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Pianificazione e partecipazione in Toscana. Learning from Prato

Di Giancarlo Paba • 17 gennaio 2011 • Categoria: Partecipazione e dintorni

Una parte significativa dei progetti finanziati dalla Regione Toscana in base alla legge sulla partecipazione (L.R. 69/2007) riguarda la costruzione partecipata di piani comunali (i piani strutturali o i regolamenti urbanistici di Prato, Montespertoli, Grosseto, Bagno a Ripoli, Buonconvento, Civitella Val di Chiana)1. Molte delle esperienze sono ancora in corso e non è quindi possibile una valutazione complessiva dei risultati. In questo contributo sono contenute alcune considerazioni sui processi partecipativi che hanno accompagnato il piano strutturale di Prato, processi che, in particolare nella prima fase, sono stati gestiti da un gruppo da noi coordinato del Dipartimento di urbanistica e pianificazione del territorio dell’università di Firenze. Non è naturalmente possibile una descrizione analitica delle attività compiute (il rapporto finale e la documentazione sono consultabili nel sito del comune2). Nelle note che seguono ci limitiamo a fare un primo bilancio dei risultati e dei dilemmi che sono derivati dall’esperienza compiuta.

Partecipazione e elementi di contesto nel caso di Prato

Il processo partecipativo del piano strutturale di Prato costituisce un buon punto di osservazione per l’individuazione di alcuni dilemmi del rapporto tra pianificazione e partecipazione. La valutazione di questa esperienza consente di mettere in evidenza alcuni aspetti critici dei processi, legati a meccanismi gestionali inceppati e al problematico investimento politico-istituzionale. Il caso di Prato consente inoltre di verificare alcuni nodi del rapporto tra tecnica, partecipazione e politica, riconducibili ai seguenti aspetti:

•  Il ruolo della conoscenza nella formazione delle politiche urbane come “antecedente necessario della decisione”3. Il rapporto di complementarietà tra conoscenza esperta (derivata dalla formazione e dall’esperienza professionale) e conoscenza ordinaria (derivata dall’esperienza accumulata nel tempo e costruita interattivamente nel corso dell’azione), risulta complicato dai meccanismi di interazione multipla, innescati da un processo complesso di pianificazione, gestiti da una pluralità di attori diversamente responsabilizzati.

•  I temi della partecipazione come sfida per le politiche di governo del territorio chiamate a confrontarsi con la complessità dei problemi e la loro natura integrata. Il processo di costruzione interattiva dello statuto del territorio di un piano strutturale costituisce un impegno particolare per la partecipazione, più spesso abituata a confrontarsi con problemi specifici, temi circoscritti, tempi stabiliti. Tale processo deve infatti coniugare due questioni contrapposte: le implicazioni delle regole di lunga durata, costitutive dello statuto, e l’instabilità di uno strumento urbanistico, spesso sottoposto a varianti, in balìa delle oscillazioni della politica e degli interessi. Si tratta dunque di gestire una contraddizione costitutiva delle politiche di governo del territorio, che contribuisce a ispessire la barriera tra abitanti e istituzioni (ciò che è accaduto nel caso in questione), provocando l’inasprimento della situazione conflittuale, minacciando il buon esito del trattamento dei conflitti e la costruzione di soluzioni condivise.

•  La relazione e il coordinamento tra i tempi della partecipazione e i tempi tecnici di elaborazione del piano, ai fini di una reciproca utilità. L’ampiezza dello spettro delle conoscenze costruite interattivamente per la definizione dello statuto del territorio, mette in evidenza la difficoltà di condurre un processo in grado di affrontare “radicalmente” tutte le questioni poste in gioco: se da un lato mobilita e sollecita lo sviluppo delle potenzialità della partecipazione, dall’altro ne amplifica i limiti a fronte della debolezza dell’investimento istituzionale e della precarietà delle condizioni al contorno.

