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In Toscana il Piano Paesistico c’è, ma non si vede

Di Claudio Greppi • 17 gennaio 2011 • Categoria: Paesaggi e parchi

Il 16 giugno scorso il Consiglio Regionale della Toscana ha adottato le modifiche al Piano di Indirizzo Territoriale […] che costituiscono implementazione del piano stesso per la disciplina paesistica. Si tratta dell’adeguamento del PIT alla normativa del Codice dei beni culturali e del paesaggio, già previsto entro un anno dal gennaio 2007 nel Protocollo d’intesa fra Regione e MIBAC, e che arriva dunque con quasi due anni di ritardo. La nuova versione del PIT – chiamiamola Piano Paesistico – è stata presentata, un po’ in sordina, il 30 marzo di quest’anno presso il Consiglio Regionale (assente l’assessore Conti, impegnato a Roma per il “piano casa”). Nell’introduzione, il consigliere Erasmo D’Angelis assicurava che il piano “sarebbe piaciuto anche al professor Asor Rosa”: e infatti veniva consegnata ai presenti, a titolo di esempio, la scheda relativa alla Val d’Orcia, che non risultava per nulla tenera con la lottizzazione di Monticchiello, pietra dello scandalo (su questo torneremo più avanti). Rispetto al clamore con cui era stato sbandierato a suo tempo il Protocollo fra il ministro Rutelli e il presidente Martini, si può ben dire che tutta la vicenda in corso si stia svolgendo piuttosto alla chetichella.

Il 5 settembre scadevano i termini per la presentazione delle osservazioni, subito dopo un infuocato mese d’agosto che non ha certo favorito la partecipazione e l’esame della normativa: anche perché non è facile orientarsi fra la Disciplina generale del Piano (2A), la Disciplina dei beni paesaggistici (2B), le quattro sezioni delle schede relative a ciascuno dei 38 ambiti nei quali è stato suddiviso il territorio regionale, le poche cartografie allegate1.

La Rete dei comitati per la difesa del territorio, che di recente si è costituita ufficialmente come associazione, non poteva mancare di intervenire: le osservazioni presentate2 avevano lo scopo di verificare il contenuto del Piano, a partire soprattutto dalle singole schede, piuttosto che discutere l’impianto generale della disciplina. Sappiamo bene che questa non è certamente condivisibile: in particolare per il richiamo più volte ripetuto ai soli valori “percettivi” del paesaggio, per la sottovalutazione degli aspetti ambientali e naturalistici, e su questi aspetti si potevano presentare osservazioni, sicuramente pertinenti. Ma va ricordato che già al momento della stesura originaria del PIT, nella primavera del 2007, erano state presentate da parte di alcuni colleghi3 opportune e puntuali osservazioni generali, relative in particolare ad un impianto legislativo che lascia ai singoli Comuni la facoltà di rispettare o meno le prescrizioni regionali: e che non vi è stata nessuna risposta adeguata.

Una considerazione generale va comunque fatta, perché è preliminare a qualsiasi analisi. Dalla stessa articolazione degli elaborati di piano si ricava che sono beni paesaggistici le aree che già erano oggetto di vincolo ex-legge 1497 del 1939 e sottoposte al controllo delle Soprintendenze: le altre no, sono affidate come al solito alle “buone pratiche” dei singoli Comuni. Possibile che si rimanga fermi alla vigente definizione di aree protette, senza alcuna novità? 4 Eppure la stessa Regione5 aveva a suo tempo promosso una procedura di revisione e ampliamento dei vincoli affidata ad apposite Commissioni provinciali, incaricate di raccogliere le eventuali proposte degli enti e delle Soprintendenze. Le Commissioni sono state istituite all’inizio del 20076, sono state convocate tutte insieme nel marzo successivo, a Firenze, hanno discusso un regolamento e sollecitato una consultazione più ampia, aperta ad associazioni e comitati: forse proprio per prevenire questa eventualità le Commissioni non sono state mai riunite. I beni paesaggistici sono rimasti quelli che erano, e qualsiasi verifica in proposito è rinviata a dopo il Piano Paesistico, come vedremo.

Per valutare correttamente quanto il Consiglio Regionale ha adottato il 16 giugno, occorre ripartire dal contenuto di una cosidetta Legge di manutenzione dell’ordinamento regionale 2008 (LR 21.11.2008), che fra tante altre cose nella Sezione VIII si occupava delle modifiche alla Legge per il governo del territorio (LR 03.01.2005). Per trovare un riferimento al contenuto del Piano Paesistico, qui denominato Statuto, dobbiamo andare all’art. 40 di questa curiosa leggina. Vi si legge (corsivi miei):

In attuazione dell’articolo 135 del Codice dei beni culturali e del paesaggio, lo statuto del piano di indirizzo territoriale con valenza di piano paesaggistico riconosce gli aspetti e i caratteri peculiari, nonché le caratteristiche paesaggistiche dell’intero territorio regionale e ne delimitai relativi ambiti. (comma 1)

