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Il sud che non c’è ovvero il gioco (semiserio) dei sette vizi capitali

Di Aurelio Tommasetti • 14 gennaio 2011 • Categoria: Il sud che ti aspetti

L’argomento questione meridionale è oggetto di discussione diffuso, forse ozioso ma decisamente attuale. Il Sud, snobbato nel recente passato dal salotto buono della politica che conta o nel migliore dei casi ricordato a margine in occasione della proposta di ripristino delle gabbie salariali o peggio di stipendi parametrati come miracoloso antidoto a tutti i mali del mezzogiorno e del paese intero, è di nuovo al centro del dibattito politico nazionale. Parlare di meridione, cercando di evitare l’insidiosa trappola della trita serie di luoghi comuni della inutile retorica o peggio del populismo a buon mercato, è d’altra parte proposito difficile da realizzare. Eppure il cinismo di chi sentenzia che tutto è stato già detto e nulla possa essere cambiato è inutile esercizio di povera e gattopardesca logica di quanti possiedono menti troppo pigre o intenzioni complici della condizione attuale del meridione.

La nostra discussione nasce una sera di Settembre durante una cena tra amici di vecchia data in un piccolo paese abbarbicato su una collina dell’alto casertano, in una regione dunque che può farsi emblema e simbolo dell’attuale condizione del mezzogiorno. Le chiacchiere, avvolte dalla frizzante aria già autunnale e accompagnate da caldarroste bollenti innaffiate da un buon vino prodotto e offerto dai padroni di casa, si sono protratte fino a notte fonda assumendo struttura e profondità proprie di una riflessione intellettualmente onesta (o almeno ci è piaciuto ritenerla tale). Beatrice un’insegnante precaria e madre a tempo indeterminato, Antonio un consulente aziendale, Andrea un manager di una multinazionale del lavoro interinale, Marta una neo disoccupata del settore auto, Davide un addetto alle vendite in una filiale di una grande catena d’arredamento, Ilaria un designer per una società informatica, Ludovica una PR per una società che organizza eventi nel mondo dello spettacolo e della cultura. Sette over trenta, sette professionalità e il gioco (semiserio) dei sette vizi capitali o del Sud che non c’è. L’idea è nata da sé: perché non utilizzare il vecchio ma pur sempre valido indice dei peccati capitali (patrimonio e vanto della dottrina cattolica)? Accidia, Superbia, Avarizia, Gola, Ira, Lussuria, Invidia. È sorprendente quanto tale espediente abbia funzionato bene per descrivere in modo efficace ma non manieristico il Sud secondo ciascuno di noi.

Accidia (ovvero la sindrome dell’immobilismo da rincorsa al posto fisso). Beatrice, insegnante precaria da otto anni e madre permanente da quattro, conosce bene questa sindrome. Una corsa quotidiana e affannosa alla cattedra che non c’è o magari ci sarà dopo l’attuazione della riforma del percorso formativo universitario elaborato dalla commissione Israel per conto del Ministero della Pubblica Istruzione. Il progetto Israel sulla formazione dei docenti del futuro ha aspetti decisamente positivi: maggior peso al sapere disciplinare e maggior attenzione alle modalità della didattica disciplinare, superamento delle SISS- trasformatesi ormai in diplomifici abilitanti a pagamento, business per le università e fonte di nuovo precariato.

E ancora il riconoscimento delle figure di tutoraggio, legate all’insegnamento attivo perché la professione deve necessariamente prevedere per chi la sceglie capacità di utilizzo di modalità, strumenti e tecniche della didattica legate a livelli adeguati di interazione e comunicazione con gli allievi. Infine il numero programmato per le varie aree disciplinari.

Ma che ne sarà di tutti i percorsi formativi già effettuati o in itinere? E che ne sarà di quella folta schiera di insegnanti penitenti bloccati nel limbo delle graduatorie riservate ai non abilitati e che pure insegnano da anni per brevi o brevissimi periodi in luoghi più o meno remoti del mezzogiorno? Ma c’è precariato e precariato. Si interroga spesso Beatrice negli ultimi mesi e ha deciso di cercarsi un lavoro diverso, magari specializzarsi in un’altra professione. Ancora studi e formazione, chissà che non serva più di quanto abbia già fatto. Perché da anni Scuola e Pubblica Amministrazione hanno svolto funzione di ammortizzatore sociale, utilizzati spesso dalla classe politica come settori in cui riversare tutte le ansie da lavoro della popolazione del meridione. Ed il rapporto già distorto tra politica e cittadino, si è ulteriormente incrinato tra logica di opportunismo e trasformismo di entrambe le parti coinvolte. La Pubblica Amministrazione rappresenta forse la voce principale nell’elenco di  spesa e occupazione al Sud. Enti locali e nazionali, Regioni, Province ed una pletora di impiegati a tempo indeterminato a cui va aggiunta una gran quantità di precari ed ex precari “stabilizzati” (ex lavoratori socialmente utili e di pubblica utilità) inseriti negli organici.