•  Il ruolo del facilitatore e il suo rapporto con i progettisti del piano. La questione proposta riguarda il profilo professionale del facilitatore e la sua competenza (o meno) rispetto all’argomento della partecipazione. Su questo tema si confrontano almeno tre posizioni diverse. La prima considera propedeutica all’efficacia del processo e alla correttezza del suo svolgimento, la totale estraneità (e imparzialità) del facilitatore, sia rispetto al processo tecnico che rispetto al tema trattato dalla partecipazione; la seconda valorizza l’importanza della terzietà del facilitatore rispetto al processo, ma sostiene la necessità di una qualche competenza sulla materia trattata; la terza posizione, da noi condivisa, sostiene l’importanza di un profilo professionale articolato, responsabile e attivo, ‘compromesso’ nel dialogo costruttivo con la struttura progettuale, impigliato nelle trame del lavoro tecnico; un ruolo quindi promiscuo e competente sia rispetto alla materia della partecipazione, sia rispetto al caso specifico trattato.

•  Il feedback della macchina amministrativa rispetto alla gestione contestuale del processo, alla definizione della posta in gioco e alla costruzione delle premesse per il trattamento o l’attuazione degli esiti del processo partecipativo. Il ruolo della macchina amministrativa assume una rilevanza sostanziale per l’efficacia del processo partecipativo. La maggior parte delle criticità nascono dalla mancanza di un raccordo efficace tra l’investimento dei responsabili dei processi partecipativi (e degli abitanti che collaborano al processo) e l’impegno (o la distanza) delle strutture tecniche dell’amministrazione alle quali, in un processo partecipativo promosso dall’istituzione, sono affidate molte responsabilità operative.

Le riflessioni che seguono cercano di ripercorre i punti elencati, ad esclusione dell’ultima questione ripresa, in forma generale, nelle note finali sui dilemmi della partecipazione. Il processo partecipativo che ha accompagnato la redazione del piano strutturale di Prato si è confrontato con due rilevanti condizioni di contesto: la prima è legata alla natura dell’oggetto della partecipazione (il piano strutturale, e specialmente lo statuto del territorio); la seconda è legata alla difficile congiuntura economica, sociale e politica che la città di Prato sta attraversando. Nei punti che seguono vengono analizzati alcuni aspetti dei problemi indicati.

Il piano strutturale di una città importante e di grandi dimensioni, come è il caso di Prato, mette al lavoro una vasta comunità di persone, ciascuna delle quali svolge un ruolo specifico, dai tecnici agli amministratori, dai rappresentanti politici del comune ai consulenti, da enti e agenzie ai quali la legislazione affida un ruolo attivo agli altri livelli di amministrazione implicati nel processo. La legislazione toscana ha progressivamente elaborato meccanismi di reciproco controllo, a garanzia della democraticità, della pubblicità e della trasparenza del processo: le funzioni del Garante della comunicazione, la collaborazione tra gli enti territoriali (che si traduce in un vero e proprio processo di co-pianificazione), le verifiche affidate alla valutazione integrata, i meccanismi di controllo esercitati dalle diverse articolazioni della macchina amministrativa comunale. Un ruolo essenziale continuano ad avere gli strumenti “formali” a disposizione dei cittadini, i quali tuttavia operano soprattutto a valle del processo, dopo l’adozione del piano, attraverso la possibilità di presentare osservazioni e il diritto di ottenere una risposta.

Un piano urbanistico è per sua natura un “sistema concreto di interazione multipla”4, aperto al gioco delle valutazioni tecniche, delle competenze specialistiche, del dialogo multidisciplinare, del confronto degli interessi economici, delle strategie dei diversi attori sociali. Negli ultimi anni è emersa la consapevolezza che nel “gioco del piano” le garanzie istituzionali non siano sufficienti ad assicurare la capacità della macchina di pianificazione di interpretare i bisogni sempre più stratificati e complessi dei cittadini, e di tenere conto della molteplicità di interessi, aspirazioni e proposte presenti in una città. Le indicazioni contenute nella stessa legislazione regionale sul governo del territorio, e la spinta alla sperimentazione di nuove modalità di coinvolgimento della popolazione proveniente dalla legge regionale sulla partecipazione, hanno portato molte amministrazioni a organizzare momenti specifici di partecipazione, in forme diverse da caso a caso: potenziando le attività del Garante della comunicazione, attivando forum telematici, affidando a strutture di consulenza l’organizzazione di particolari strumenti interattivi, utilizzando la stessa legge 69/2007 per sostenere processi partecipativi più strutturati.

