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Appunti su una collezione universitaria. Carte geologiche e miniere tra Ottocento e Novecento

Di Silvano Tozzo • 14 gennaio 2011 • Categoria: Lavori d'archivio

Una sintesi su alcune realtà del settore minerario attraverso l’analisi delle carte geologiche. Esempi significativi di aree interessate da attività estrattiva in Sardegna, Emilia Romagna e Marche.

Una parte del materiale della collezione dipartimentale1 (circa ottomila pezzi) appartiene al settore legato all’attività estrattiva, agli impianti minerari e di cava. Oltre a testi, periodici e pubblicazioni che si occupano dei vari aspetti della materia, sono presenti anche diversi tipi di cartografia geologica dei quali vengono riproposti alcuni esempi. Le carte descritte  sono prese in esame attraverso diversi insediamenti minerari, utilizzati come principali indicatori territoriali, all’interno delle regioni Sardegna, Emilia Romagna e Marche. Complessivamente, i fogli geologici relativi alla Sardegna, presenti nella collezione cartografica, sono diciotto. Oltre alle tre tavolette geologico-minerarie Portoscuso, Buggerru e Miniera di S.Benedetto,  fanno parte della raccolta anche quindici carte della serie geologica d’Italia edite tra il 1933, con il foglio 232 Isola di S.Pietro, ed il 1963 con il foglio 227 Muravera. In Sardegna l’attività estrattiva è pratica di epoche remote, l’esistenza di importanti giacimenti ha trovato già nell’antichità  un iniziale, arcaico tentativo di utilizzazione delle risorse presenti nel sottosuolo dell’Isola. Soltanto in età medievale si rileva una maggiore consistenza nel settore estrattivo, periodo nel quale, tra l’XI e il XII secolo comincia a vedersi una discreta vitalità sia nell’ambito strettamente minerario sia nel contesto delle funzioni ad esso conseguenti. L’evoluzione di aree e centri caratterizzati dalla presenza di siti  nei quali l’estrazione mineraria diventa una prassi relativamente costante, crea le basi per la realizzazione nel corso del tempo di una regolamentazione normativa. Esigenza quest’ultima che trova nella formazione di ordinamenti giuridici specifici  uno strumento di gestione delle inevitabili controversie che si presentano tra i diversi soggetti coivolti. Nel periodo Pisano-Aragonese l’area dell’Iglesiente è già da tempo interessata dall’attività estrattiva e trova nel “Breve di Villa di Chiesa” lo strumento legislativo che regolamenta i vari aspetti della vita intorno alle miniere. La ricchezza del sottosuolo determina la crescita e lo sviluppo di insediamenti ed aree legate all’ambiente minerario, in particolare alcune zone rivendicano un ruolo più attivo e sono protagoniste di un maggior dinamismo insediativo ed economico. L’Iglesiente è quasi certamente il distretto più significativo per la presenza di diverse miniere e per l’influenza che queste hanno avuto sul territorio circostante. Il centro principale, Iglesias, sviluppa la sua forma urbana ed alcune architetture monumentali a partire dal medioevo mentre rivela al suo interno le varie trasformazioni avvenute nel corso dei secoli che pur non stravolgono il tessuto originario. Gli interventi di restauro tra la fine dell’Ottocento ed i primi decenni del Novecento  nel contesto urbano sono contemporanei alla fase probabilmente più vivace da un punto di vista minerario ed economico. E’ sempre di questo periodo la nascita di una maggiore consapevolezza del patrimonio culturale della regione e la conseguente istituzione di organismi che, a diversi livelli, avviano una sistematica catalogazione del patrimonio architettonico ed ambientale disponibile, all’interno del quale trova collocazione il complesso delle strutture minerarie dismesse. In questa parte di territorio la miniera di Monteponi, oggi frazione del comune di Iglesias, è verosimilmente la più rilevante, sia per la diversa articolazione dei suoi impianti, sia per l’evoluzione di cui è stata protagonista in termini produttivi, ed anche gestionali, attraverso i vari passaggi di conduzione che ne hanno caratterizzato lo sviluppo sotto l’aspetto tecnologico ed insediativo.

Dopo il passaggio dell’Isola nel diciottesimo secolo, dagli Asburgo ai Savoia, la concessione per lo sfruttamento  delle risorse minerarie di Monteponi era stata data a Società private che trassero notevoli profitti dall’attività estrattiva e tra alterne vicende, più o meno conflittuali, si arriva agli ultimi decenni del Settecento con la gestione diretta della miniera da parte del Regno di Sardegna.