Un apparato tecnico-amministrativo lento, farraginoso e paradossalmente poco formato e specializzato. Gerarchie rigidamente strutturate, stipendio sicuro, responsabilità calcolate in un rapporto direttamente proporzionale, orario di lavoro fisso, zero rischio professionale, scarsa o nulla meritocrazia. La Pubblica Amministrazione sembra a molti una nuova forma di assistenzialismo. Niente Welfare, solo il caro vecchio paternalismo statale che non può affrontare la sfida della rinascita del mezzogiorno.

Superbia (ovvero la concezione dell’imprenditore come padrone). Qual è il confine, la linea separazione tra l’imprenditore illuminato e il barone da fabbrichetta di provincia? Davide se lo chiede da circa sette anni, dopo una laurea in lingue e tra un lavoro e l’altro di traduzione letteraria ottenuto sgomitando tra web e cenacoli-festival-saloni letterari. Cosa fa di un imprenditore un professionista in grado di proiettare la propria realtà professionale in un contesto di più ampio respiro? I vecchi manuali di economia definiscono l’imprenditore come colui che combina i fattori produttivi (lavoro, capitale e terra). È una definizione poco suggestiva ed è molto insoddisfacente anche l’indicazione del criterio che guiderebbe l’imprenditore e cioè quello della massimizzazione del profitto.

Viene da chiedersi in quale orizzonte temporale il profitto andrebbe massimizzato e come gioca la propensione al rischio. Gli economisti meno tradizionali hanno tentato di suggerire altri criteri ed obiettivi dell’imprenditore: per alcuni lo scopo dell’imprenditore sarebbe la crescita del valore di una attività, oppure l’accrescimento del proprio potere personale, della carriera o del guadagno. Per altri un criterio sarebbe, più banalmente, il raggiungimento di un tasso di profitto ragionevole e stabile. Ma sempre diffusa è la convinzione che non occorre soltanto un imprenditore che crei posti di lavoro ma piuttosto un imprenditore che coinvolga i dipendenti in una avventura interessante. Che dia un senso al loro lavoro. Ma come? Coinvolgere i dipendenti, lavorare con soddisfazione, fare genericamente del bene? Il lavoro in genere deve essere gratificante e coinvolgente: non deve essere soltanto una pena volta allo scopo di guadagnare e, successivamente, acquistare merci e goderne nel tempo libero. Purtroppo non tutti gli imprenditori hanno le caratteristiche del leader. E allora cosa crea un leader? La formazione classica di Davide si impone e ci illustra il racconto di Senofonte che narra il colloquio di Socrate con l’imprenditore agricolo Iscomaco. Socrate vuole capire come fa Iscomaco ad avere successo nella sua attività e al termine del colloquio ambedue si trovano d’accordo nel concludere che la cosa più importante è la capacità di guidare, animare, motivare gli uomini. Cioè i dipendenti. Dare un senso alla loro fatica, convengono, è una cosa importante: in una parola la leadership. Le parole testuali di Socrate sulla leadership che, ovviamente, non usava il termine inglese, suonano così: “A mio parere questa è la cosa più importante in ognuna delle attività umane, quindi anche nell’agricoltura. Tuttavia, per Zeus, io non dico affatto che anche questo si impara osservandolo o avendolo ascoltato, una volta sola, ma affermo che per chi intende riuscire in questo c’è bisogno di educazione, di possedere una buona natura e, cosa più importante di tutte, di diventare divino. Non sono affatto convinto che questo bene, impartire comandi a gente che obbedisce volentieri, sia del tutto cosa umana, ma mi pare divina. Chiaramente è data a coloro che veramente sono iniziati alla virtù…”. Questa è una buona definizione dell’imprenditoria. Davide continua a sostenere che bisogna generare e produrre qualcosa che valga di per sé, che pensiamo che sia un bene e che ci piace.