È inoltre necessario considerare l’estrema varietà di argomenti che fanno parte dell’elaborazione di un piano strutturale: dalla casa al territorio, dall’ambiente alla mobilità, dai servizi agli impianti, dai problemi del centro storico a quelli della periferia, dall’organizzazione dello spazio pubblico alla disciplina degli interventi dei privati, dai criteri di perequazione alle norme di tutela del paesaggio, e questo elenco potrebbe continuare a lungo, ogni voce dell’elenco potendo essere ulteriormente scomposta e articolata.

Indagare, o anche solo raccogliere, tutte le opinioni di tutti i cittadini di una grande città su tutti gli argomenti connessi all’elaborazione di un piano strutturale è quindi un compito impossibile, e alla fine non desiderabile (la consultazione di tutti i cittadini e la composizione delle loro opzioni politiche in un programma e in una pratica di governo essendo il compito della democrazia rappresentativa). La democrazia partecipativa e deliberativa si propone un obiettivo differente: non quello di raccogliere e contare le opinioni di tutti i cittadini, ma quello di ricavare, attraverso strumenti specializzati, molte (il maggior numero possibile) delle opinioni significative presenti nella città, che siano rilevanti in relazione ai problemi di cui si discute, mettendole inoltre a confronto interattivo, in modo che quelle opinioni possano maturare ed evolvere nel corso del processo.

La particolare natura dell’oggetto sul quale organizzare la partecipazione dei cittadini ha portato alla definizione del modello organizzativo adottato nel caso di Prato. Ci si è mossi su un terreno che riteniamo, almeno in Italia, ancora sperimentale. Esistono infatti, e vengono regolarmente applicate con esiti positivi, tecniche consolidate e affidabili di trattamento interattivo di piani o progetti semplici e/o definiti. Nel caso di obiettivi della partecipazione, anche importanti, ma circoscritti da un punto di vista territoriale o tematico è possibile utilizzare una delle tecniche contenute nella cassetta degli attrezzi degli esperti che si occupano di pianificazione interattiva.

Non esiste al contrario un modello standard di piano urbanistico generale partecipato di una città di grandi dimensioni. Naturalmente negli ultimi anni molti comuni hanno accompagnato la redazione dei piani urbanistici con iniziative di comunicazione, consultazione e coinvolgimento della popolazione e delle organizzazioni sociali, con risultati anche importanti e interessanti, e tuttavia a nostro avviso sempre parziali. Le pratiche più frequenti riguardano la consultazione degli attori sociali significativi della città (stakeholders) attraverso ‘tavoli’, forum e meccanismi della stessa natura. E qualche volta, in miscele diverse da caso a caso, il processo di redazione del piano si è arricchito degli esiti di molti altri strumenti di sondaggio degli umori e delle aspirazioni dei cittadini. Insomma “deliberare” la sistemazione di una piazza è una cosa, “deliberare” un piano regolatore è un’altra cosa, più complicata e difficile.

Un secondo problema è costituito dal fatto che molti processi partecipativi che accompagnano la redazione dei piani urbanistici si svolgono in un percorso separato e sghembo rispetto al processo di elaborazione tecnica dello strumento urbanistico. Tecnici e progettisti del piano lavorano su un tavolo diverso da quello delle pratiche interattive messe in campo dai consulenti o dalle agenzie specializzate nella gestione della partecipazione. I risultati del processo partecipativo – il quale spesso precede l’elaborazione vera e propria del piano urbanistico – assumono perciò un valore autonomo e vengono alla fine consegnati al committente e ai tecnici. La traduzione dei risultati della partecipazione nei documenti del piano è quindi esterna al processo di interazione. Spesso questa traduzione non avviene, e i materiali elaborati insieme ai cittadini restano come un (pur importante) bagaglio di raccomandazioni, le quali possono avere qualche effetto sulle scelte di piano, in modo tuttavia indiretto e non programmato. Ci sono aspetti positivi e negativi in questo modo di procedere (come avviene in tutti i modelli partecipativi/deliberativi, i quali per definizione non puntano alla perfezione, ma al conseguimento di un set circoscritto di obbiettivi, che spesso è possibile raggiungere solo se si rinuncia a raggiungerne degli altri).