La questione più rilevante, che si trascina fino alla metà dell’Ottocento, è il ritardo nel miglioramento della gestione complessiva dell’impianto da un punto di vista tecnologico e organizzativo. Le diverse iniziative intraprese relative al potenziamento della produzione effettivamente generano periodi  di gestione più efficiente, ma è solo dopo la metà del diciannovesimo secolo che a Monteponi e, in generale in tutta l’Isola, si passa da uno stadio ancora legato a metodi e tecniche relativamente artigianali, alla fase industriale

La cessione dell’Isola ai Savoia, avvenuta nel 1718, a seguito di un periodo infausto, determinò l’adeguamento alla legislazione piemontese e il progredire delle conoscenze tecniche, che agevolarono avanzamenti in svariati settori e cambiamenti organizzativi più efficaci nel complesso delle funzioni riferibili all’ambito minerario. La legge del 20 novembre 1859 (che interessava, oltre alla Sardegna, anche Piemonte, Liguria e Lombardia) istituì otto distretti minerari mentre un successivo disegno di legge del 1869 – nel quale si voleva definire il proprietario del fondo titolare anche delle risorse del sottosuolo – generò situazioni conflittuali fra i proprietari terrieri e quanti interessati alle attività estrattive. Occorre rammentare che una precedente legge mineraria pubblicata nel 1848, prevedeva la netta separazione tra proprietà del suolo e attività nel sottosuolo: in questo modo chiunque poteva richiedere l’autorizzazione ad effettuare ricerche minerarie, previa richiesta dell’autorizzazione scritta da parte del proprietario del fondo sul quale si intendeva svolgere la ricerca e l’unico onere era quello di versare all’erario il 3 per cento del valore dei minerali estratti e il risarcimento ai proprietari dei fondi per i danni eventualmente arrecati.

Anche nel settore estrattivo, come negli altri segmenti produttivi, l’ammodernamento globale degli impianti industriali è strettamente legato al progresso tecnologico. Il primo passo verso la meccanizzazione fu dato dall’impiego della macchina a vapore, che trova la sua prima utilizzazione nell’ambito delle miniere nel 1848. La macchina  a vapore gioca un ruolo fondamentale nel miglioramento  delle tecniche estrattive ed è la principale innovazione della seconda metà del secolo. Con l’avvento dell’energia elettrica, nel novecento si assiste a una  progressiva sostituzione dei motori a vapore con quelli elettrici, avvicendamento tecnologico che diventa quasi completo nel ramo minerario verso gli anni cinquanta.

Nel foglio 233,oltre a Monteponi, localizzata più a sud verso Narcao, si trova la miniera di Rosas. L’impianto comincia a funzionare nel 1851 ma già nel 1863, a seguito di un periodo di inattività, viene revocata la concessione alla Società titolare del diritto di  sfruttamento della miniera. La situazione cambia, a fine secolo, quando  viene rilevata da un’altra impresa che, negli anni successivi, intraprende un processo di modernizzazione degli impianti con aumento della potenzialità produttiva, quantificabile in circa 10/t giorno di materiale trattabile nelle nuove strutture di supporto alla miniera. Sul finire del primo decennio del Novecento, nel quadro di una congiuntura economica negativa, la miniera subisce un ridimensionamento globale anche in termini occupazionali e negli anni appena successivi cambia ancora gestione. Tra periodi di ripresa e di parziale abbandono si arriva nel primo dopoguerra con la definitiva dismissione.

I giacimenti di zolfo

I fogli geologici presenti nella collezione, che interessano invece il territorio marchigiano sono otto e quelli relativi alla regione Emilia Romagna quattordici. Le carte che  inquadrano la zona degli impianti minerari per l’estrazione dello zolfo sono tre: il foglio n.100 per la parte romagnola, il 108 a cavallo tra le due regioni ed il 109 per la zona marchigiana.

Il distretto solfifero interessa  la zona  tra Forlì e Macerata. La carta Forlì e Rimini  è del 1935, prodotta sulla base del rilevamento eseguito tra il 1898/99 aggiornato nel biennio 1933/34. E’ proprio questo relativo ai primi anni del novecento il periodo di massima espansione della produzione di zolfo in Italia. Il primato assoluto per il nostro Paese come maggior produttore mondiale dura fino al 1912, anno in cui gli Stati Uniti riescono – con l’ausilio di nuove tecnologie come il metodo Frasch – ad attestarsi come la nazione con il più alto livello produttivo.

All’interno del quadro nazionale il complesso minerario romagnolo-marchigiano contribuisce con una produzione variabile. Si passa da  risultati  modesti intorno alla metà del diciannovesimo secolo (7/8.000 t/anno), se rapportati al contesto nazionale, a percentuali significative sul finire degli anni trenta del novecento (oltre 120.000 t/anno)

Tra gli impianti dell’area romagnola un esempio concreto è quello di Formignano, giacimento che vide le prime escavazioni già nel 1556. Nel 1829 gli addetti erano circa 500 e ad essi si univano mensilmente “300 birocciari” per il trasporto dello zolfo a Cesena e a Rimini, l’acido solforico veniva largamente utilizzato anche nel settore tessile e venduto in tutta Europa.  Dopo vari passaggi di proprietà il giacimento viene acquisito, nel 1917,  dalla società Montecatini successivamente a quello che risulta essere il  momento più vantaggioso, in termini produttivi (circa 7.000 t/anno). In seguito verso gli anni cinquanta all’interno di una fase già critica la miniera viene accorpata da un punto di vista amministrativo e gestionale ad altre concessioni, infine l’attivià viene chiusa  nei primi anni sessanta.

