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I paesaggi fluviali dell’Emilia Romagna

Di Giovanni Viel • 14 gennaio 2011 • Categoria: Lavori d'archivio

Caratterizzazione morfologica dell’ambiente fluviale

Il primo problema è quello di definire quali corsi d’acqua debbano essere considerati principali. Le definizioni idraulica, legata al regime stagionale, e geografica (denominazioni storiche, locali) che considera determinanti le lunghezze delle aste fluviali, ci sono parse insufficienti o scarsamente significative.

Si è così preferito assumere un criterio morfologico assegnando il valore di principale ai corsi d’acqua dotati delle seguenti caratteristiche:

a)   bacino idrografico montano e collinare (cioè chiuso sull’alta pianura) avente parte dell’imbrifero corrispondente con lo spartiacque Tirreno-Adriatico;

b)   fondovalle cartografabile alla scala 1:100.000 continuo.

La definizione della o delle aste principali entro il bacino idrografico è univocamente stabilita dalla presenza del fondovalle.

Ove questo non sia più riconoscibile come sistema di forme e depositi fluviali attuali ed antichi cartografabili alla scala 1:100.000, l’asta principale è ancora identificabile come quel corso d’acqua dotato di acclività più modesta e posto a quote medie relative minori rispetto agli influenti laterali, fino alla zona di inizio del cosiddetto “imbrifero”, dalla quale viene distinta definendola convenzionalmente “tronco non classificato”. Nella zona dell’imbrifero è progressivamente sempre più difficile definire univocamente il corso d’acqua principale. Qui può essere utilizzato il criterio di classificazione di Strahler (1958), ma anche questo diviene inutile nella porzione alta dell’imbrifero, ove non è più riconoscibile un canale definibile come principale rispetto ad altri.

Il secondo problema è quello di delimitare l’area da considerare per l’analisi del “paesaggio fisico fluviale”. Nell’ambiente montano e collinare essa può ragionevolmente corrispondere al sistema di fondovalle; nell’alta pianura all’alto conoide reinciso dall’asta principale; nella pianura alluvionale e deltizia ancora all’ambito di incisione o a quello delimitato dall’eventuale sistema di arginature fino al loro piede esterno; nel delta all’ambito compreso tra le arginature ed eventualmente alle terre intercluse tra le ramificazioni fluviali (naturali o artificiali) che caratterizzano questo ambiente, fino al limite del sistema costiero (a cordoni o sabbioso).

Anche in quest’ultimo caso (delta) è difficile stabilire quale sia il canale principale, non nel senso della portata o della larghezza ma in senso paesaggistico e morfologico (il delta è l’inverso equivalente-speculare dell’imbrifero).

Questa zonizzazione morfologica appare funzionale agli obiettivi paesaggistici ed ecologici della ricerca. Infatti:

a)    consente un’agile confrontabilità tra segmenti equivalenti di diverse aste fluviali, agevolandone una sistematizzazione;

b)    è funzionale ad una ripartizione degli ambienti vegetazionali naturali ed artificiali in grandi classi;

c)    è pertinente alle problematiche idrauliche ed antropiche.

La specificazione di caratteristiche interne ad ogni segmento d’asta fluviale rappresenta già alla scala 1:100.000 il modo di discriminare paesaggi dotati di diverse valenze e/o possibilità naturali.

Alla luce di queste considerazioni ogni fiume è stato ripartito in più tratti sulla base di diversi fattori, ottenendo una prima suddivisione in:

•    “imbrifero”: l’azione del corso d’acqua è qui prevalentemente erosiva;

•    “tronco”: è caratterizzato dalla presenza della zona di fondovalle e quindi da azioni di erosione e trasporto ma anche dalla deposizione di materiale alluvionale. E’ stata operata una ulteriore suddivisione tra tratti caratterizzati dalla presenza di fondovalle semplice o di fondovalle complesso, a seconda dello sviluppo più o meno esteso della zona terrazzata. Sono stati segnalati i tratti in cui il fondovalle è di tipo confinato, con presenza di gole, forre, ecc. Per maggiore chiarezza, può essere rilevante specificare che si intende per “fondovalle” un sistema di forme e depositi attuali ed antichi, dovuti all’attività del corso d’acqua, dotati di continuità ben cartografabile alla scala considerata entro la valle collinare e montana. In sostanza si tratta dell’attuale alveo di pertinenza, dei vari ordini di terrazzi alluvionali e conoidi intravallive conservati e dalla porzione di versante vallivo direttamente influenzata dal corso d’acqua principale;