Ai sensi dell’articolo 143, comma 3, del Codice dei beni culturali e del paesaggio, lo statuto contiene:

a)   la ricognizione generale dell’intero territorio, attraverso l’analisi delle caratteristiche storiche, naturali, estetiche e delle loro interrelazioni e la conseguente definizione dei valori paesaggistici da tutelare, recuperare, riqualificare e valorizzare;

b)   l’analisi delle dinamiche di trasformazione del territorio attraverso l’individuazione dei fattori di rischio e degli elementi di vulnerabilità del paesaggio, la comparazione con gli altri atti di programmazione, della pianificazione e di difesa del suolo; (comma 4)

Se questa era l’intenzione del legislatore, che seguiva sia pure in ritardo il tanto celebrato Protocollo Rutelli-Martini, va detto che il risultato ci sembra per ora abbastanza modesto. La ricognizione generale dell’intero territorio si limita a una schedatura di ciascuno dei 38 ambiti, all’interno dei quali possono presentarsi o meno i beni paesaggistici già stabiliti: ma se per questi ultimi la sezione 4 della schede stabilisce specifiche prescrizioni, dopo aver analizzato anche i processi in atto e i conseguenti rischi e fattori di degrado, per tutto il territorio rimanente ci si affida alle sezioni 3 delle schede, una per ciascuno dei 38 ambiti, ovviamente molto più generiche: anche perché in questo caso non è contemplata nessuna analisi dei rischi, ma solo l’indicazione di obiettivi di qualità. Dove è finita “l’analisi delle dinamiche di trasformazione del territorio attraverso l’individuazione dei fattori di rischio e degli elementi di vulnerabilità del paesaggio, la comparazione con gli altri atti di programmazione, della pianificazione e di difesa del suolo”? Non doveva essere estesa a tutto il territorio regionale?

Il vizio di fondo di tutto il Piano mi sembra sia la mancata integrazione fra i beni paesaggistici e l’intero territorio: la divisione fra aree di serie A, tutelate più o meno bene, e aree di serie B, dove la tutela è opzionale. Vale la pena di formulare in proposito un’osservazione in senso tecnico? Sapendo che in ogni caso non c’è nessuna intenzione di modificare di una virgola l’impianto consolidato della disciplina urbanistica regionale, è sembrato più opportuno presentare una lettura del Piano Paesistico (parziale, sicuramente) ad uso del dibattito politico fra Comitati e Associazioni in Toscana e altrove.

Le note che seguono si propongono di mettere alla prova il Piano Paesistico della Toscana, a partire dal confronto fra alcune delle principali emergenze territoriali (già più volte segnalate dalla Rete dei Comitati per la difesa del territorio) e la relativa disciplina di piano. Ho scelto una ventina di casi di indubbia rilevanza a proposito dei quali ci si aspetta quantomeno una risposta – più o meno efficace, questo resta da vedere – da parte di una disciplina che dichiara di voler tutelare il paesaggio. Si tratta, in qualche caso, di situazioni già chiuse (risolte nel peggiore dei modi): andremo a vedere se almeno gli estensori delle schede se ne sono accorti, e se ci sono davvero le condizioni perché casi simili non si ripetano più. Altre situazioni sono ancora in discussione e vogliamo capire quali garanzie di tutela offra il Piano Paesistico: di queste, alcune sono localizzate all’interno di aree protette, ai sensi della vecchia legge 1497 del 1939 e quindi considerate beni paesaggistici; altre invece no, per cui andremo a leggere quali obiettivi di qualità potrebbero eventualmente offrire un appiglio per proporre alternative di tutela paesistica anche in assenza di vincolo. In altri termini, il Piano Paesistico serve a qualcosa?

Cominciamo con i casi in cui le schede, nella sezione 4 dedicata ai beni paesaggistici, citano esplicitamente fra i fattori di rischio dell’assetto paesistico (dei valori storico-culturali, in questi casi) proprio l’emergenza a suo tempo segnalata nella Mappa prodotta dalla Rete7. Di espansioni edilizie “critiche” ne trovo tre: Magliano, Monteroni, Monticchiello. Le prime due sono già del tutto o quasi  realizzate.

Quanto a Magliano in Toscana (GR), si legge nella scheda relativa all’Ambito 25, Colline dell’Albegna, Centro abitato e zone circostanti del comune di Magliano8:

(elementi di valore)

Permanenza del valore urbanistico, storico e monumentale dell’antico centro storico murato di Magliano, che per la sua posizione emergente rispetto al territorio circostante, costituisce un eccezionale belvedere. Inoltre, insieme ai ruderi dell’Abbazia di S.Bruzio, Magliano contribuisce a conferire al paesaggio caratteri di identità storica.

(elementi di rischio)

Un elemento di degrado è costituito dal recente insediamento ricettivo I Padelletti situato fuori dall’area del presente vincolo, ma visibile da vari punti panoramici all’interno di esso. Detto intervento di vasta estensione non è sufficientemente schermato con piantumazioni arboree che ne mitighino l’impatto.