Sempre all’interno della zona rappresentata nel foglio geologico di Forlì e Rimini, si trova il sito minerario di Predappio. Nonostante affondi le sue radici in tempi più lontani, lo sfruttamento intensivo della miniera inzia negli anni sessanta dell’Ottocento. Il successivo passaggio di gestione ad una Società milanese coinciderà con lo sviluppo dell’insediamento. Sul finire  degli anni trenta anche la conduzione di questa miniera passa alla società Montecatini, la quale ne rileva le sorti solo per un breve periodo ed infine negli anni cinquanta viene completamente abbandonata.

Il complesso minerario marchigiano evidenzia l’area di Mercato Saraceno: il rilievo della carta risale al periodo 1933/37 e la parte di territorio rappresentata si trova sul confine di tre regioni.

L’insediamento minerario di Perticara rientra nell’area marchigiana, sostanzialmente nella fascia territoriale confinante tra il fiume Marecchia ed il fiume Savio. Sebbene probabilmente lo sfruttamento del sottosuolo abbia avuto inizio in tempi remoti, gli avvicendamenti significativi legati alla gestione degli impianti ed alla attività estrattiva  rientrano nell’arco temporale di un centinaio d’anni tra la metà del diciannovesimo secolo e gli anni sessanta del novecento. Con un rendimento considerevole  già nella seconda  mètà del 1800, la miniera, strutturata su  una vasta rete di gallerie a  diversi livelli, realizza una produzione notevole (38.000-49.000 t/anno) soprattutto negli anni trenta del novecento. Dopo il secondo conflitto comincia il periodo di declino con conseguente ridimensionamento in termini occupazionali fino alla totale chiusura degli impianti negli anni ’60.  L’insediamento comunque riprende vita attraverso una operazione di riconversione delle strutture che fanno parte del complesso, riqualificate nella loro destinazione d’uso. Il Museo Storico Minerario inaugurato nel 2002 include infatti diversi edifici industriali riutilizzati come sezioni espositive.

Il recupero di siti minerari dismessi ed il conseguente sfruttamento a fini culturali è un tema che si ritrova spesso nell’editoria di settore. In effetti nel nostro Paese la presenza di diversi esempi di archeologia mineraria evidenzia la possibilità di riutilizzo di testimonianze provenienti dal segmento industriale che, riconvertite a scopo museale, determinano  occasioni di vero recupero ambientale. Oltre al già citato caso di Perticara, altre situazioni di questo tipo si ritrovano in varie parti d’Italia. Le diverse iniziative, volte alla valorizzazione di luoghi con un passato produttivo come gli insediamenti minerari, riportano in vita attraverso una riconversione mirata aree e complessi industriali altrimenti destinati all’incuria. Per mezzo della trasformazione in strutture museali e luoghi di documentazione riprendono un ruolo attivo attraverso l’esposizione di strumenti di lavoro, documenti e immagini che riportano in luce un passato più o meno recente. Dalle diverse sedi territoriali si percepisce l’attenzione mostrata nell’allestimento dei luoghi di documentazione, come nel caso del Museo storico minerario di Cabernardi, organizzato su diversi settori tra cui un’area fotografica ed uno spazio con modelli in scala che riprendono alcuni strumenti industriali come forni, ciminiere.

L’ultima annotazione è riferita al foglio di Pesaro, prodotto a Firenze nel 1935 sulla base del rilevamento geologico effettuato nel 1901. Nella parte di territorio rappresentata dalla carta geologica è localizzato un altro Bacino che ha avuto un passato considerevole per l’estrazione dello zolfo, compreso nel distretto marchigiano, si trova nella zona di Urbino. Le diverse miniere  dislocate nell’area intorno a Schieti, Cavallino  hanno nell’impianto di S.Lorenzo in Solfinelli la realtà più significativa in termini produttivi.

Le vicende della miniera partono negli anni sessanta dell’Ottocento per arrivare agli anni trenta del Novecento, dal 1866 ai primi anni del XX secolo la produzione globale supera le 100.000 t. Dopo un’alternanza di periodi più o meno favorevoli si arriva ai primi anni trenta del secolo scorso con la chiusura definitiva.

Il quadro complessivo delineato mette in luce alcuni esempi  di storia industriale in un settore, quello minerario, che ha avuto una parte essenziale all’interno del processo di crescita economica del Paese. Le carte presentate, pretesto e motivo conduttore di  quanto sopra esposto sono integrate in una raccolta Dipartimentale che include oltre un migliaio di pezzi,  molti dei quali elaborati tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento.

Note

1 Dipartimento di Ingegneria Idraulica Ambientale Infrastrutture viarie Rilevamento, Politecnico di Milano

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(Redazione) – Completamento e aggiornamento della carta geologica d’Italia – in: L’Industria mineraria, 8,p.359/363, Roma, 1966

ANIM – Il museo storico minerario di Perticara –in: Quarry and construction,9, p.51/52, Parma, 2002

Berry P -  Il museo della miniera di zolfo di Cabernardi – in: Quarry and construction, 2, p.65/66,Parma, 2001

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