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Distretti produttivi e nuovi sistemi imprenditoriali: la via italiana per uscire dalla crisi

Di Giancarlo Coro • 14 gennaio 2011 • Categoria: Il progetto di sviluppo locale

La crisi che si è abbattuta sull’economia mondiale non è certo passata indenne sui distretti italiani. L’elevata propensione all’export che caratterizza questi sistemi locali di imprese li ha esposti, fatalmente, alle drammatiche fluttuazioni del ciclo economico globale, colpendo soprattutto chi produce beni di investimento e tecnologie intermedie. Prendendo a riferimento le rilevazioni effettuate dal Monitor Distretti del Centro Studi Banca Intesa-San Paolo per il primo trimestre 2009, la situazione di difficoltà appare in tutta evidenza1. Se si escludono i distretti dell’agro-alimentare, meno soggetti alle fluttuazioni del ciclo economico, le perdite sui mercati esteri si attestano, mediamente, sul 20% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Con cadute del 30% per i distretti specializzati nei beni intermedi e di capitale, mentre nel sistema moda le perdite sono state più contenute.

Esistono anche felici eccezioni a questa crisi generale: ad esempio, il distretto della maglieria di Carpi e quello dello sportsystem di Montebelluna hanno addirittura segnato nel primo trimestre 2009 un incremento delle vendite all’estero, mentre ha mostrato una buona tenuta anche il distretto del packaging bolognese. In questi casi ha senz’altro fatto premio la forte differenziazione dei prodotti e dei mercati, conseguita grazie a processi di selezione e innovazione diffusa che hanno contraddistinto queste aree nel corso degli ultimi anni.

Molto critica è invece la condizione in cui versano alcuni tradizionali distretti del made in Italy, come quelli conciari, dell’oreficeria, degli elettrodomestici e del marmo, i cui mercati sono in netta contrazione sia a livello nazionale che internazionale. In seria difficoltà versano anche i distretti metalmeccanici della Lombardia e di Modena-Reggio, a conferma che la crisi ha colpito duramente le industrie che producono beni di investimento, la cui domanda è arretrata, com’era facile prevedere data la natura globale della recessione in atto, in misura maggiore dei beni di consumo. In generale, dunque, la situazione economica dei distretti è, in questa fase, tutt’altro che confortante.

Eppure, nonostante tutto, il modello distrettuale continuerà ad essere una formula di successo, e non è difficile prevedere che la crisi contribuirà alla sua diffusione nelle economie avanzate come in quelle emergenti. La ragione è (apparentemente) semplice: la crescita dell’immaterialità e della globalizzazione porta l’economia moderna a diventare più instabile, in quanto soggetta a cambiamenti continui e sempre più veloci sia da parte della domanda, sia dal lato della tecnologia. La crisi che stiamo attraversando ingigantisce, in realtà, un fenomeno destinato a diventare strutturale2.

La possibilità di separare la componente immateriale dell’innovazione (l’idea, il brevetto, il software, il modulo tecnologico) dal suo supporto materiale, unita alle potenzialità dei circuiti commerciali e produttivi digitali, può consentire anche a piccole e medie imprese di successo di imboccare, nel breve periodo, percorsi di crescita elevata. E viceversa: in poco tempo possono infatti venire scalzate dal mercato attività che sembravano profittevoli e basate su una solida reputazione.

I mercati finanziari, per loro natura, tendono ad accentuare ulteriormente queste brusche variazioni dei valori economici. Tuttavia, tale fenomeno non contribuisce solo a creare una maggiore volatilità dei corsi azionari, bensì situazioni di incertezza e instabilità continue negli assetti economici e sociali. In tale contesto sono perciò avvantaggiati quei sistemi produttivi capaci di adattarsi e rispondere attivamente al cambiamento.