Nel definire il modello di interazione per il piano strutturale di Prato abbiamo cercato di dare una risposta nuova ai due problemi sui quali ci siamo appena soffermati. La scelta compiuta è stata quella di suddividere il processo partecipativo in due fasi distinte per finalità, modalità organizzative e strumenti utilizzati:

•   una prima fase di ascolto attivo della città e di “costruzione interattiva delle conoscenze del piano” che si è svolta da aprile a dicembre 2008;

•   una seconda fase, specificamente “deliberativa”, di discussione dei principi dello statuto del territorio, incominciata nei primi mesi del 2009 e conclusa con il Town Meeting che si è tenuto il 28 marzo dello stesso anno.

Rinunciando alla ricostruzione dettagliata del lavoro compiuto nelle due fasi (più adatta ad altri contesti), segnaliamo gli obiettivi che il modello di lavoro da noi scelto si proponeva di colpire in modo integrato.

•   La prima fase del processo partecipativo – di “ascolto attivo” e di costruzione interattiva della conoscenza – aveva lo scopo di ricostruire la molteplicità dei punti di vista esistenti in città su un vasto campo di temi e di argomenti, con particolare attenzione alla rilevazione dei bisogni e delle proposte provenienti dai gruppi sociali più trascurati e marginali, e cioè da quelle componenti sociali non organizzate o debolmente organizzate che non vengono ascoltate nei processi di piano (mentre le forze politiche o sociali strutturate, e le stesse organizzazioni di protesta urbana, sanno come occupare la scena pubblica della città, e i portatori di interesse sanno come rappresentare i propri punti di vista sia nella scena pubblica sia nelle quinte più nascoste dei processi decisionali).

•   La seconda fase del processo partecipativo – di “deliberazione” dei principi dello statuto del territorio – aveva lo scopo di affidare lo scioglimento di alcuni dilemmi del piano a strumenti codificati e ‘neutrali’ di discussione e di “deliberazione”, in modo che gli esiti del processo fossero alla fine condivisi da un campione rappresentativo della popolazione di Prato.

•    Infine, uno degli obiettivi più importanti, e a nostro parere innovativo, del modello adottato, è stato quello di costruire un quadro strutturato e esplicito di relazioni tra processi interattivi e elaborazione tecnica del piano. Lo scopo è stato quello di garantire l’autonomia dei due processi e nello stesso tempo di raggiungere il loro positivo coordinamento: l’ufficio di piano ha condotto il proprio lavoro in base ai tradizionali principi di correttezza professionale e di competenza esperta; il gruppo dell’università incaricato del processo interattivo ha organizzato liberamente gli appuntamenti interattivi. Nello stesso tempo, anche per il ruolo di interfaccia affidato a uno dei consulenti dell’ufficio di piano, i risultati del lavoro interattivo che potevano arricchire il quadro conoscitivo sono stati in tempo reale incorporati nelle carte del piano, in particolare nelle carte di sintesi del patrimonio territoriale e urbano. In questo modo la collaborazione tra conoscenza esperta e conoscenza interattiva ha potuto assumere un carattere concreto e influire fin da subito sulla formazione dello strumento urbanistico. I risultati del lavoro interattivo sui quali esistevano contrasti tra i settori di popolazione coinvolti avrebbero viceversa nutrito la fase successiva della partecipazione, nei laboratori territoriali e nel Town Meeting conclusivo che erano previsti nel programma originario presentato alla Regione Toscana.

Riflessioni intorno ai dilemmi della partecipazione

È nostra intenzione ritornare su questi argomenti con maggiore attenzione in futuro; qui di seguito proponiamo un primo elenco di “dilemmi della partecipazione e della deliberazione” (relativamente ai processi di elaborazione dei piani urbanistici, ma alcuni di questi dilemmi riguardano tutte le esperienze interattive) che ci è sembrato utile ricavare da una prima valutazione del caso di Prato (e delle esperienze censite in Toscana):

•    uno dei limiti più rilevanti deriva da una mancata o imprecisa definizione della posta in gioco all’inizio del processo, dall’assenza di empowerment, di una magari circoscritta, ma certa ‘cessione di sovranità’ da parte delle amministrazioni, o dall’assenza di una reale disponibilità a rimettere in discussione posizioni decise a livello politico o in sede di concertazione con i soggetti tradizionalmente ammessi a questo tipo di tavoli o in altre sedi decisionali meno accessibili e meno trasparenti;