E in quella relativa alla Grancia di Cuna, in comune di Monteroni d’Arbia (SI), Ambito 33, Crete senesi, Zona intorno al castello di Cuna sita nel comune di Monteroni di Arbia (Siena)9:

(elementi di valore)

La Grancia di Cuna, fattoria fortificata, ed il Molino di Monteroni, anch’esso fortificato, costituiscono gli elementi matrice della struttura insediativa legata all’espansione e alla relativa organizzazione patrimoniale dell’Ospedale della Scala di Siena lungo la via Francigena.

(elementi di rischio)

Le lottizzazioni residenziali delle More, a nord, e gli insediamenti produttivi di Monteroni, a sud, comprimono i confini dell’area di vincolo. Al suo interno l’intervento di riqualificazione ambientale, anche a fini residenziali, dell’impianto produttivo, ex ICAS, altera in maniera definitiva i connotati paesistici tradizionali. Se l’ICAS costituiva già, con la sua presenza, una cesura fra Cuna e l’ordinata scansione fondiaria generata dal sistema di fattoria ed un ostacolo alla buona percezione visiva degli assetti figurativi da questi generati, la riconversione dell’area e della volumetria in destinazione residenziale cancella, sul versante della Cassia, decontestualizzandoli, i precedenti rapporti estetico-percettivi tra sistema insediativo e territorio aperto.

Tutte queste espressioni sono perfettamente condivisibili e dimostrano anche una notevole conoscenza del territorio da parte degli estensori: resta da chiedersi come sia stato possibile nel bel mezzo di zone vincolate, senza nessuna particolare reazione da parte delle rispettive Soprintendenze10, realizzare sotto il naso di tutti, e negli ultimissimi anni, simili “elementi di degrado”, per usare un eufemismo! Vediamo a questo punto la scheda relativa a Monticchiello, in comune di Pienza (SI) compresa nell’Ambito 38, Val d’Orcia, Zona di Monticchiello in comune di Pienza11:

La recente lottizzazione edilizia posta lungo l’ultimo tratto del crinale che risale verso Monticchiello, prima che le colture promiscue ne modellino il basamento, interrompe la continuità del disegno dei suoli e costituisce un elemento di cesura fra queste colture ed i seminativi sottostanti e fra l’antico centro murato e la sua campagna modificando dal punto di vista percettivo gli assetti figurativi che il vincolo vuole tutelare.

Ci si chiede che senso abbia, allora, l’indicazione, fra gli obiettivi per la tutela, di una

Tutela integrale dei terrazzamenti e ciglionamenti a coltura promiscua presenti nel basamento collinare di Monticchiello ed il recupero di quelli abbandonati.

Troppo tardi? Si chiude la stalla quando i buoi sono scappati? Per lo meno la Regione dovrebbe, coerentemente con gli obiettivi espressi nel proprio Piano Paesistico, darsi da fare per impedire il completamento della sciagurata lottizzazione, con le ultime tre “palazzine” a suo tempo bloccate da Rutelli. Proprio nello scorso mese di luglio il Consiglio di Stato, è vero, ha dato ragione all’impresa costruttrice, che aveva fatto ricorso contro l’intervento del Ministero: il vincolo viene confermato, ma non va inteso automaticamente come divieto di costruire. Ci si aspettava che la Regione intervenisse in difesa della tutela paesaggistica: e invece è l’occasione per il “garante della comunicazione”, prof. Massimo Morisi, per prendersela con il vincolo, tout-court12.

Nei tre casi citati non c’è dubbio che gli estensori delle schede si siano resi conto della gravità degli episodi segnalati. Purtroppo in molti altri casi non è così, anche quando si tratta di beni paesaggistici a tutti gli effetti: quando le emergenze sono ancora virtuali, allo stato di progetto, non vengono neppure menzionate. Anche se quei progetti sono ampiamente documentati – e magari contestati – sugli organi di informazione, e perfino quando si tratta di progetti direttamente sostenuti dalla Regione stessa. Ne abbiamo esempi clamorosi.

Prendiamo il caso di Talamone, comune di Orbetello (GR). Qui siamo nell’ambito 24, 25 o 26 (non è chiaro: ma non si sono voluti tracciare limiti troppo rigidi) e di sicuro nell’area protetta Zona sita nel comune di Orbetello, fra i piedi dei monti della Uccellina e il mare compreso il centro urbano di Talamone13. Si raccomanda, per quanto riguarda la fascia costiera, attenzione per la viabilità storica, per le visuali panoramiche e per il mantenimento del sistema di regimazione idraulica della bonifica: ma si ignora l’esistenza di un progetto di ampliamento del porto che verrebbe ad interessare buona parte della spiaggia fino quasi al Talamonaccio con conseguenze disastrose su tutto l’assetto del bene paesaggistico (a  partire dal sistema idraulico, ovviamente). Di questo progetto si discute ormai da diversi mesi, ma sembra che il mare sia al di fuori del campo di interesse del Piano Paesistico!