Distretti come sistemi imprenditoriali dell’innovazione

In quanto espressione di un “capitalismo imprenditoriale” – nel quale il valore economico viene creato attraverso processi diffusi di sperimentazione tecnologica e di investimenti a rischio sull’innovazione – i distretti costituiscono un modello di organizzazione economica particolarmente flessibile, e molto più in grado delle grandi corporation di evolvere in base ai segnali, anche deboli, trasmessi dai mercati. Per uscire dalla crisi l’economia dovrà, perciò, basarsi su un mix di elementi che all’interno di molti distretti si sono finora combinati in modo efficace: imprenditorialità diffusa, cultura del prodotto, orientamento all’innovazione, reti flessibili di divisione del lavoro, apertura internazionale, legami con la società locale.

Tutto questo, nei distretti, non è avvenuto per grazia divina, ma per un dispositivo che gli economisti classici – in particolare Alfred Marshall – avevano messo in luce ancora molti anni fa3. Infatti, quando sullo stesso territorio sono insediate numerose imprese che producono beni simili, si innescano due meccanismi apparentemente contrapposti, ma che, in realtà, funzionano in modo complementare: da un lato una forte competizione fra imprese, che spinge ognuno a differenziare i prodotti, cercare nuovi mercati e, soprattutto, ad introdurre innovazioni continue per accrescere la produttività e ridurre il rischio dell’imitazione; dall’altro insorge una forma di cooperazione inconsapevole, che contribuisce a creare sul territorio un insieme di fattori competitivi molto utili alle imprese: un bacino qualificato di professionalità, mercati di fornitura specializzata e di servizi dedicati, un sistema di conoscenze, culture e linguaggi produttivi comuni, che facilitano la divisione del lavoro, lo scambio di informazioni critiche e il presidio della frontiera tecnologica. L’esistenza di interazioni ripetute fra imprese – facilitate dalla contiguità e dal ruolo di istituzioni intermedie, quali associazioni, fiere, scuole tecniche, centri di servizio, ecc. – contribuisce ad alimentare la fiducia e riduce, di conseguenza, i costi di transazione. In un’economia in cui l’innovazione diventerà la principale arma competitiva, questi fattori saranno, dunque, sempre più importanti.

Distretti che cambiano

Certo, i distretti non sono realtà immobili. Anzi, come abbiamo detto, la loro principale proprietà è proprio quella di saper cambiare pelle, per adattarsi ai mutamenti delle condizioni tecnologiche e di mercato.

Dopo l’originario spontaneismo degli anni ’70 e ‘80, quando era sufficiente un po’ di buona volontà per aprire bottega e accedere ai nuovi spazi di mercato lasciati liberi dalle rigidità delle organizzazioni fordiste, abbiamo assistito, soprattutto a partire dalla seconda metà degli anni ’90, ad una forte selezione, che ha mutato sia la struttura interna, sia la stessa geografia dei distretti industriali. A ben vedere, nella storia economica dei distretti, le “crisi” hanno spesso rappresentato la leva per un nuovo slancio imprenditoriale.

All’inizio degli anni ’70 sono le turbolenze create dalle tensioni sindacali, dalla crisi energetica e dalla caduta degli accordi di Bretton Woods a spingere lo sviluppo di sistemi flessibili di piccola e media impresa nelle regioni “periferiche”. Nei primi anni ’80, la creazione di un regime di cambi fissi collegata al marco tedesco, costringe l’industria italiana più esposta alla concorrenza internazionale – rappresentata in larga parte nei distretti – ad investire nella crescita di produttività, rendendo così possibile superare una lunga fase di stagnazione. Quando poi, nei primi anni ’90, il differenziale inflazionistico con i principali partner europei diventa insostenibile, la manovra di svalutazione trova ancora una volta pronti molti distretti italiani, che incrementano immediatamente l’export di tassi a due cifre, soprattutto verso la Germania e gli Usa. Ma già nella seconda metà degli anni ’90 lo scenario competitivo cambia nuovamente. Da un lato l’emergere di economie a basso costo del lavoro, dall’altro l’affermazione del regime macroeconomico dell’euro, rendono molto più difficile seguire il vecchio modello export-led. Per contro, il nuovo scenario che si apre dalla seconda metà degli anni ’90 favorisce gli investimenti all’estero e le strategie di acquisto degli input intermedi nelle “piattaforme manifatturiere” che, nel frattempo, sono cresciute a ritmi impressionanti nelle nuove regioni dello sviluppo mondiale, in particolare in Estremo Oriente e nell’Europa Centro-orientale. Questi fenomeni hanno impresso una forte spinta al cambiamento, costringendo ancora una volta le imprese esposte alla concorrenza internazionale ad innovare i prodotti, i processi e i modelli organizzativi.