Tutti gli imprenditori che sono riusciti a creare una comunità appassionata al lavoro, che sono amati da chi ha avuto la fortuna di lavorare con loro, pensano che il loro prodotto contribuisce anche se in piccola parte a rendere migliore il mondo.

Avarizia e Gola (ovvero l’hic et nunc dell’imprenditore medio del Sud). Due dei peccati tipici del mezzogiorno che sembrerebbero muoversi agli antipodi della realtà imprenditoriale del meridione. Eppure c’è una sottile linea rossa che li unisce. E sembra del tutto naturale dopo aver parlato di leadership saltare a piè pari all’assenza di cultura d’impresa e alla scarsa propensione al rischio dei piccoli e medi imprenditori del mezzogiorno. Antonio e Andrea non riescono a star fermi sulle loro sedie tanta è l’eccitazione procuratagli dalla possibilità di discuterne. L’azienda è una importante organizzazione sociale, una cellula fondamentale della società. In qualche modo l’imprenditore deve essere educato. Ma come formare un nuovo tipo di uomini con il gusto per il prodotto e la propensione a creare un team e ad affrontare il rischio? Si potrebbe iniziare curando in particolare lo sviluppo dell’imprenditorialità intesa come impegno morale e come capacità operativa. In termini più espliciti, si tratta di formare un imprenditore leader che avrà una funzione sociale decisiva e ovviamente competenze in tecniche di marketing o confezione dei bilanci. Bisogna insomma insegnare la cultura dell’imprenditore. Al contrario, l’obiettivo di molti capitani d’industria in Italia, e in particolare nel Mezzogiorno, spesso è soltanto quello di accumulare popolarità, potere, soldi, massimizzare il profitto in senso contabile. Ma che cosa sia il massimo profitto, in quale orizzonte temporale si collochi e come si misuri, nessuno lo sa. Quale sia il profitto di una impresa lo si può dire solo quando si è estinta. Non lo si può dire il primo anno. Oggi, ad esempio, i promotori di nuove imprese, i venture capitalist, quelli che impiegano capitale in imprese nascenti o giovani, fanno i calcoli su tre anni. Ma non è ragionevole limitarsi ai tre anni perché ci può essere una impresa che sviluppa un risultato brillantissimo al quarto o al quinto anno. E chi riesce a fare un calcolo di questo tipo? C’è bisogno di una nuova etica del lavoro: spirito d’iniziativa, formazione del personale e creazione del team, cura del proprio prodotto in termini qualitativi e non solo di profitto, rispetto del consumatore e leadership consapevole della realtà interna e di quella internazionale. In quest’ottica l’innovazione è esigenza quotidiana, vitale e il rischio è congenito. Ciò che colpisce di più è che la maggior parte degli studenti universitari non ha mai sentito o concepito l’idea di fare un lavoro indipendente assumendosi tale carico professionale. Arrivano all’università e dicono che dopo laureati cercheranno “un posto”. Sembra quasi che guardino al mercato come il luogo della violenza e non semplicemente della concorrenza. Ma solo l’azienda, piccola o media o grande che sia, nata dai buoni propositi di una solida cultura imprenditoriale può mettere in cantiere piani di sviluppo, può crescere, ha un futuro.