Torniamo nell’entroterra. Due esempi di paesaggi collinari di pregio in provincia di Firenze, la valle di Cintoia e la collina di fronte a Reggello.  In questo secondo caso esiste un progetto di lottizzazione che distrugge un pezzo della fascia terrazzata alle pendici del Pratomagno, la collina di Fano: purtroppo questo straordinario valore paesistico non è neppure menzionato nella scheda, che in questo caso è particolarmente scarna, né se ne trova accenno nella sezione 3 relativa al Pratomagno. Figuriamoci se qualcuno si è accorto del rischio di una sconsiderata espansione edilizia.

Nel caso di Cintoia, in comune di Greve in Chianti (FI), è nota a tutti (almeno in Toscana) l’iniziativa del dott. Fresco, ex dirigente FIAT, di riutilizzare le volumetrie esistenti e soprattutto di aggiungerne altre, con l’accortezza di affidare la progettazione di nuove ville di lusso ad alcuni famosissimi “archistar”. La scheda (Zona di Mugnana,Valli di Cintola, Dudda, Vicchiomaggio, Sugame, Convertore, Uzzano14) sembra ignorare questo “elemento di rischio”: o no? Insospettisce un passaggio che peschiamo fra gli obiettivi per la tutela e la valorizzazione:

Assicurare la qualità architettonica e paesaggistica dei nuovi insediamenti (definizione di regole progettuali) in rapporto al riconoscimento dei caratteri identitari locali, nonché della dimensione dell’intervento in rapporto alla consistenza dell’insediamento storico esistente.

Si dà per scontato che ci saranno “nuovi insediamenti”? Sarà solo un problema di qualità architettonica? Tanto per lasciare aperta la via al progetto Fresco?

Si possono ignorare, o fingere di ignorare, singoli progetti comunali o privati, ma non certo i grandi lavori, almeno quelli previsti nello stesso PIT: eppure è il caso dei lavori autostradali. Cominciamo dal contestatissimo progetto di una grande area di sosta sull’Autosole al Cornocchio, in comune di Barberino di Mugello (FI). Siamo in zona protetta (Fascia di territorio laterale dell’autostrada del Sole sita nel territorio comunale di Calenzano, Barberino di Mugello, Sesto Fiorentino, Campi Bisenzio, Rignano, Reggello, Incisa Val d’Arno, Bagno a Ripoli, Impruneta, Figline Val d’Arno, Scandicci, Firenze15). Fra gli elementi di valore troviamo che nella parte nord della fascia, cioè in comune di Barberino, per chi viaggia in autostrada

le visuali risultano più libere, con le lavorazioni agricole che si spingono fino ai margini della carreggiata, e permettono di ammirare un paesaggio silvano arricchito da borghi o emergenze o semplici costruzioni rurali, fondamentali per coloro che hanno “costruito” il paesaggio.

Eppure è proprio lì che si progetta di spianare una vallecola per collocare impianti non proprio coerenti con il paesaggio silvano. Ma il rischio non è questo, secondo gli estensori della scheda: la cosa più grave sono le barriere antirumore (sic!) che interrompono il godimento delle visuali16… Salvo dimenticarsene, delle visuali, quando il panorama viene guastato appena fuori dalla fascia di protezione, come succede nel polo estrattivo della val di Marina, in comune di Calenzano (FI), dove le cave si mangiano la collina di fronte all’A1.

Ma le autostrade in progetto? In tutte le schede non abbiamo trovato neanche un accenno, come se si trattasse di progetti “al di sopra di ogni sospetto”, ossia di ogni verifica paesaggistica. Si discute da anni dello sbocco in Valtiberina della cosidetta Autostrada dei due mari. I tracciati proposti possono compromettere in maggiore o minor misura la delicata campagna di Monterchi (AR), che è compresa in un’area protetta (Una parte del territorio comunale di Monterchi in provincia di Arezzo17): ma nella relativa scheda non si accenna a questo rischio non da poco, considerato che un obiettivo di qualità per l’Ambito 11 (Valtiberina) è così (opportunamente) formulato:

Conservazione del valore storico-culturale dell’area intorno all’abitato di Monterchi caratterizzato da campi chiusi e seminativi arborati nuclei, case sparse e chiese che presentano un rilevante interesse storico e artistico.

Forse le schede potevano ignorare un problema che si trascina da anni ma sul quale è ancora in atto la discussione sulle diverse soluzioni possibili. Non è così nel caso del progetto di Autostrada Tirrenica, parallelo alla nuova Aurelia secondo le intenzioni di SAT, Regione e Metteoli. Ebbene, anche il tracciato della tirrenica intacca abbondantemente ambiti paesistici e aree protette18. Non sarà facile conciliare un progetto di autostrada, per quanto possa andare in galleria, con le prescrizioni relative all’area protetta dell’entroterra di Orbetello (Zona del sistema montuoso in comune di Orbetello. Ampliamento precedente vincolo in corrispondenza del Voltolcino19): in piena zona archeologica, con la villa di Settefinestre e il resto! E cosa succederà quando, alla Torba di Capalbio, il tracciato sfiorerà l’area protetta del lago di Burano? Il Piano Paesistico non ne parla: perché tanto è già tutto deciso?