•    “alta pianura – ambiente di conoide”: è stata individuata la zona in cui i corsi d’acqua, fuoriusciti dalle valli montane, in conseguenza della diminuzione del gradiente topografico depositano i materiali più grossolani costruendo corpi sedimentari di varie dimensioni denominati appunto conoidi;

•    “pianura alluvionale”: è stato individuato il tratto dell’asta fluviale che attraversa questa fascia di pianura che dai limiti esterni delle conoidi pedemontane si estende verso il mare. I corsi d’acqua presentano un pattern prevalentemente meandriforme o rettilineo, anche se non mancano eccezioni, e scorrono generalmente pensili sulla pianura delimitati da argini;

•    “pianura deltizia”: è un’area di pertinenza quasi esclusiva del Po. E’ un sistema deposizionale di transizione ed è caratterizzato da ambienti dove prevalgono i depositi di origine continentale della pianura deltizia interna e degli ambienti sedimentari più marcatamente di transizione della piana deltizia esterna;

•    l’ultima distinzione effettuata riguarda la presenza ed il tipo di arginatura, elementi, come già sottolineato, estremamente rilevanti per l’ambiente fluviale nell’area di pianura.

Per quanto riguarda la classificazione del tipo di tracciato, ovvero del pattern dei canali d’alveo, sono state distinte le seguenti categorie (Panizza, 1978):

1.      tracciato rettilineo;

2.      tracciato irregolare;

3.      tracciato anastomizzato;

4.      tracciato a meandri.

1. Tracciato rettilineo

E’ raro su lunghe distanze, se non in corsi canalizzati. Generalmente si tratta di tracciati impostati lungo elementi strutturali quali faglie e fratture rettilinee ed in tipi litologici molto coerenti, che impediscono al corso d’acqua di assumere un percorso meno regolare.

2. Tracciato irregolare

Costituisce la maggior parte dei tracciati naturali. Si presenta tortuoso ed irregolarmente sinuoso a causa di discontinuità litologiche e tettoniche, intreccio con paleoforme del rilievo, variazioni di portata, di copertura vegetale presso le rive, di acclività del letto, fenomeni di cattura fluviale ed altre ancora. L’estrema varietà delle cause che portano a tale tipo di tracciato e la sua grande diffusione nel paesaggio fanno sì che una descrizione significativa dal punto di vista della tipizzazione dei paesaggi fluviali sia estremamente difficoltosa.

3. Tracciato anastomizzato

Si osserva generalmente nei corsi d’acqua a fondo mobile della pianura alluvionale e della zona pedemontana. Il letto ordinario è costituito da una fitta rete di letti minori intrecciatisi fra loro e separati da isole e barre. La rete dei canali ha forma e tracciato effimeri, facilmente variabili, il letto ordinario è delimitato vagamente da rive poco nette e poco sicure. Causa di questo tipo di tracciato sembra essere la concomitanza di più fattori quali l’abbassamento di velocità della corrente, dovuto a diminuzioni di pendenza e/o allargamento dell’alveo ordinario, che provoca una caduta dell’energia fluviale e di conseguenza un abbandono di gran parte del carico solido. Il corso d’acqua è perciò obbligato a cercarsi una via tra i propri depositi alluvionali, a divergere e frazionarsi in tanti piccoli bracci. La scarsità o l’assenza di una matrice argillosa determina scarsa coerenza ai depositi alluvionali e perciò favorisce l’instabilità delle rive e la variabilità del tracciato fluviale. Poichè il corso d’acqua a canali anastomizzati mostra un regime poco regolare e una portata solida abbondante, esso deve trovarsi in una adeguata zona morfoclimatica o comunque presuppone un certo tipo di cause e processi, che quel regime e quella portata solida possano determinare.

4. Tracciato a meandri

Le tortuosità del letto ordinario possono organizzarsi in associazioni di curve regolari, più o meno eguali tra loro, con una deviazione non minore di 45° dal corso normale e successivo ritorno nella direzione primitiva: a tali sinuosità si dà il nome di meandri.