Ira (ovvero lo scarso senso della cosa pubblica). Secondo Ilaria agli inizi degli anni ’90, con la fine della cosiddetta Prima Repubblica, il Sud si è trovato in certo senso politicamente nudo e si è accinto a uscire di scena. Le sue classi dirigenti avrebbero dovuto capire che, finita la «questione meridionale», restava loro forse una sola via per continuare a svolgere un ruolo realmente nazionale: e cioè prendere con forza la guida di una grande battaglia che facesse del rispetto per la cosa pubblica il proprio slogan e il proprio obiettivo prioritario. La via della richiesta, non di più soldi, ma di più Stato: non lo Stato keynesiano bensì quello del monopolio della forza da invocare, magari, contro la propria stessa società, quello in grado di creare le premesse e le condizioni ideali per la nascita e lo sviluppo di un mondo produttivo solido. Molte delle città meridionali di oggi, alcune sommerse dai rifiuti, altre decapitate politicamente, mutate intellettualmente e terra di caccia della criminalità organizzata, sono il simbolo di un Sud assente, arto fantasma e dolente di un corpo -l’Italia- mutilato ma silenzioso. In questo groviglio di interessi economici e politici personalistici, di scarsa educazione al vivere civile nel rispetto delle regole della popolazione stessa si finisce con il correre il rischio di una scissione di fatto del paese. Il Sud ha oggi tutto l’interesse a proporre un nuovo patto con il Nord del Paese. Un patto capace di tenere assieme solidarietà ed interessi. Un patto fondato sulla promozione e lo sviluppo delle risorse umane e materiali a livello locale. Imparare a ragionare e a fare, in quanto soggetti capaci di indicare soluzioni ai propri problemi, e capaci di costruirsele, è una maniera utile per giungere ad un modello di relazioni all’interno di una nazione. E per promuovere un nuovo protagonismo della società meridionale. Costruire un equilibrio tra i poteri in senso federalista sia nelle cose, nelle forze e negli orientamenti reali che attraversano la società italiana potrebbe essere la strada maestra per un reale cambiamento. In Italia vige un sistema di autonomie infinitamente complicato e frammentato. Lo squilibrio nord-sud va affrontato e risolto. E nelle regioni meridionali sembra esserci finalmente una disponibilità e un interesse a scommettere sull’autonomia come risorsa. Per fare questo, però, il sud ha bisogno di liberarsi di meccanismi di dipendenza e di assistenzialismo e di maturare il senso della collettività il cui rispetto è elemento fondante dello sviluppo anche economico. E la capacità di fare un patto e di rispettare i termini stabiliti dall’accordo ci rimanda al sesto dei vizi capitali del Sud.

Invidia (ovvero l’incapacità di fare sistema in nome di interessi comuni). Ma fare sistema non vuol certo dire fare lobby o peggio ancora entrare nella “casta”. Marta ricorda il bell’articolo di Michele Ainis, pubblicato su Il Sole 24 Ore lo scorso luglio che fotografa con lucidità uno dei mali endemici della società italiana: gli “amici”. O gli amici degli amici. L’incipit è fulminante: “Una malattia invisibile sta uccidendo la società italiana”. Questa malattia “…toglie slancio, dinamismo, ossigeno. In una parola, frena il ricambio delle classi dirigenti, dunque blocca i giovani, insieme a chiunque abbia idee nuove da mettere in circolazione”. Marta ha conservato l’articolo, lo mostra come fosse una reliquia, preziosa testimonianza di verità indiscutibile. Lo sviluppo economico, sociale e politico del mezzogiorno si lega indissolubilmente a gruppi di potere che adottano la cooptazione come metodo di reclutamento piuttosto che il principio meritocratico. È un metodo questo funzionale all’autoriproduzione delle élite, dal momento che i designati diventano i futuri designanti. Un metodo che protegge la continuità dei gruppi di comando. Il paese, e il Sud in particolare, funziona come fosse un gigantesco “Rotary Club”, dove per essere ammessi ai piani alti occorre l’avallo e il beneplacito di uno dei soci “senior”. E non c’è spazio per i lupi solitari: la catena di comando reclama fedeltà alla linea decisa dal gruppo dirigente, e quest’ultimo protegge la continuità dell’apparato, usando appunto la cooptazione. I giovani talenti, i “cervelli” migrano all’estero dove il merito non è criterio soggettivo ma parametro principe nella valutazione del lavoro e collante di progetti di successo a lungo termine. Nelle élite o nella classe dirigente la presenza dei giovani è molto più bassa rispetto agli altri Paese: un fenomeno che riguarda la politica, il sistema universitario, le élite culturali. C’è proprio una mancanza o quantomeno una riduzione dell’apporto delle nuove generazioni a livello medio-alto. Quando l’attuale classe dirigente si ritirerà, un’intera generazione quella degli attuali trentenni – molto probabilmente rimarrà bruciata. C’è stata una generazione che ha subito in pieno gli aspetti negativi del cambiamento. Ma le generazioni che verranno dopo, vedendo per tempo gli effetti negativi derivanti dall’accettazione di un sistema che penalizza i giovani, dovranno essere in grado di mettere in campo gli strumenti per prepararsi a un eventuale cambio generazionale. Queste nuove generazioni dovranno però divenire classe dirigente rifiutando la logica della cooptazione. Una logica che uccide la meritocrazia e uccide il cambiamento e aggiungerei non giova allo sviluppo economico in termini di profitto reale.