•    mancata comprensione da parte delle amministrazioni del carattere positivo di un accordo eventualmente raggiunto; permanenza tra gli amministratori, e non solo tra di essi, di una concezione della partecipazione e della deliberazione come retorica del coinvolgimento: partecipazione come volontà astratta di dialogo, e non come scelta di una modalità efficace di scioglimento di problemi complessi;

•    esiste una forte e diffusa resistenza delle macchine amministrative ad accompagnare i processi partecipativi/deliberativi e a contribuire al loro svolgimento e alla gestione dei risultati;

•    è forte in molti casi la resistenza dei tecnici, degli esperti, dei consulenti professionali ad accettare condizionamenti al proprio lavoro e a mettere a disposizione la propria competenza (ed essi sembrano sempre comunque riservarsi la parola definitiva nel proprio campo di competenza);

•    manca forse in Italia, tra gli stessi cittadini, e anche nella maggiore parte delle associazioni, una vera cultura della partecipazione: sono rivendicati contesti nei quali sia possibile esporre e far valere le proprie idee, mentre c’è meno disponibilità a considerare rilevanti le idee degli altri;

•         contraddittorio è inoltre il ruolo dei comitati cittadini, spesso lacerati tra una richiesta in astratto di maggiore partecipazione e una diffidenza nei confronti delle amministrazioni che conduce alcune reti ad assumere un ruolo di contestazione dei processi partecipativi e a rinchiudersi in attività di denuncia (o anche di proposta) tanto preziose, quanto spesso unilaterali e auto-referenziali;

•    è molto forte in Italia la difficoltà di elaborare politiche integrate, multi-settoriali, trasversali, e manca spesso la determinazione necessaria a conseguire sul serio l’obiettivo, a raggiungerlo in modo concreto (ci si accontenta, anche nelle iniziative dal basso, dell’effetto di annuncio o del raggiungimento solo formale di un progetto o di una decisione condivisa);

•    è difficile fare in modo che dai processi partecipativi derivino innovazioni effettive delle politiche e una qualità maggiore dei progetti e/o delle realizzazioni;

•    manca spesso una connessione certa, affidabile, tra progettazione partecipata e realizzazione e sono molto rare le attività di monitoraggio e valutazione dei processi e dei risultati eventualmente raggiunti;

•    mancano in molti casi una vera e propria “felicità” della partecipazione e il gusto di lavorare insieme (la congiuntura sociale in Italia, e a Prato in particolare, non agevola la diffusione di questo tipo di atteggiamenti); le esperienze appaiono burocratizzate, standardizzate, poco creative;

•    si è rafforzata la tendenza, soprattutto in Italia, e soprattutto in questo periodo, ad affidarsi al conforto di una solidarietà tra simili, al posto di una ricerca di solidarietà tra diversi (tra persone diverse e tra idee diverse); manca quindi il gusto della ricerca di un accordo tra diversi in quanto diversi.

Dagli aspetti elencati sopra è possibile evidenziare alcuni ambiti di lavoro (intesi come campi di pratiche e occasioni di costruzione di politiche per l’inclusione delle modalità e dei principi della democrazia partecipativa nei processi di governo), rilevanti ai fini del trattamento della complicata relazione tra partecipazione e pianificazione.

Il primo ambito riguarda il tema della “statuizione”5 della partecipazione nei processi di governo del territorio, un aspetto correlato alla citata questione della mancata o imprecisa definizione della posta in gioco, e alla questione dell’estensione del parterre di attori potenzialmente inclusi nella costruzione delle scelte. L’accoglimento della democrazia partecipativa nei processi di governo del territorio è fondamentalmente un investimento istituzionale basato sul riconoscimento del valore aggiunto delle pratiche di cittadinanza attiva e sull’empowerment della comunità locale nella costruzione condivisa delle politiche: un processo necessario (per certi versi anche rischioso), che si basa su un rapporto di interazione istituzioni/cittadini calibrato sulla reciproca fiducia, sulla risposta della macchina amministrativa e sull’intelligenza collettiva. La decisione di intraprendere un percorso di partecipazione per la definizione di scelte di governo del territorio, richiede dunque la stipula di un patto di condivisione di responsabilità tra “cittadini consapevoli” e “istituzioni illuminate”. La statuizione della partecipazione per i processi di governo del territorio risponde proprio all’esigenza di formalizzare tale patto. Nasce con l’obiettivo di individuare le opportunità di coordinamento tra procedure istituzionali e istanze della cittadinanza attiva, nella gestione dei processi decisionali.