Ma passiamo a un altro tipo di emergenze: per esempio l’aggressione al parco di Rimigliano, in comune di San Vincenzo (LI). Qui il vincolo è limitato alla fascia litoranea, dalla spiaggia fino alla strada della Principessa. Del “parco” già proposto da Insolera negli anni ’70 non è rimasta traccia, anzi per colmo di ironia la scheda dell’Ambito 23, Val di Cornia, accenna nella sezione 1 (che riporta un ameno quadretto descrittivo) ad un “parco naturalistico-balneare di Rimigliano”! La tutela dovrebbe perciò articolarsi fra gli obiettivi di qualità espressi nella sezione 3 e le prescrizioni della sezione 4, che però riguardano soltanto la fascia costiera.

Cominciando da queste ultime, troviamo che fra le Dinamiche di trasformazione recenti e/o previste viene segnalato un “Notevole incremento edilizio legato alla valorizzazione turistica, progressiva scomparsa della duna”, e come strategie per il controllo delle trasformazioni si raccomanda:

• Riqualificazione delle aree insediate esistenti sulla fascia costiera in corrispondenza della Principessa.

• Limitare la nuova edificazione, verificare l’ubicazione e la qualità architettonica e urbanistica delle nuove previsioni.

• Divieto di realizzazione di edifici in prossimità della spiaggia.

• Conservazione dei caratteri tipologici degli edifici rurali di impianto storico e delle loro pertinenze.

• Gestione della lecceta con attenzione alla pulizia.

• Regolamentare la fruzione della duna anche attraverso lo studio di percorsi alternativi.

• Mantenimento e gestione della pineta.

Dove “limitare” non significa escludere nuove costruzioni: ma soprattutto si ignora – da parte degli estensori della scheda – che il Comune, nel maggio 2008, ha già approvato un piano per la “valorizzazione” della fascia a mare di Rimigliano. Il progetto lascia intravedere in modo inequivocabile il destino dell’area, considerata un giardino pubblico o verde attrezzato anziché un parco naturale: con tanto di illuminazione pubblica, docce e servizi igienici, piccoli aumenti volumetrici. Il progetto del Comune è in palese contrasto con le prescrizioni del Piano Paesistico: come andrà a finire?

Ma ancor più grave è ignorare quanto rischia di succedere nell’entroterra, al di là della via della Principessa, dove si riversano da anni gli appettiti delle società immobiliari, con la complicità del Comune20. Ebbene, di tutto ciò non c’è traccia nella scheda: ci si è perfino dimenticati che Rimigliano era in origine una zona umida, della quale nel piano di Insolera si prevedeva la ricostituzione. Ora le aree umide da tutelare sono soltanto quelle grossetane.

Sempre ai margini di un’area protetta, quella di Coltibuono21 in comune di Gaiole in Chianti (SI), viene segnalata come elemento di degrado la cava di Montegrossi:

La rilevanza paesistica dei tipici rilievi gibbosi del Chianti è compromessa dalla presenza della vasta area estrattiva sottostante la Torre di Montegrossi che sventra completamente il fianco della montagna.

E nella sezione 3 si trova come obiettivo:

3.3         Riqualificazione ambientale e paesaggistica della zona di escavazione e della zona produttiva di Montegrossi.

Il problema sarà poi quello di intendersi su che cosa sia una riqualificazione ambientale e paesaggistica: non certo quella prevista nel progetto presentato dalla società Sacci (cementifici), proprietaria della cava, che prevede la riconversione turistica di tutta l’area.

Del resto ci risulta che questo sia l’unico caso in cui si parla di cave, in tutto il materiale del Piano Paesistico: non sono citate quelle della val di Marina a Calenzano, come abbiamo già visto, non sono citate neppure quelle di Campiglia Marittima (LI), che minacciano il Parco archeominerario di San Silvestro, né quelle in atto sulla Montagnola, in comune di Sovicille (SI), che insistono in una zona protetta (Zona del versante est Montagnola senese in comune di Sovicille22), dove l’unico problema sembra sia l’espansione del bosco e dell’incolto.

Sull’altro versante della Montagnola, in comune di Casole d’Elsa (SI), la relativa scheda 4 (Zona del versante ovest della Montagnola senese in comune di Casole d’Elsa23) è categorica nel denunciare i guasti prodotti dalla politica urbanistica di quel Comune:

Si nota un’intenso sviluppo edilizio intorno a Pieveascola sia di nuova edilizia residenziale sia produttiva. Da registrare gli incrementi volumetrici che segnano la trasformazione degli edifici e degli aggregati colonici in residenze, in seconde case, in agriturismi o R.T.A. La deruralizzazione del patrimonio edilizio presente sul territorio ha favorito la ristrutturazione “selvaggia” delle coloniche e degli annessi come fienili, carraie, porcilaie, ecc.. . Questi edifici, perduto il legame con la funzione per la quale erano stati costruiti ed il legame culturale con l’ambiente circostante, sono stati ristrutturati e frazionati in quartieri fino a trasformare il complesso colonico in un vero e proprio condominio dalle più svariate caratteristiche architettoniche.