Si possono distinguere due tipi di meandri:

(1) meandri liberi, o di pianura alluvionale, quando le divagazioni del corso d’acqua sono indipendenti dal tracciato della valle, o di proporzioni più piccole ed il letto fluviale è a fondo alluvionale mobile; (2)                meandri incastrati, o di valle, quando i fianchi della valle seguono le sinuosità del corso d’acqua ed il letto fluviale è in roccia in posto.

1)   I meandri sono definiti dal loro raggio di curvatura, dalla loro ampiezza e dalla loro lunghezza. Si osserva una relazione costante, per ogni fiume a meandri, sia fra la lunghezza delle anse e la larghezza del letto ordinario (circa 10 volte maggiore), sia fra la stessa lunghezza ed il raggio di curvatura (circa 5 volte maggiore). Inoltre raggio, ampiezza e lunghezza dei meandri appaiono essere direttamente proporzionali alla portata del corso d’acqua. Il divagare laterale dei meandri liberi dà luogo ad una morfologia piatta, nella quale è tuttavia ancora possibile distinguere gli antichi tracciati abbandonati dal corso d’acqua.

Le condizioni di formazione dei meandri sembrano essere molteplici. Innanzitutto è necessario che la velocità della corrente sia tale che una sua lieve variazione determini o erosione o sedimentazione, cioè la contemporanea assunzione in carico di materiale presso una riva e il deposito presso quella opposta, in conseguenza dello spostarsi del filone della corrente. I materiali alluvionali soggetti a tali processi debbono avere granulometria non inferiore a valori più o meno corrispondenti a quelli delle sabbie medie, altrimenti un’eventuale lieve variazione della velocità della corrente non determinerebbe episodi contemporanei di erosione e di deposito su due opposte rive. Inoltre, al contrario del tracciato a canali anastomizzati, un corso a meandri presuppone la presenza di una matrice argillosa tra i materiali detritici, che può conferire una certa coerenza al deposito alluvionale e permettere così una discreta stabilità della riva concava. E’ anche indispensabile che la corrente non sia troppo carica di materiali trasportati, ma anzi sia relativamente limpida, possieda cioè una certa energia netta tale da consentirle di erodere le rive concave.

Se sussistono le condizioni suddette e probabilmente altre ancora, una qualsiasi discontinuità del letto fluviale che possa determinare una deviazione della corrente verso una delle due sponde può dare origine ad un tracciato a meandri. Tali discontinuità possono essere, per esempio, piccoli ostacoli e accidentalità del letto dovuti a barre o isole fluviali, diversa degradabilità delle sponde in relazione ad una differente copertura vegetale o composizione granulometrica, irregolarità del tracciato conseguente a fenomeni tettonici o di cattura e così via.

2)  La nomenclatura ed il meccanismo di evoluzione sono gli stessi che per i meandri liberi. Tuttavia la differente natura del materiale del letto fluviale, cioè roccia in posto, in genere più difficilmente erodibile del detrito alluvionale, comporta una più lenta evoluzione delle anse. Questa però, a lungo andare, determina la calibratura della valle, cioè l’allargamento dei fianchi vallivi fino alle dimensioni dell’ampiezza dei meandri. Gran parte dei meandri di questo tipo sembrano essere ereditati: all’origine cioè sarebbero stati dei meandri liberi su una pianura alluvionale e si sarebbero poi infossati, impressi tali e quali, entro i depositi della piana stessa, fino anche all’incisione della sottostante roccia in posto: tutto ciò in seguito ad un fenomeno di sovraimposizione. In taluni casi tuttavia sembra che questo tipo di meandri abbia caratteristiche proprie ed originali, si imposti e si evolva cioè secondo cause e condizioni dipendenti dall’energia e del corso d’acqua, dalla resistenza della roccia incassante e dalle discontinuità litologiche e tettoniche della valle.

I principali tipi di paesaggio fisico ricorrenti

La metodologia proposta ha portato alla stesura della “Carta del paesaggio fisico” delle principali aste fluviali dell’Emilia-Romagna.

La tipizzazione fisica del paesaggio fluviale cartografato ha prodotto, parallelamente, la classificazione delle aste secondo la lunghezza, e, quindi, la “potenza”, di ciascun tratto rilevato.