Il secondo ambito di lavoro si riferisce alla necessità di integrare le pratiche6. Una prima difficoltà comune ai processi partecipativi per il governo del territorio riguarda infatti il modo di trattare il rapporto tra democrazia partecipativa e democrazia rappresentativa. Le due forme di confronto sociale vengono per lo più interpretate in reciproca contrapposizione, a fronte di una rivendicazione del ruolo deliberativo degli organi della democrazia rappresentativa (primo fra tutti di quello del consiglio comunale), soprattutto se questo si riferisce all’approvazione di strumenti di pianificazione urbanistica. Il timore della sottrazione o della condivisione del ruolo decisionale porta al rifiuto o al contenimento dell’impegno istituzionale nel sostegno delle pratiche partecipative.

Tale fraintendimento è da attribuirsi alla diffusione di alcuni termini utilizzati nel dibattito scientifico e conseguentemente nelle discussioni pubbliche. “Democrazia deliberativa” o “pratiche deliberative”, appartengono a questa categoria di concetti e alle false interpretazioni che ne derivano. Nell’ambito della democrazia partecipativa, l’azione deliberativa, riguarda l’argomentazione di questioni, problemi e soluzioni in contesti strutturati (giurie di cittadini, arene deliberative, town meeting), con un numero limitato di partecipanti, spesso selezionati secondo criteri di rappresentatività, ai quali viene chiesto di esprimere (talvolta attraverso un voto) la propria preferenza rispetto agli approcci o alle proposte emerse nella discussione. Se le modalità di gestione delle interazioni alludono in certi casi a forme apparentemente prese in prestito da quelle della democrazia rappresentativa, questo non implica la sostituzione del consiglio comunale (inteso come ruoli e persone) con i gruppi di progettazione, i laboratori di progettazione partecipata, i forum o le giurie dei cittadini. Questi ultimi non si sostituiscono gli organi della democrazia rappresentativa, ma mettono a loro disposizione un bagaglio di proposte, segnalazioni e suggerimenti.

“Deliberazione” va quindi intesa non nel senso di “decisione”7, ma di “dialogo” o “discussione” che precede la decisione7. Allo stesso modo “partecipazione” non va intesa come sottrazione di ruoli e responsabilità, ma come opportunità per un migliore esercizio dei ruoli tecnici, politici e deliberativi. I suoi strumenti e le sue tecniche consentono di allargare il quadro dei partecipanti fino a includere soggetti marginali o esclusi negli altri procedimenti interattivi. In un processo partecipativo i cittadini sono chiamati a intervenire come abitanti, come semplici cittadini spogliati delle proprie rappresentatività politiche, sociali o tecniche (o come portatori consapevoli di istanze e di progettualità sociale riferite alla specificità locale). La partecipazione consente di applicare il principio di inclusività e di estendere il diritto di espressione, di proposizione e di confronto interattivo, a tutti quei soggetti che agiscono oltre il dominio ordinario della filiera dell’interazione (circoscritto alle forme di consultazione e negoziazione); riconosce il terzo attore tra istituzione e mercato quale destinatario principale delle politiche di governo del territorio.

Il terzo ambito di lavoro riguarda l’efficacia della partecipazione (e quindi anche i limiti di utilità), nella costruzione di processi decisionali inclusivi.

Il coinvolgimento allargato degli abitanti nella definizione delle politiche urbane e territoriali rappresenta uno dei principali indicatori di efficacia della partecipazione. Ancor più rilevanti, ai fini della relazione tra partecipazione e pianificazione, sono i modi in cui gli indirizzi emersi dai percorsi partecipativi entrano nell’agenda del governo del territorio influenzando il processo decisionale politico e istituzionale. Appare indispensabile un impegno esplicito da parte dell’istituzione rispetto all’argomentazione dell’eventuale accoglimento (anche parziale) delle istanze della partecipazione nei propri atti deliberativi (o all’eventuale argomentazione di discostamento).