Lussuria (ovvero l’interpretazione errata del termine profitto, nella sua accezione deleteria di ”immoralità del profitto”). Ludovica non può fare a meno di rammentare un’antica storiella indiana che dice più o meno così: “Tutti inseguiamo il profitto, come il pastore i suoi animali. Il cavallo un cocchio lieve, lo stregone il fuoco, vuole il giovane la donna, la rana l’acqua”. Insomma perseguire il proprio profitto è quasi una legge di natura. Ma ciò che conta è come lo si persegue e con quali conseguenze per chi vive intorno a noi. Bisogna distinguere. C’è, da una parte, un investimento che crea valore per sé e per gli altri, che fornisce le risorse necessarie alle imprese per svilupparsi e aumentare i posti di lavoro, che seleziona progetti buoni e progetti cattivi. E c’è, dall’altra, la speculazione che lascia sul terreno piccoli azionisti più poveri e imprese più fragili. Ciò che sembra mancare è la creazione di valore, dall’occupazione, alla ricerca, agli investimenti produttivi. Il sistema economico, insomma, non trae alcun beneficio, anzi esce più fragile e meno credibile da operazioni economiche, piccole e grandi, che appaiono mere speculazioni. Il mercato non è sufficientemente aperto e ben regolato. Gli speculatori si inseriscono nella falle del sistema, negli angoli bui, nelle strozzature delle condotte. Sfruttano le carenze dei sistemi finanziari sottosviluppati: la mancanza di leggi efficaci e rapidamente applicabili, di standard contabili trasparenti, di autorità di controllo e regolamentazione efficienti. L’Italia è un Paese con una cultura del mercato molto recente. E’ uno degli ultimi Paesi occidentali ad essersi dotato di autorità indipendenti di regolazione.

Il nostro spazio economico è fatto, da una parte di restrizioni e monopoli, che distorcono il libero affermarsi delle dinamiche di mercato; dall’altro di libertà non adeguatamente regolate. Ed è questo lo spazio preferito dai raider, è proprio questo il loro terreno di cultura. Il terreno che premia i più furbi, o i furbetti, e non i più efficienti. La risposta è stata in molti casi l’elaborazione di nuove regole e l’allargamento dei mercati. Ma i buchi neri del mercato restano tanti. Il rammarico è che quando i buchi si registrano all’estero si corre rapidamente ai ripari. Da noi, invece, ci si confronta, si discute, si litiga, magari si presenta qualche proposta in Parlamento, ma poi per anni non si fa niente.

I buchi neri nel mercato e il conseguente diffondersi di un capitalismo finanziario distruttivo rischiano di avere un impatto negativo sulla percezione più generale delle attività finanziarie e, magari, delle attività economiche tout court. Si finisce così per demonizzare anche un’attività finanziaria o industriale sana, anche la creazione di un profitto che comporta un valore più generale. Per il nostro Paese, e il nostro Sud in particolare, tale atteggiamento è particolarmente pericoloso. Un Paese dove, forse per un deficit di cultura protestante, il successo nell’attività economica è di per sé guardato con sospetto. Dove colui che presta denaro o persegue il profitto è da sempre rappresentato come moralmente indegno. Contro questo rischio è determinante dunque educare la società tutta ad una cultura dell’attività economica, con le proprie dinamiche interne, più largamente intesa fatta di regole condivise e professionisti di ogni livello adeguatamente formati che sappiano elaborare “strategie” del profitto ricordando quelle regole della morale e dell’etica imprescindibili per l’evoluzione di un società. E allora Keynes diceva: “Fintanto che non si allarghi l’ambito dell’altruismo umano è giusto fare appello al profondo istinto degli individui di fare quattrini e amare i quattrini come principale forza motrice della macchina economica”. Cinico, funzionale common sense.

Sette over trenta, sette professionalità e il gioco (semiserio) dei sette vizi capitali per un Sud che non c’è….

Primi commenti: Comincia il gioco semiserio?

Giulia Del Vecchio

In merito all’interessante articolo qui presentato e pur tenendo conto che delle questioni più specifiche (come funzioni il sistema di assegnazione delle cattedre scolastiche, come sia regolamentata l’imprenditorialità etc) ho conoscenze lacunose e parziali, mi piacerebbe comunque formulare un commento per punti:

1          Bello l’espediente letterario. Il caso, primo tra altri magari meno noti, di Roberto Saviano ci ha dimostrato quanto non corrisponda alla ricerca di inutil vanto il cercare di ibridare il terreno delle belle lettere con quelli della riflessione socio-politica e dell’inchiesta di matrice giornalistica. La situazione decameroniana, riveduta ed aggiornata, delle sette persone che si raccontano – e così facendo raccontano la realtà che li circonda – da un buen retiro è interessante, e mi pare quasi che varrebbe la pena di dare più spazio alle loro esperienze personali.

