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Di Giuseppe Gario • 28 luglio 2011 • Categoria: NOTIZIARIO 2011 IN PROGRESS

Nei giorni scorsi m’è capitato di leggere su un pullman turistico questa scritta, bene in evidenza in bianco sul colore nerofumo della carrozzeria:

PULLMAN

ACQUISTATO

SENZA

CONTRIBUTO

REGIONALE

È un modo interessante di rivolgersi ai propri clienti anche potenziali, ai quali in poche parole e poco spazio si dicono diverse cose: l’azienda basta a se stessa; e l’imprenditore anche; entrambi fanno a meno di contributi che creano dipendenza e possono togliere il gusto e la capacità di fare soldi con il lavoro e l’intelligenza; delle istituzioni pubbliche è meglio fare a meno, di questi tempi. La cosa più interessante forse che imprenditore e azienda rispondono a una domanda inespressa ma latente dei cittadini/consumatori:

l’azienda non sta facendo pagare i suoi servizi due volte, una col contributo e l’altra col biglietto. Il valore civico condiviso da imprenditore e clienti è il rispetto reciproco. Il rispetto reciproco è forse il più forte legame di civiltà. Negli Stati Uniti, terra di libero mercato ma anche di democrazia più robusta e matura di quella media europea, ci si sta accorgendo che i cittadini respingono i governi non quando sono “troppo grandi”, ma quando non rispettano la volontà dei cittadini (George Lakoff, a Berkeley). Ciò vale ancor più in Europa, dove una tradizione un po’ cinica vuole che il popolo accordi al governo non fiducia, ma solo (temporaneo) favore.

Che tra cittadini e governi ci sia fiducia o favore, il rispetto che i cittadini hanno per se stessi e per il loro prossimo è comunque il primo e fondamentale indizio della qualità di una società civile e delle sue istituzioni; e questa qualità ha il grande pregio di poter essere riconosciuta e valutata da ogni persona “a casa sua”, nel suo ambiente di vita e lavoro. La democrazia e il mercato nascono dal basso e sono corrotti dall’alto, ma solo se il basso lascia fare o magari partecipa, per viltà o inciviltà, alle ingiustizie fatte dai forti ai deboli, la più inaccettabile mancanza di rispetto. Per gli altri, ma anche per se stessi, come dimostra l’esperienza, anche se ci vuole tempo prima che la mancanza di rispetto per gli altri lo diventi anche per se stessi. Nel suo diario del 5 maggio 1945, una giovane berlinese paragona il popolo tedesco a un gregge condotto al macello dal suo governo (nazista), che però col tacito consenso dei cittadini aveva già condotto al macello i malati mentali e poi gli ebrei, gli zingari, gli omosessuali, … .

È una questione di stile, nei grandi come nei piccoli fatti della vita. Se un imprenditore o un manager o un lavoratore è nervoso sul lavoro ( sarà anche in famiglia e con gli amici, se ne ha. La differenza è che se si hanno maggiori responsabilità, si possono fare danni maggiori e più diffusi. E anche lo stile si può riconoscere nei comportamenti ordinari, che sfuggono alle manipolazioni delle scienze cosiddette della comunicazione.

È questo il limite, forte e insuperabile, della pure impressionante possibilità dei media, e più in generale dei comunicatori, di manipolare le voci e le coscienze, di ridurre tutto a propaganda e verosimiglianza. Il reale è ciò che viene percepito, inflazione compresa, ma la realtà si può sempre riconoscere per quello che è e prima o poi arriva il momento in cui la realtà si fa percepire per quello che è, e non per ciò che si vorrebbe che fosse. Anche questo è un dato di esperienza. Sempre nei giorni scorsi, in metrò (Milano è una piccola odissea quotidiana), non ho potuto fare a meno di ascoltare la telefonata di una giovane che commentava un corso di formazione: sì, sono andati in formazione e hanno

fatto tutto, ma poi hanno dovuto fare le stesse cose davvero, sul lavoro, e lì era una tutt’altra storia.Stiamo scoprendo una dimensione esclusivamente personale di comunicazione, molto più potente e libera di quella organizzata socialmente, perché non ha bisogno di parole o di azioni particolari per esprimersi, e funziona sempre. Si tratta dello stile, del modo di essere e di comportarsi, frutto di un’educazione che si è o non si è avuta, di una maturità che si è o non si è raggiunta, di una disciplina e di una intelligenza che si sono o non si sono coltivate, di un’esperienza e di un’attenzione per gli altri e per il mondo che si ha o non si ha. Questa forma di comunicazione è propria di ciascuno di noi e per definizione è trasparente, perché è come lo stare dritti con la schiena: se ci si è abituati si sta, ma se richiede un atto di volontà, ci si ritrova curvi.

Una delle conseguenze inattese dell’ondata di antistatalismo che ha preso piede negli ultimi vent’anni è la svalutazione di tutto ciò che è collettivo, indistinto, uguale per tutti anche se ogni persona è unica. Persino l’esercizio delle armi – che con la scuola ha costruito i cittadini degli stati nazionali – è diventato frutto di una scelta, più o meno libera. E la scuola pure.

In un manifesto pubblicitario una media superiore milanese si presenta come ‘la scuola dei vostri desideri’. Al contrario della scritta sul pullman, è un esempio di ambiguità.

Desiderare significa realizzare i propri sogni, facendoli scendere dalle stelle sulla terra.

Personalmente non sceglierei mai una scuola che fa questo tipo di promesse, che trovo un po’ troppo simili a quelle fatte a Pinocchio dal gatto e dalla volpe. Ma qui interessa il tentativo di personalizzare anche un’organizzazione sociale che ha il compito di dare a tutti un bagaglio culturale condiviso, dei riferimenti comuni.

Oggi, quel che rimane di manifestamente collettivo è la propaganda, la scienza della comunicazione artefatta, che vuole produrre un determinato effetto – una determinata percezione – a prescindere dalla verità degli argomenti e dalla liceità degli effetti. Come per il manifesto pubblicitario della scuola, il risultato è una grande confusione, tanto più se si cerca di capirne il senso comune (per tutti). Questa comunicazione non comunica alcunché e non stabilisce alcun legame: funziona solo se i destinatari la vestono con i loro sogni, o più propriamente con le loro fantasie, in cui finiscono di imbozzolarsi fino a perdere il contatto con la realtà, compresa quella percepita.

Quando le ispirazioni e le aspirazioni sono le proprie fantasticherie e la scuola di stile è la propria vanità, è inevitabile la deriva della comunicazione, specie politica, verso l’avanspettacolo e la balera. Desideri e sogni diventano barzellette. Ma non per tutti, e neppure per la maggioranza. Come per i giovani che si credono formati sin che il lavoro non li mette alla prova, così per la maggioranza (ma, penso, per tutti) la vita non è una storiella. Nonostante le apparenze, non le è neanche la vita condivisa che chiamiamo politica, benché la sua versione propagandistica voglia imporre il suo stile da balera e da avanspettacolo, com’è evidente anche in questi giorni.


economista, già direttore IReR e dirigente Banca Intesa
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