Nei distretti italiani questi cambiamenti si manifestano soprattutto in quattro direzioni: crescita delle dimensioni aziendali, apertura alle reti globali di fornitura, aumento del peso dei servizi nella produzione industriale, emergere di nuovi cluster ad elevato contenuto tecnologico e di conoscenza. Vediamo brevemente questi quattro percorsi di cambiamento che, com’è evidente, presentano fra loro diversi elementi comuni.

Medie imprese, catene globali, crescita dei servizi, nuove tecnologie

La prima linea di cambiamento riguarda, dunque, l’innalzamento della soglia minima efficiente delle imprese. Tuttavia, la crescita delle dimensioni aziendali all’interno dei distretti non si coglie tanto attraverso le tradizionali statistiche economiche, quanto osservando lo sviluppo di alcuni fenomeni organizzativi nel tessuto produttivo: fra questi spicca, in particolare, l’affermazione delle imprese leader, la formazione di gruppi e, più in generale, la maturazione di una “economia della filiera”, all’interno della quale tende a perdere di significato la classica distinzione fra piccola e grande azienda4. Il dato più significativo appare, in particolare, la crescita di un tessuto di “medie” imprese industriali molto dinamiche – il Rapporto Mediobanca-Unioncamere5 ne individua in Italia oltre 4.000, comprese nella classe fra 50 e 500 addetti – che non ha sostituito le piccole e micro-imprese, ma che ha certamente contribuito ad una maggiore selezione e una più moderna organizzazione dei sistemi di fornitura.

Uno dei dati salienti delle indagini sulle “medie” imprese è, infatti, la forte proiezione esterna della rete di divisione del lavoro: il rapporto tra valore aggiunto e fatturato è vicino alla soglia del 20%, e il numero medio di fornitori si attesta su valori prossimi ai 250. Questo significa, fra l’altro, che ha sempre meno senso analizzare le economie di scala all’interno dei tradizionali confini proprietari dell’azienda, e anche la contrapposizione fra piccola e grande impresa – cavallo di battaglia delle diatribe sul valore dei distretti nell’economia italiana – tende a venire meno, per dare ragione alle logiche di complementarità. La media impresa leader tende così a concentrarsi sulle funzioni strategiche della filiera, ad investire in tecnologia e aprirsi ai mercati internazionali. La piccola e micro-impresa cerca invece di giocare le proprie carte sulla qualità manifatturiera, la flessibilità produttiva, la reattività ai mercati di fornitura. Piccolo e grande non sono, dunque, dimensioni d’impresa alternative che l’analisi economica può giudicare separatamente, e la politica economica scegliere univocamente, bensì elementi differenziati di un unico sistema di divisione del lavoro.

La seconda linea di cambiamento è la proiezione internazionale delle relazioni produttive dei distretti. Questo fenomeno si manifesta in diversi modi: con l’aumento degli investimenti diretti esteri, sia in entrata (attraverso la localizzazione di filiali di multinazionali estere), che in uscita (mediante lo sviluppo delle cosiddette “multinazionali tascabili”); con l’estensione delle reti di fornitura nelle economie low cost (fenomeno noto con il termine di “de-localizzazione”); con lo sviluppo delle esportazioni di beni intermedi e di capitale un tempo “riservati” al mercato locale; con l’accesso a mercati internazionali dei servizi qualificati (in particolare della ricerca, comunicazione, consulenza strategica, finanza, logistica); ma anche con l’incremento, soprattutto in alcuni distretti manifatturieri, dei flussi di immigrazione dall’estero6. Questi processi di apertura hanno in molti casi messo a repentaglio l’identità produttiva e i patti impliciti di solidarietà economica del distretto. Un caso emblematico è quello della ceramica di Sassuolo, dove i produttori di tecnologie hanno contribuito, attraverso l’export di macchine sofisticate, alla crescita dei competitors insediati nelle economie emergenti, contribuendo così ad aggravare la crisi dell’industria locale. Oppure si pensi al caso di Prato, dove l’immigrazione cinese sta cambiando in profondità le regole sociali su cui si è a lungo retto il mercato della fornitura distrettuale. Tuttavia, il fenomeno più rilevante appare la trasformazione delle reti locali di fornitura in “catene globali del valore”, che ha messo fuori mercato una parte consistente dell’indotto manifatturiero formato, per lo più, da piccole imprese e laboratori artigiani.

