, è coordinata dal Segretario generale dell’Autorità di bacino ed è composta dai Ministeri dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, delle Politiche agricole alimentari e forestali, dello Sviluppo economico; dalle Regioni Valle d’Aosta, Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, Provincia autonoma di Trento; dai Consorzi del Ticino, dell’Adda, dell’Oglio; dal Commissario regolatore del lago d’Idro; dall’Agenzia interregionale per il fiume Po; dall’associazione nazionale bonifiche, irrigazioni e miglioramenti fondiari; da TERNA; dal Corpo Forestale dello Stato. Il Centro funzionale della Regione Emilia-Romagna provvede al necessario supporto competente quale riferimento della cabina tecnica di regia del fiume Po ed ha il compito di acquisire i dati idrometeopluviometrici da tutti i Centri Funzionali presenti nel bacino, secondo le disposizioni del Commissario delegato emergenza idrica dei territori dell’Italia centro-settentrionale Decreto Commiss. 13 luglio 2007).
  20. Il cambiamento climatico nel bacino del Po: variabilità e trend, relazione a cura di Stefano Tibaldi, in collaborazione con il sistema delle agenzie ambientali/APAT, Parma 26 luglio 2007, in preparazione della Conferenza nazionale sul clima.
  21. Stefano Picchi e Giorgio Pineschi, La Direttiva europea sulle acque: prospettive e opportunità per i parchi fluviali, in: Parchi e aree protette in Italia, ETS 2007; anche sul sito del Gruppo 183 ((www.gruppo183.org).
  22. Comitato di consultazione per l’attività di piano dell’Autorità di bacino del Po, Una riflessione approfondita in: La partecipazione pubblica nel processo di formazione dei piani gestione dei bacini idrografici, a cura di Emanuele Croci, Parma 29 settembre 2005.
  23. Il documento si pronuncia su diversi nodi aperti: 1) le competenze dell’Autorità di bacino distrettuale; 2) la delimitazione del bacino distrettuale padano; 3) la composizione degli organi deliberanti ed esecutivi dell’Autorità di bacino distrettuale con la richiesta di inserire i rappresentanti degli enti locali negli organi di governo del Distretto; 4) il coinvolgimento dei portatori di interessi alla governance del Distretto; 5) l’informazione e la partecipazione; 6) il finanziamento del settore della difesa del suolo.
  24. Filippo Dadone, Maria Elena Poggi, I processi partecipati per la riqualificazione dei bacini fluviali , 2007.
  25. Luigi Bobbio, Le politiche cotrattualizzate, in: Il futuro delle politiche pubbliche, a cura di Carlo Donolo, Milano 2006, pagg 59-79.
  26. L’associazione onlus Gruppo 183, attiva dal 1995 sui problemi della tutela delle acque e della difesa del suolo, con riferimento anche simbolico alla legge di riforma 183/89, si è venuto qualificando per una lunga azione di analisi e proposta: a) sui problemi della pianificazione di bacino, sui servizi idrici e sulla difesa del suolo, con particolare riferimento al Mezzogiorno; anche con uno studio sistematico del loro stato di avanzamento nelle Autorità di bacino di rilievo nazionale e e di quella pilota del Serchio e assieme a loro; b) sulla attuazione della Direttiva 2000/60 in materia di acque; c) sulla formazione del confuso D.Lgs 152/2006 in materia ambientale, che ha abrogato le Autorità di bacino di rilievo nazionale , sostituendoli con organismi a dominanza centralistica, ‘resuscitate’ alla fine del 2006.(i documento sono reperibili sul sito dell’associazione: (www.gruppo183.org).
  27. L’attuazione della Direttiva comunitaria sulle acque (2000/60).Sfide e opportunità per una politica sostenibile dell’acqua in Italia, convegno promosso da IEFE/Bocconi, Legambiente, Gruppo 183, Milano 17 ottobre 2003; Partecipazione pubblica nell’attuazione della Direttiva comunitaria sulle acque 2000/60, convegno promosso da IEFE/ Bocconi, Università di Udine, Gruppo 183, Milano 30 maggio 2005 (www.gruppo183.org).