Ai fini di rendere più facile la lettura e più agevole il confronto tra le aste, ciascun fiume è stato rappresentato in forma schematica in una propria scheda.

Le schede di tipizzazione del paesaggio fisico fluviale contengono le informazioni desunte dalla “Carta del paesaggio fisico” formato dalle principali aste dell’Emilia-Romagna, rappresentate in modo da offrire una lettura immediata dei paesaggi formati da ciascuna asta selezionata ed una sua prima quantificazione. Ogni scheda viene numerata secondo il bacino di appartenenza e, gerarchicamente, secondo l’asta principale e gli affluenti. La struttura del bacino viene richiamata in ogni scheda.

La tipizzazione, che comprende tutte le aste escluse la porzione di imbrifero e il tratto fuori regione, è stata fatta per un totale di 1.595,4 Km. La scheda ha voluto soprattutto mettere in evidenza le combinazioni fra ambiti idromorfologici e patterns d’alveo nella loro distribuzione territoriale.

Questa impostazione permette una lettura immediata della disarticolazione longitudinale e dell’ampiezza dei paesaggi, in scala rispetto la loro lunghezza reale. L’articolazione può essere anche trasversale, come nel caso del Reno e del Panaro, quando il corso d’acqua separa due ambienti diversi (per cui una sponda risulta essere classificata in un modo e l’altra in un altro).

Il peso che ciascun paesaggio ha nel contesto sia del singolo fiume sia di quello regionale viene messo in evidenza nella tabella di sintesi che, se letta complementariamente alle singole schede, affina la tipizzazione delle seguenti, e altre, considerazioni:

•    si possono definire dei trend di rappresentazione dei paesaggi dall’Emilia Occidentale alla costa (come la rilevanza delle arginature) e/o dalla montagna alla pianura;

•    si mettono in risalto i singoli casi e le combinazioni più comuni o più rare (molto raro è il fondovalle confinato, molto comune è pattern irregolare o meandriforme per i fiumi dell’Emilia Occidentale, assente, invece, nella Orientale).

La prima evidenza che si può trarre dallo scenario fisico regionale e che trova conferma nella lettura della matrice riassuntiva, è la grande varietà paesaggistica riscontrata nei 1.595, 4 Km di aste fluviali tipizzate.

Dalle 48 combinazioni teoricamente possibili tra ambiti idrologici, geomorfologici e patterns d’alveo, cioè quella che determina secondo la metodologia assunta la formazione di paesaggi fisici, 31 combinazioni vengono rappresentate almeno una volta nei fiumi classificati. Mancano, infatti, le quattro combinazioni tra area del delta e i pattern fluviali; il fondovalle conglobato e quello confinato in combinazione con il tratto rettilineo (il pattern rettilineo del resto non è una formazione rappresentata in montagna se non per brevi tratti); la pianura a meandri con pattern anastomizzati (sarebbe una contraddizione di termini); infine la fascia del Po e la pianura deltizia con pattern che non siano rettilinei (prevale la presenza di arginature spinte alla rettificazione). Tutte le altre, moltiplicate per i fiumi in cui compaiono, originano 183 tipi di paesaggio. Se poi consideriamo che esiste non solo una varietà tipologica, ma anche una varietà topologica tale per cui una stessa combinazione non origina mai lo stesso paesaggio neanche nello stesso corso d’acqua, (dal momento che cambiano altre condizioni rilevanti, quali l’altitudine, la pendenza del corso d’acqua, le condizioni al contorno e quant’altro) i paesaggi fisici formati dai fiumi dell’Emilia-Romagna ammontano a 271.

Il paesaggio fisico più ricorrente è quello che deriva dalla combinazione di un fondovalle semplice (rappresentato per 328 Km di aste totali, cioè il 20% del totale regionale) con pattern irregolare comparendo 37 volte e in 19 dei 30 corsi d’acqua esaminati. Di questi, i più lunghi si trovano nel Ceno con quasi 21,9 Km, nel Taro con circa 25,1 Km e nel Baganza. Negli altri i tratti sono brevi anche se ricorrenti.

Esso è seguito dal tipo fondovalle semplice associato ad un pattern anastomizzato che ha una frequenza di 32 volte e 17 corsi d’acqua. Non è mai presente per lunghi tratti alternandosi spesso al precedente, tranne nel Secchia dove continua per 17,9 Km.