Il bilancio si riferisce al versante della Montagnola, ma può benissimo estendersi a buona parte del comune. Del resto troviamo esplicitamente citato il caso più eclatante di malaurbanistica casolese, quello della lottizzazione di San Severo, nella scheda relativa a un’altra area protetta, quella che comprende il centro storico di Casole (Zone del centro storico e zone circostanti nel comune di Casole d’Elsa24):

La pressione immobiliare finora registrata nell’area di Colle si è spostata in questi ultimi anni anche verso Casole d’Elsa e, sfruttando valori immobiliari ancora bassi, ha trasformato uno storico plusvalore ambientale in valore aggiunto di rendita posizionale. All’ottima conservazione del centro storico di Casole si contrappongono, così, le nuove espansioni residenziali che danno vita a fenomeni di dispersione lineare lungo i più importanti collegamenti stradali. Inoltre al di fuori del vincolo stesso, sul territorio aperto, si osservano numerose lottizzazioni come quella di San Severo difficilmente giustificabili con un intenso sviluppo economico e demografico dell’area.

In questi ultimi casi si può osservare come la contiguità fra un’area protetta e una zona di degrado, urbanistico o ambientale, possa in alcuni casi suggerire considerazioni del tutto pertinenti (e condivisibili) sui reali problemi del degrado paesistico. Rimane il fatto che le misure di tutela non sembra possano facilmente operare fuori dai confini del vincolo25.

Se usciamo definitivamente dalle aree comprese nei beni paesaggistici non possiamo che aspettarci “obiettivi di qualità” piuttosto vaghi. Ma non sempre è così: nell’Ambito delle Crete senesi (33a) la sezione 3 della scheda comincia segnalando che “Questo ambito è particolarmente sottoposto a compromissioni del sistema collinare derivate da quattro previsioni di campi da golf eda imponenti volumetrie ricettive e strutture di servizio all’attività sportiva”. Ci si riferisce evidentemente, anche se per pudore non viene nominato, al caso di Bagnaia, una grande proprietà della famiglia Monti-Riffeser in comune di Monteroni, Sovicille e Murlo (SI), dove oltre ai campi da golf sono in progetto alberghi e villaggi turistici. Qui anche alcuni degli obiettivi della scheda, nella loro formulazione generica, sono in evidente contrasto con il progetto che si sta realizzando:

23.1     Tutela del mosaico paesaggistico che compone l’ambito della Montagnola e la Val di Merse e assicurarne la percezione.

23.2     Tutela e valorizzazione delle “piane storiche” e del sistema insediativo d’impianto e limitazione la dispersione del sistema insediativo.

Qualche accenno analogo lo troviamo anche nella scheda della Val d’Elsa (Ambito 31), dove si accenna alle “profonde compromissioni del sistema paesaggistico collinare (che) possono derivare dalle previsioni di imponenti volumetrie ricettive con annessi campi da golf.” Non si dice dove: ma l’Ambito 31 comprende il comune di Montaione (FI). Non si vorrà per caso alludere al noto e discusso progetto di ristrutturazione turistica di Caltelfalfi? Oppure quel progetto, che ha visto i rappresentanti della Regione schierati a fianco della multinazionale tedesca TUI, è esente da qualsiasi valutazione di impatto paesistico?

Qui l’emergenza territoriale viene almeno evocata, anche se non contrastata. Nei casi che di seguito verranno rapidamente segnalati, invece, il problema è semplicemente ignorato. Sempre a Campiglia Marittima (LI), per esempio, è in discussione da anni il progetto di un complesso destinato a Residenza Turistico Alberghiera ai margini del centro storico, a Fonte di Sotto. Fra gli obiettivi della scheda (Ambito 24, val di Cornia) troviamo:

Tutela dei centri antichi e degli aggregati nella loro configurazione storica, estesa all’intorno territoriale ad essi adiacente a salvaguardia della loro integrità storica e culturale e delle visuali panoramiche da essi offerta.

La tutela è tuttavia demandata alla pianificazione comunale, la quale “individua l’intorno territoriale di tutela dell’integrità dei valori storico culturali dei centri urbani, degli aggregati e dei nuclei insediativi di valore storico o comunque identitario”.

Un progetto analogo in comune di San Giovanni d’Asso (SI) – un “centro di benessere” a Pavicchia in una delle zone più belle (e ignorate) della campagna senese, fra Montisi e il castello di Montelifré – dovrà in futuro fare i conti con molti degli obiettivi di qualità paesistica formulati nella scheda (Ambito 33, Crete senesi), che in questo caso vale la pena di citare integralmente:

19.1     Mantenimento delle relazioni storicamente e/o culturalmente consolidate tra insediamenti e gli ambiti di permanenza del paesaggio agrario tradizionale contestualmente alla valorizzazione del patrimonio insediativo.

19.2     Conservazione del sistema insediativo rurale di valore storico e testimoniale e del relativo contesto figurativo (agricolo, ambientale e paesaggistico).

19.3     Conservazione della fitta rete di viabilità minore, poderale e degli elementi di arredo dei tracciati.

19.4     Conservazione della particolare essenzialità del paesaggi rurali in perfetta armonia con la “nudità “ del contesto.