L’integrazione degli strumenti della democrazia partecipativa nell’ambito dei processi di governo del territorio prelude sostanzialmente all’incorporazione degli esiti delle pratiche partecipative negli strumenti tecnici e negli obiettivi dell’agenda politica chiamata a confrontarsi con le sfide seguenti: promozione di una pluralità di forme di partecipazione come innesco per l’accrescimento di una rinnovata coesione sociale; introduzione nelle politiche istituzionali di fattori di innovazione per la promozione di una più diffusa consapevolezza collettiva sulle politiche di governo del territorio; creazione delle condizioni per la costruzione di una responsabilità sociale condivisa tra istituzioni e cittadini nell’individuazione delle finalità di sviluppo locale e degli strumenti per realizzarle; diffusione della prassi del dibattito pubblico intorno alle grandi scelte di rilevanza locale e sovra-locale per la costruzione di una più diffusa coscienza collettiva.

Porsi la questione dell’efficacia della partecipazione significa quindi misurarsi consapevolmente (da parte delle istituzioni) con almeno cinque questioni fondamentali:

•    il rapporto tra potere politico e partecipazione, nella misura in cui l’impegno istituzionale ad accogliere e a confrontarsi con gli esiti dei percorsi partecipativi diventa un principio fondamentale della relazione pattizia tra cittadini e amministrazione;

•    la risposta della macchina amministrativa rispetto agli impegni tecnico-organizzativi derivati dall’inclusione della partecipazione nei meccanismi ordinari di governo del territorio, nella misura in cui l’innovazione di processo implica l’innovazione tecnico-gestionale, la dotazione di nuove strutture, la formazione e l’inclusione di nuove competenze e professionalità nei processi decisionali;

•    la definizione degli ambiti di applicazione della partecipazione, fermo restando che il governo del territorio rimane il quadro di riferimento e di operatività;

•    i livelli di partecipazione (includendo una riflessione sui metodi, sui dispositivi e sui tempi);

•    gli strumenti della partecipazione.

Note

1   La legge è il risultato di un percorso interattivo coordinato dall’Assessore alle Riforme istituzionali Agostino Fragai e dal suo staff, con la consulenza di Luigi Bobbio e il supporto organizzativo di Avventura Urbana. Alla costruzione della legge ha contribuito un gruppo di lavoro della sezione toscana della Rete del Nuovo Municipio formato da Alberto Magnaghi, Giancarlo Paba, Anna Lisa Pecoriello, Camilla Perrone e Francesca Rispoli. Nel corso della costruzione della legge, è sorta l’esigenza di effettuare una ricognizione delle esperienze partecipative in Toscana successivamente pubblicata in G. Paba, A.L. Pecoriello, C. Perrone, F. Rispoli, Partecipazione in Toscana: interpretazioni e racconti, Firenze University Press, 2009.

2   I materiali citati sono disponibili al seguente indirizzo web http://partecipazione.comune.prato.it/

3     P. L. Crosta, Politiche. Quale conoscenza per l’azione, Franco Angeli, 1998, p. 17.

4   P. Crosta, La politica del piano, FrancoAngeli, Milano, 1990.

5   Il processo di statuizione della partecipazione allude all’insieme delle pratiche e degli atti giuridico-istituzionali che possono concorrere al riconoscimento della partecipazione come forma ordinaria di governo del territorio.

6 Sul tema del rapporto tra democrazia rappresentativa e democrazia deliberativa vedi U. Allegretti, “Democrazia partecipativa e processi di democratizzazione”, Democrazia e diritto, n. 2, 2008.

7 La letteratura scientifica offre un ricchissimo corpo di studi e contributi sul significato e sul ruolo della democrazia deliberativa. Di seguito di segnalano alcuni utili riferimenti bibliografici per l’approfondimento delle questioni segnalate: L. Pellizzoni, a cura di, La deliberazione pubblica, Meltemi, Roma, 2005; U. Allegretti, “Verso una nuova forma di democrazia: la democrazia partecipativa”, Democrazia e diritto, n. 3, 2006; L. Bobbio, “Dilemmi della democrazia partecipativa”, Democrazia e diritto, n. 4, 2006; R. Lewanski, “La democrazia deliberativa. Nuovi orizzonti della politic”, AS 12, Studi e ricerche, 2007.


Professore ordinario di Pianificazione Territoriale dell'Università di Firenze e Presidente del corso di laurea magistrale in Pianificazione e progettazzione della città e del territorio
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