  28. Sull’attività degli ultimi due anni: le Note critiche di lettura che hanno accompagnato la formazione del D.Lgs 152/2006 in materia ambientale; nella nuova legislatura avviata nel 2006, la promozione del convegno di proposta, ‘La sfida dei Distretti idrografici per il governo cooperativo delle acque e del suolo: la revisione del D.Lgs 152/2006 in materia ambientale’, con il Comitato Turroni, le rappresentanze delle Regioni, delle Autorità di Bacino, delle Commissioni competenti di Camera e Senato, delle associazioni ambientaliste e di esperti, del Ministro Pecoraro Scanio, Roma 7 novembre 2006; infine, le Note di analisi e di proposta sulla prima bozza provvisoria del ‘Comitato Turroni’ del 7 dicembre 2006, sul documento di osservazioni delle Regioni del 18 aprile 2007, sulle successive stesure dello stesso Comitato Turroni (luglio/settembre 2007). I testi sono reperibili sul sito dell’Associazione (www.gruppo183.org).
  29. Per un’analisi aggiornata: Paolo Urbani, relazione al convegno, Governo dei sistemi fluviali e qualità dell’ambiente, Stresa, 19 ottobre 2007 (www.pausania.it) ;anche su:(www.gruppo183.org).
  30. Legge 10 maggio 1976, n. 319: Norme per la tutela delle acque dall’inquinamento, approvata quando non esisteva la modalità di tutela integrata e la regolazione delle acque e del suolo a scala di bacino nella modalità della cooperazione tecnica e istituzionale dell’Autorità di bacino (13 anni dopo!), già innestava questa dimensione quando prevedeva la redazione del piano generale di risanamento delle acque a scala di bacino, sulla base dei piani regionali, aggiungendo “il controllo della compatibilità dei piani regionali di risanamento delle acque relativi ai bacini idrografici a carattere interregionale, anche attraverso conferenze permanenti interregionali, promosse dal Ministro per i lavori pubblici”(artt 1, lett d; 2, lett c). Del resto, come sopra si è ricordato, la prima Conferenza interregionale del bacino del Po in stretta connessione con l’Adriatico (Ferrara, 8 febbraio 1988), alla vigilia dell’approvazione della legge 183/89, lancia il piano di risanamento generale delle acque del bacino e non la sommatoria di quelli regionali, con una interpretazione estensiva della stessa Merli. Adesso, si sta rischiando di tornare indietro, in ordine sparso.
  31. Il termine viene usato per indicare una necessità decisiva al I°congresso del Po (Atti cit, prefazione di S.E. Alberto De Stefani) e ripreso ripetutamente nel corso dei lavori.
  32. “Ilconcettodi’governance’designalenorme,iprocessieicomportamenticheinfluisconosulmodoincuilecompetenzesonoesercitatea livello europeo, soprattutto con riferimento ai principi di apertura, partecipazione, responsabilità, efcacia e coerenza”, La Governance europea. Un libro bianco, Commissione delle Comunità europee, 5 maggio 2001, pp. 8, n.1; 10-11.
  33. Una rassegna della letteratura: Denika Cepiku, Governance: riferimento concettuale o ambiguità terminologica nell’innovazione della P.A? Roma 2004; per una analisi critica: Silvano Bellini, Miss Governance, J presume, in Meridiana, Riformismo/i, nn 50-51, Roma 2004, pagg 181-209.
  34. Antonio Rusconi, relazione al convegno: Il governo delle acque delle Regioni del Distretto idrografico del Nord-Est, promosso dall’IUAV/università, CIRF, Gruppo 183, Venezia 16 marzo 2007 www.gruppo183.org
  35. V. i materiali di analisi e di lavoro coordinati dalla Cooperativa Architetti e Ingegneri di Reggio Emilia (CAIRE), per conto della Segreteria dell’Autorità di bacino, che vanno da una ‘lettura strutturale del PAI’ a manuali di valutazione delle politiche, ad agende di lavori tematici e complessivi, tutti coordinati al fine del”Piano strategico”.

Giuseppe Gavioli
tra i promotori dell’associazione per la difesa del suolo e delle risorse idriche “Gruppo 183” (Roma) e responsabile del Centro di documentazione, informazione, educazione ambientale e ricerca sull’area padana (“CIDIEP”, Colorno/Parma)
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