A pari merito si colloca il fondovalle complesso (249,7 Km totali: 15,65% del totale regionale) nella combinazione con il pattern irregolare e con il pattern anastomizzato, entrambi rappresentati 27 volte in 12 e 13 fiumi. Nel primo caso il tratto più lungo è rappresentato nel Reno con 24 Km; nel secondo il paesaggio più lungo è nel Parma con 28,1 Km. Quello con pattern meandriforme viene ripetuto solo 7 volte e nei fiumi Lamone e Montone, per ben 11 e 13,2 Km rispettivamente.

Ben rappresentato è anche il tronco non classificato caratteristico della porzione più montana di quasi tutti i corsi d’acqua di cui il paesaggio prevalente è quello con pattern irregolare (23 volte), seguito dallo anastomizzato (9), rettilineo (4) e a meandri (3). Lo si riscontra in quasi tutti gli affluenti, dove, con 23 Km, raggiunge il valore massimo nello Scoltenna.

Per un totale di 10 volte su 10 fiumi si può osservare anche il paesaggio di fondovalle semplice con pattern a meandri di cui il maggiore nel Trebbia, lungo 18 Km circa.

Molto più rari e brevi sono invece i tratti a gole e forre (fondovalle confinato) che complessivamente si sviluppano per soli 8,5 Km, presenti solo in 4 fiumi (Trebbia, Taro, Ceno e Baganza, di cui il più potente è nel Taro di 3,6 Km) con una frequenza di 2 se a pattern semplice, 3 a pattern anastomizzato e 2 a pattern meandriforme.

Tra i paesaggi di pianura i più rappresentati sono quelli di pianura alluvionale (con 438 Km di aste totali, corrispondenti al 27% del totale regionale), seguiti da quelli di pianura pedemontana (327,5 Km di aste totali, cioè il 20,5% della regione). I fiumi che li attraversano per più lunghi tratti sono il Reno con 23,3 e 113 Km rispettivamente per un totale di 136,3 Km; il Panaro con 27,5 e 60,6 Km rispettivamente che sommati fanno 88,1 Km e il Secchia con 27,9 più 51,4 Km, cioè 79,3 Km complessivi.

La pianura pedemontana in combinazione con pattern irregolare origina 15 diversi paesaggi in 12 fiumi (il più lungo è quello del Panaro con 38 Km); in combinazione con pattern anastomizzati e a meandri dà luogo a 12 e 10 paesaggi ciascuno (di cui il più potente è nel Secchia con un tratto di 27 Km).

La pianura alluvionale ha tratti soprattutto rettilinei per le arginature di questi torrenti che diventano da pensili a regolari. Il tratto più lungo è presente nel Reno con 113 Km, 9 volte compaiono anche tratti irregolari, mentre 8 paesaggi sono di tipo meandriforme (il più lungo in questo caso è rappresentato dal Parma con 28 Km).

Molto meno rappresentati, anche se complessivamente danno un’elevata varietà paesaggistica, sono gli altri paesaggi di pianura. Questi sono l’unico paesaggio in fascia del Po con pattern rettilineo presente nel Panaro per 6,7 Km (0,4% della Regione); il paesaggio in piana a meandri con pattern rettilineo, presente nei Fiumi Uniti per 4,7 Km, seguito da quello con pattern a meandri dell’Enza, 5,7 Km, e da quello con pattern irregolare, nel Parma con 2,9 Km per un totale di 13,3 Km (0,8% delle aste totali).

Nel piana costiera (20,4 Km che rappresentano l’1,28% del totale regionale) dal pattern rettilineo sono formati 4 paesaggi: nel Reno, per una lunghezza di 5,9 Km, nel Lamone, con 4,4 Km, nei Fiumi Uniti, con 1,4 Km, e nel Marecchia; con pattern a meandri vi è un paesaggio nel Savio lungo 7,9 Km.

In aree vallive vi sono 2 paesaggi con pattern rettilineo (uno nei Fiumi Uniti, di 2,6 Km, e l’altro nel Marecchia di 5,9 Km) per un totale di 8,5 Km (0,5% della regione).