2         Perché, a livello pragmatico, e salvo rari ed illuminati casi, è così raramente il Sud – inteso come l’insieme degli individui che ne costituiscono la collettività – ad essere promotore della riflessione su se stesso? Perché, mentre altri si alambiccano alla ricerca di giustificazioni e relativizzazioni socio-storico-antropologiche della condizione deprimente che lo attanaglia, le persone, in molti casi, rifiutano di affrontare di petto il dramma che sotto molti punti di vista le investe ora come forse mai in precedenza? (Parla qui in primo luogo la mia personale esperienza, ovviamente: per quanto questa possa valere…) Mi torna in mente un bel libro, che del Sud ci dice molto di più di altri, e più di quanto possa far supporre l’antica e romantica forma del romanzo storico: Il resto di niente, di Enzo Striano.

3          Mi pare che ci sia un nodo unico verso cui convergono tutte le questioni portate a galla attraverso l’espediente dei sette vizi capitali. In particolare i temi:

•           della rinascita del meridione, da non rimettere più alle speranze nel paternalismo statale, ma di cui ognuno deve sapersi assumere oneri ed onori, seppur, chiaramente, supportato da un sistema burocratico-organizzativo e da un welfare presente ed efficiente;

•           della necessità di una rifondazione dell’idea stessa di imprenditorialità, da intendere «come impegno morale e capacità operativa»;

•            dell’utilità di riconvertire le richieste di denaro pubblico, da sempre al centro della questione meridionale, in richieste di cosa-spazio-senso pubblico;

•           della cooptazione per amicizia, meccanismo di riproduzione – peraltro progressivamente peggiorativa – delle élites dirigenti, alla quale si deve necessariamente sostituire un sistema schiettamente meritocratico, volto alla costruzione collettiva – che poi implica un ciclo virtuoso di ricaduta e redistribuzione ai singoli componenti della collettività, in termini di qualità della vita, a tutti i livelli – di un bene pubblico;

tutti questi temi convergono verso quello centrale dell’etica.

Il termine fa paura, e porta in sé il germe della banalizzazione, della retorica (sia populista sia élitarista, ahimé), del dogmatismo parareligioso e del decadimento in un atteggiamento moralistico. Eppure: la chiave dell’articolo, la sua forza, sta a mio avviso nel coraggio di parlare di etica, gettando il cuore oltre l’ostacolo. Per i distinguo e le difficoltà dell’oggettivazione del pensiero, io credo, abbiamo ancora tempo.

Ruggiero Lamantea

Cosa dire: impeccabile, chiaro e condivisibile. Con una postilla, quel dialogo non necessariamente è collegabile al sud e poteva benissimo essere avvenuto sulle colline piacentine senza che fosse necessario cambiare una virgola.

Solo una parte parla del sud, la sezione sul peccato dell’ira: lo scarso senso della cosa pubblica come bene comune (d’altronte, come diceva Sciascia, le palme stanno propagandosi verso nord – o vi sono già arrivate? – e possiamo solo sperare che non superino le Alpi).

Pur condividendone l’analisi, sono in disaccordo, però, con gli interventi proposti (più stato? Si può imporre il bene comune? -sic-).

Ciò, a mio parere, ne evidenzia la lacuna maggiore: nessuno dei presenti, in questa cena di buongustai e posti piacevoli, fa proposte che riguardino loro stessi e i loro comportamenti individuali, professionali e sociali; nessuno dei presenti riconosce i peccati fondamentali del sud e le difficoltà di organizzarsi per modificarli (di questo non potrei parlarne neanch’io, visto che sono scappato via! Emigrante? “No grazie, volevo conoscere il mondo” rispondeva Massimo Troisi).

Penso, allora, che il rischio sia che rimangano parole consolatorie, avvitate su se stesse e tutto rimanga come sempre.

Dai trentenni del sud mi aspetterei altro, oltre ad una cultura classicheggiante che a noi meridionali piace ancora tramandare.


Professore ordinario di Economia aziendale nell'Università degli Studi di Salerno
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