19.5   Promozione della gestione e manutenzione del paesaggio agrario, quale elemento identitario della collettività, anche attraverso processi partecipativi.

23.1     Conservazione dell’integrità percettiva degli aggregati, edifici e nuclei rurali di valore storico e testimoniale e degli scenari da essi percepiti nonché delle visuali panoramiche che traguardano tali nuclei lungo i tratti di viabilità riconosciuti come panoramici.

29.1     Conservazione dell’integrità percettiva dei centri, nuclei, aggregati storici, edifici specialistici e degli scenari da essi percepiti nonché delle visuali panoramiche che traguardano tali insediamenti lungo i tratti di viabilità riconosciuti come panoramici.

30.1     Conservazione della percezione visiva dei paesaggi, con particolare riferimento ai valori espressi dai tracciati (compresa anche la viabilità vicinale) che presentano elevati livelli di armonia e di equilibrio con i contesti circostanti.

Sarà possibile per il Comune di San Giovanni d’Asso dimostrare che il progetto, che al posto di un capannone distrutto prevede edifici a più piani, parcheggi e piscine, risulta coerente con questi obiettivi?

Non troviamo espressioni altrettanto pertinenti nelle schede che riguardano il Chianti (Ambito 32): e così nulla sembra poter contrastare, o almeno ridimensionare, progetti di notevole impatto paesistico come i Piani attuativi intorno al casello di San Donato della Firenze-Siena, comune di Tavarnelle val di Pesa (FI), dove villette e alberghi crescono come funghi al posto di pollai e capannoni abbandonati, o come il nuovo capannone Laika al Ponterotto, in comune di San Casciano val di Pesa, autorizzato in zona agricola con una procedura ad hoc. Tutti casi di emergenza territoriale dei quali il Piano Paesistico sembra disinteressarsi totalmente, e che quindi potranno ripetersi indisturbati.

Stesso discorso si può fare per l’Ambito del Montalbano (6, lo stesso numero anche l’Ambito di Pistoia), dove a parte un accenno, nella sezione 3, all’importanza naturalistica del crinale del Montalbano, sembra che la sola preoccupazione sia qualla di garantire “le visuali”:

La visuale dalla autostrada permette di ammirare la vallata naturale preappeninca sulla quale si stagliano le emergenze architettoniche più importanti del nucleo cittadino, visibili soprattutto dall’autostrada. La visuale verso sud permettte di ammirare il Montalbano e la fascia collinare antistante Serravalle Pistoiese.

Nulla, invece, a proposito del progetto di insediamento turistico alle Rocchine, in comune di Serravalle Pistoiese (PT), proprio sul crinale: ma forse dall’autostrada non sarà visibile?

Per ultimo citiamo il caso del progetto di un mega-impianto di rottamazione a Ugnano, in comune di Firenze, che va ad occupare quel poco che rimane dello straordinario tessuto suburbano degli orti della piana a sud dell’Arno: si tratta di un angolo di territorio fiorentino ignorato dal vincolo. La scheda dell’Ambito 16, Area fiorentina, nella sezione 3 si limita a rilevare che ci sono sì, dei problemi:

•  Il tracciato autostradale interrompe la continuità biotica della piana.

•  In generale la crescita del sistema infrastrutturale genera frammentazione, marginalizzazione e degrado degli spazi aperti.

•  Da rilevare la presenza di impianti di incenerimento, smaltimento rifiuti urbani, discariche in vario stato di attività.

•  La realizzazione di discariche e barriere acustiche in rilevati di terra sta modificando la morfologia del paesaggio e le relative condizioni visuali.

E più avanti si osserva che: “Testimonianze del sistema insediativo rurale della pianura rimangono in contesti rispetto ai quali risultano ormai del tutto estranee”. Come dire: ormai è tutto degradato, che cosa ci vogliamo fare. Cerchiamo piuttosto di migliorare la godibilità delle visuali dall’autostrada…

Il bilancio della nostra particolare lettura del Piano Paesistico, in conclusione, è fatto di luci e ombre. Le schede alcune volte mettono a fuoco correttamente proprio alcuni dei problemi che i Comitati e le Associazioni ambientale hanno segnalato, altre volte li ignorano. L’efficacia delle linee strategiche di volta in volta enunciate, nel contesto generale della disciplina urbanistica in Toscana, rimane assai dubbia: ma almeno qualche volta ci si potrà appellare agli obiettivi che il Piano stesso enuncia. Più che dalla risposta alle osservazioni, ci si possono attendere novità interessanti se e quando verrà attivata la procedura per l’estensione del vincolo a nuove aree di pubblico interesse26.

Non sembra, tuttavia, che la stessa Regione sia molto interessata a dare pubblicità al proprio Piano Paesistico, quasi fosse un adempimento necessario, del quale si sarebbe volentieri fatto a meno. Erano impegni presi con un governo che adesso non c’è più, per venire incontro a un Codice del paesaggio che ha perso per strada i propri promotori.