Infine, l’unico paesaggio ottenuto dalla combinazione della pianura deltizia con un pattern irregolare, rappresentato nel Reno e lungo 32,2 Km (2% del totale regionale). Nonostante la grande varietà di paesaggi fisici formati, è possibile riscontrare caratteristiche che accomunano alcuni fiumi della regione che possono essere suddivisi in gruppi omogenei corrispondenti ai tre contesti territoriali dell’Emilia Occidentale, Emilia Centrale e Romagna.

I fiumi occidentali (Trebbia/Aveto, Taro/Ceno, Parma/Baganza, Enza) solcano trasversalmente l’Emilia Occidentale per gettarsi, dopo un percorso relativamente breve, nel Po. Di essi il più lungo è il Taro, che con 121,5 Km è anche il terzo fiume regionale per lunghezza. Seguono il Parma con 90 Km, il Trebbia con 84,2 Km e l’Enza con 81,2 Km.

Essi sono caratterizzati da bacini stretti ed allungati con prevalenza di fondovalle semplice su quello complesso (tranne per il Parma e l’Enza).

La pianura, solo pedemontana per il Trebbia, si equilibria rispetto l’alluvionale anche negli altri fiumi, ed è sempre associata ad un pattern di tipo anastomizzato, il più frequente.

Il pattern meandriforme, tipica formazione di fiume maturo e quindi di pianura, pure ben rappresentato, è presente, eccezionalmente, anche in tratti montani (vedi Trebbia e Aveto).

Infine, la caratteristica più tipica di questi torrenti è la presenza, unica in territorio regionale, di pattern combinato. Ad esso appartengono gole, forre e meandri incarsati di grande suggestione paesaggistica e particolarmente famosi nel Trebbia.

I fiumi centrali (Secchia, Panaro) raggiungono il Po solo dopo 124 e 117 Km, scorrendo per la maggior parte in un’ampia pianura alluvionale, quasi completamente arginata.

Il fondovalle è qui soprattutto complesso. I pattern fluviali si susseguono da monte a valle secondo tratti irregolari, anastomizzati meandriformi con buona regolarità. Solo il Panaro è nuovamente irregolare in pianura.

Il Reno fa caso a se stante. Originariamente affluente del Po, a causa delle intense bonifiche ne è stato artificialmente deviato il corso verso il mare assumendo una particolare forma a curva, risulta essere il fiume più lungo dell’Emilia-Romagna, con 187 Km di cui 120 Km corrono su argini pensili sul piano di campagna.

Il bacino montano, caratterizzato da numerosi affluenti, è solo il terzo bacino regionale per estensione, preceduto dai bacini del Taro e del Secchia.

Il corso d’acqua principale scorre in un fondovalle per lo più complesso con pattern irregolare.

Il tratto rilevante, come è stato detto, è quello di pianura che è qui una pianura alluvionale caratterizzata dalle aree vallive connesse al sistema deltizio del F.Po.

I fiumi romagnoli sono il Santerno, che sbocca nel Reno, Lamone, Montone/Bidente-Ronco/Fiumi Uniti, Savio e Marecchia con sbocco in mare. Sono fiumi di breve lunghezza, di cui il maggiore, il Savio (86,7 Km) è solo settimo nel contesto regionale.

Anche i bacini idrografici sono tra i più esigui andando dal Santerno, il più piccolo con soli 507 Km, al Bidente-Ronco, il maggiore con 605 Km.

Dove questo più si avvicina alla costa e cioè in direzione est, la pianura, prima prevalentemente alluvionale, si assottiglia e diventa per lo più pedemontana.

Questi fiumi attraversano, prima dello sbocco in mare, anche un tratto di piana più tipicamente costiera. Il pattern prevalente è quello irregolare, seguito da quello rettilineo tipico dei tratti pensili.

L’approccio allo studio del paesaggio per “punti di vista” è ritenuta da alcuni più affascinante di quello per “unità di paesaggio”, permettendo di cogliere gli “elementi di sorpresa”, ovvero quelli di frattura e di continuità dei paesaggi, o meglio dei sottopaesaggi descritti.

Tali elementi sfuggono a visioni globali ma più generali, le quali evidenziano invece le proprietà emergenti dei rapporti tra gli stessi.

Tuttavia, il fiume è una unità sistemica e non può come tale derivare dalla semplice sommatoria dei suoi moltepli aspetti.


Geologo, Bologna
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