L’aspetto paradossale dei cambiamenti fin qui descritti è che non sembrano essere stati accompagnati da particolari crisi occupazionali. Certo, non si possono negare fenomeni di espulsione dei lavoratori meno qualificati dai cicli produttivi, tuttavia il mercato del lavoro si è finora mostrato in grado di mantenere un buon equilibrio fra domanda e offerta, permettendo soprattutto l’immissione di figure a più elevata condizione professionale. E’ del resto su questo fronte che si sviluppa la terza linea di cambiamento dei distretti. Con l’estensione internazionale della filiera produttiva sono infatti cresciute sul territorio le componenti di servizio e le funzioni terziarie dell’industria, come progettazione, design, sviluppo tecnologico, comunicazione, marketing, logistica, distribuzione.

La terziarizzazione dei distretti industriali è un fenomeno per molti versi positivo, ma non esente da aspetti critici. E’ senz’altro positivo che l’industria accresca il contenuto di conoscenza dei prodotti e dei processi: in diversi casi è proprio lo sviluppo dei servizi – soprattutto quelli relativi alle funzioni più a monte, come  design e progettazione, e più a valle, come la distribuzione e il post-vendita – ad assicurare il controllo sui cicli manifatturieri.

Tuttavia, lo sviluppo dei servizi pone tre problemi finora sottovalutati nell’economia dei distretti.

Il primo è relativo alle economie di scala, che nelle attività immateriali sono decisamente maggiori rispetto a quelle della manifattura, con conseguente modifica degli equilibri dimensionali e l’esigenza di strategie più consapevoli di alleanza fra imprese.

Il secondo problema è l’insufficienza delle relazioni fiduciarie e la necessità di istituzioni di tutela della proprietà intellettuale, in quanto nei rapporti fra imprese contano sempre meno gli scambi di beni escludibili, e sempre più le conoscenze incorporate nei prodotti, la cui appropriabilità è decisamente più a rischio.

Il terzo problema attiene alle relazioni di apprendimento reciproco industria-servizi: è difficile si possa sviluppare la qualità nel design e nella progettazione, come nella ricerca applicata e nello sviluppo delle innovazioni senza una interazione diretta e continua con la produzione manifatturiera. In altri termini, se l’innovazione è anche l’esito di processi di learning-by-doing, bisogna essere consapevoli che il learning non può separarsi troppo dal doing. Ciò porta a rivalutare il ruolo dei cosiddetti industrial commons, cioè quell’insieme di saperi creati come sotto-prodotti (esternalità) dell’attività manifatturiera.

Nelle economie avanzate gli industrial commons sono oggi messi a repentaglio dai processi di outsourcing internazionale e dalla crescita terziaria delle organizzazioni industriali7.

Questi problemi sono stati in parte superati nei distretti di nuova generazione, molti dei quali sono cresciuti in misura consistente, sia pure senza grande clamore, all’esterno della tradizionale geografia del made in Italy. Negli ultimi anni, infatti, la formula distrettuale si è estesa oltre gli ambiti manifatturieri, sia nella promozione di attività tradizionali – dai parchi agro-alimentari ai distretti turistici e culturali – sia, soprattutto, nell’organizzazione dei settori high-tech: Ict in Piemonte, Toscana e Sardegna; meccatronica a Bologna, Vicenza e Bari; biotecnologie in Lombardia e Friuli Venezia Giulia; bio-edilizia in Trentino Alto Adige; nanotecnologie in Veneto e Puglia; aerospazio in Campania e Lazio.