Dal protocollo Rutelli-Martini siamo passati alle strette di mano e agli abbracci fra Riccardo Conti, assessore al territorio, e Altero Matteoli, ministro delle infrastrutture nonché sindaco di Orbetello. Non sarà certo il Piano paesistico a condizionare la realizzazione dell’autostrada costiera e dei grandi lavori che fanno gola a destra e a sinistra.

Note

1  La produzione cartografica del PIT è in generale veramente modesta: nonostante la presenza, in Regione, di un efficiente e benemerito servizio cartografico, sembra che nei documenti di piano le carte servano solo per confondere le idee.

2  Ho provveduto personalmente a elaborare un testo che è poi stato accolto come punto di vista della Rete, avendo poche occasioni, alla fine di agosto, per uno scambio di idee, se non con Paolo Baldeschi e Paola Jervis. Il presente intervento riprende quasi tutti i punti che erano oggetto delle osservazioni.

3  Paolo Baldeschi e Alberto Magnaghi, per conto del Dipartimento di pianificazione territoriale, avevano messo in evidenza i punti deboli del PIT.

4  E’ vero che un effetto dell’adeguamentro della legislazione regionale al Codice del paesaggio è stata la reintroduzione dei vincoli ex legge 431 del 1985, la cosidetta Galasso. Per le  aree tutelate per legge ai sensi dell’art. 142 del Codice, cioè le aree della Galasso, valgono tuttavia in generale soltanto le generiche raccomandazioni dell’art. 4 della parte 2B del PIT (Disciplina dei beni paesaggistici), nella nuova versione.

5  Con la LR 29.06.2006, n. 26: dunque in tempi non sospetti, prima di Monticchiello (agosto 2006), per intenderci.

6  Con Decreto del Presidente della Giunta Regionale del 18.01.2007.

7  Cfr: www.toscanainfelix.org.

8  D.M. 07/12/1973, G.U. n. 39 del 1974.

9  D.M.07/01/1966, G.U. n. 34 del 1966.

10 Un argomento contro il “centralismo” del Codice del Paesaggio è quello dell’inefficienza delle Soprintendenze: che queste siano inadeguate è sicuro, ma non è un alibi per giustificare scelte comunali disastrose.

11 D.M. 30/04/1973, G.U. n. 153 del 1973.

12 La Repubblica, 13.07.09: “Il governo del territorio vive di sfide. Primo esempio. Il Consiglio di Stato (sentenza 1 luglio 2009 su Monticchiello) ridimensiona in radice le marmoree convinzioni di chi ritiene il paesaggio una sommatoria di valori assoluti da sottrarre al divenire dei processi sociali ed economici. A dimostrazione, peraltro, che la via del «vincolo ministeriale», quando vuole rimuovere il confronto politico e delegittimare pregiudizialmente chi governa il territorio, si espone alle durezze del diritto: c´è sempre un magistrato che non si fa suggestionare dai titoli dei media.” Così il Morisi.

13 D.M. 25/09/1962, G.U. n. 268 del 1962.

14 D.M. 27/4/1974, G.U. n. 292 del 1974.

15 D.M. 23/06/1967, G.U. n. 182 del 1967.

16 Gli accenni alle visuali dalle autostrade sono una vera chicca del Piano Paesistico: finalmente una Toscana ad uso del turista, a 130 km/h!

17 D.M. 17/10/2005, G.U. 278 del 2005.

18 La Regione ha persino divulgato, in allegato ai quotidiani di qualche mese fa, una mappa auto-elogiativa con il tracciato costiero presentato come “un’autostrada nel verde” (sic!) (naturalmente la questione è ben più seria di quanto possa emergere in queste note).

19 D.M.14/04/1989, G.U. n. 111 del 1989.

20 Per tutte le vicende della val di Cornia si rimanda all’ottimo sito www.comitatopercampiglia.it.

21 D.M. 20.09.75, G.U. n. 6 del 1976.

22 D.M. 05/01/1976, G.U. n. 34 del 1976.

23 D.M. 05/01/1976, G.U. n. 33 del 1976.

24 D.M. 20/2/1972, G.U. n. 81 del 1972.

25 Ma a Casole sono andati ormai ben oltre i limiti delle “buone pratiche” tollerabili dalla stessa Regione: la situazione è stata segnalata dalla Forestale alla Magistratura, che ha messo in moto un procedimento che mette sotto accusa quasi tutti i tecnici e i politici comunali. Ormai si aspetta solo l’esemplare intervento delle ruspe, che potrà essere seguito in diretta, ci auguriamo, sul sito www.casolenostra.org.

26              Prevista dalla citata leggina per la Manutenzione dell’ordinamento regionale 2008 del novembre 2008, al comma 4, lettera g, fra i contenuti dello statuto:“l’individuazione generale, ai sensi dell’articolo 143, comma 1, lettere d) ed e) del Codice dei beni culturali e del paesaggio, di eventuali categorie di immobili o di aree da sottoporre a specifiche misure di salvaguardia e di utilizzazione”.


geografo, insegna presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Siena, dove dirige il Laboratorio del Dipartimento di Storia impegnato nello studio dei paesaggi storici toscani
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