I Cluster high-tech godono di alcuni fattori comuni con i distretti industriali – l’accesso ad un bacino di professionalità specializzate, forti relazioni di filiera, istituzioni efficienti e vicine alle imprese – ma hanno anche caratteristiche distinte. La principale è il rapporto più formale con le istituzioni scientifiche e di ricerca, che costituiscono la base fondamentale per la produzione dei knowledge commons. In ogni caso, l’efficacia delle economie di agglomerazione nei processi di innovazione rappresenta uno dei risultati più interessanti dell’esperienza distrettuale. Anche l’UE è arrivata da qualche tempo a questa conclusione, al punto che sta oggi promuovendo – attraverso incentivi alla collaborazione territoriale fra imprese, università e istituzioni – la creazione di Cluster tecnologici come strumenti generali e prioritari di politica dell’innovazione.8

Come uscire dalla crisi: Stato imprenditore vs. Società imprenditoriale

L’attuale crisi economica e finanziaria ha avuto, fra l’altro, un importante effetto di natura politica e culturale: il ritorno dello Stato negli affari economici.

La crisi ha del resto messo in luce evidenti imperfezioni, di natura informativa e morale, nei mercati finanziari, tali da far crollare la fiducia sulla loro effettiva capacità di allocazione efficiente delle risorse. Inoltre, il rischio che la recessione economica si prolunghi in una pericolosa spirale depressiva, richiede che gli Stati intervengano con tempestività attraverso azioni di sostegno alle istituzioni finanziarie – in quanto snodi cruciali per il funzionamento dei mercati – e con politiche espansive di tipo fiscale e monetario, al fine di alimentare una domanda fiaccata dalla sfiducia dei consumatori e degli investitori. Le risorse mobilitate dagli Stati hanno del resto assunto nell’ultimo anno dimensioni di cui non c’è memoria nella storia economica recente.

Tuttavia, se il ruolo dello Stato è oggi decisivo, non dobbiamo sottovalutare i pericoli di una eccessiva invadenza dello spazio politico nelle sfere di decisione economica. Il problema non riguarda solamente i pesanti costi per le generazioni future dell’aumento della spesa pubblica, quanto nel cedimento del sistema di incentivi concorrenziali quale motore dell’innovazione e dello sviluppo nell’economia moderna9.

Per i distretti, che sono una delle espressioni più nitide del “capitalismo imprenditoriale”, un eccessivo peso della regolazione pubblica potrebbe essere letale. La discussione, sia chiaro, non è di natura ideologica, ma pratica: quale tipo di economia ci condurrà più velocemente fuori dalla crisi e renderà possibile riportare l’Italia (e l’Europa) su un sentiero di crescita sostenibile?

Guardando ai possibili scenari che si stanno delineando per il dopo crisi, emergono due grandi fenomeni che non potranno essere elusi: da un lato l’affermazione di una nuova geografia dello sviluppo globale, con lo spostamento dell’asse della crescita verso le regioni dell’Oriente e del Sud del mondo, la cui straordinaria spinta demografica e sociale potrà essere arginata in misura molto limitata, e solo temporanea, da politiche protezionistiche; dall’altro lato la generale consapevolezza che la ricerca di soluzioni ai problemi di sostenibilità ambientale non può più essere rinviata alle generazioni future, ma deve invece diventare, oggi stesso, uno dei principali fattori dello sviluppo, in grado di attirare risorse tecnologiche, finanziarie e imprenditoriali. In entrambi i casi gli Stati possono fare molto, ma non tutto. Per agganciare i mercati in espansione dell’economia mondiale, così come per sviluppare prodotti e processi compatibili con la green economy, servono nuove idee, molto capitale e, soprattutto, diffuse capacità imprenditoriali.

Agli Stati spetta, tuttavia, assicurare condizioni di stabilità macro-economica e finanziaria, un adeguato sistema di tutela dei diritti di proprietà e regole per la produzione e distribuzione di beni pubblici che il mercato non è in grado, da solo, di realizzare in misura efficiente. Agli Stati spetta anche la definizione di regole concorrenziali comuni – perciò sempre più globali – che permettano ad ognuno di partecipare ai processi di creazione della ricchezza senza scaricare sulla società e sull’ambiente i costi esterni della produzione. Agli Stati, infine, spetta la costruzione di adeguati sistemi di welfare, da intendersi come strumenti di assicurazione sociale del rischio e di re-distribuzione dei benefici economici dell’innovazione.

Una volta create tali condizioni, lo Stato deve tuttavia evitare di sottrarre spazio alla società imprenditoriale, e cioè ai processi diffusi di sperimentazione innovativa e di investimenti a rischio su nuovi prodotti, nuovi processi e nuove tecnologie. Solo questa attività di sperimentazione continua – per la quale il mercato svolge la duplice funzione di incentivo ex-ante agli investimenti, e selezione ex-post dei risultati – può aiutare l’economia a ritrovare il proprio percorso di sviluppo all’interno del nuovo e più complesso scenario competitivo. Per uscire dalla crisi bisogna dunque evitare la pericolosa scorciatoia dello Stato imprenditore, cercando invece di promuovere la Società imprenditoriale: una società attiva, aperta all’innovazione, e disponibile ad integrare le proprie capacità distintive in reti più ampie di divisione del lavoro.

Se i distretti hanno rappresentato in Italia un ambiente fertile per lo sviluppo della società imprenditoriale, allora l’uscita dalla crisi passerà in Italia, e non solo, anche attraverso una maggiore forza dei distretti – industriali, tecnologici e di servizi – e una estensione della loro formula.

Note

1 Cfr. Intesa San Paolo, Monitor Distretti, Servizio Studi e Ricerche, Giugno 2009

2 L’ipotesi che l’attuale crisi segnali un fenomeno più profondo di instabilità strutturale dell’economia è stata argomentata da E. Rullani, “La crisi come occasione di apprendimento. Interdipendenza, competitività, sostenibilità”, Economia e Società regionale, 1-2, 2009. Lo stesso autore aveva proposto un’analisi sulle cause di instabilità dell’economia della conoscenza in La fabbrica dell’immateriale, Carocci, 2004.

3 Per una rilettura della teoria economica sui distretti si rinvia a G. Corò e S. Micelli, I nuovi distretti produttivi. Innovazione, internazionalizzazione e competitività dei territori, Marsilio, 2006.

4 L’analisi più compiuta sui principali processi di cambiamento in corso nei distretti industriali italiani è esposta in F. Guelfa e S. Micelli, (a cura di), Distretti industriali del Terzo Millennio, il Mulino, 2007.

5 Ufficio Studi Mediobanca – Centro Studi Unioncamere, Le Medie Imprese Industriali Italiane, 2009. Per una analisi delle implicazioni più generali delle medie imprese sullo sviluppo italiano, sia permesso rinviare a G. Corò, “Le medie imprese industriali nell’evoluzione del capitalismo italiano”, in Ufficio Studi Mediobanca – Centro Studi Unioncamere, Indagine sulle medie imprese industriali italiane. Commenti e testimonianze 2008. Sull’argomento si veda anche G. Corò e R. Grandinetti, Strategie di crescita delle medie imprese: dimensione, relazioni, competenze, edizioni Il sole 24 ore, 2007

6 Per un approfondimento su questo punto si rinvia a G. Corò, “Delocalizzazione internazionale e crescita competitiva delle imprese: una sfida alla politica in tempi di crisi”, in M. Bertoncin e A. Pase Frontiere mobili. Delocalizzazione e internazionalizzazione dei territori produttivi, Marsilio, 2009.

7 Questa ipotesi è discussa per l’economia degli Usa da G.P Pisano e W:C: Shih, “Restoring American Competitiveness”, Harvard Business Review, July 2009.

8 Su questo punto si veda E. Mazzeo, Differenti politiche in favore dei Cluster: esistono elementi in comune?, in «Argomenti», 23, 2008.

9 I riferimenti più recenti al ruolo dell’imprenditorialità sullo sviluppo sono D.B. Audretsch, The Entrepreneurial Society, Oxford University Press, 2007 e W. Baumol,  Litan R.E.,  Schramm C.J. (2007), Good Capitalism, Bad Capitalism, and the Economics of Growth and Prosperity, Princeton University Press.


Professore associato - Dipartimento di Scienze Economiche, Univerità Ca' Foscari di Venezia
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