Ti guadagnerai il pane
Di Vincenzo Linarello • 3 settembre 2008 • Categoria: Il sud che ti aspettiAttraverso la rete di CGM – Welfare Italia (il Consorzio Gino Matterelli, maggior consorzio di cooperazione sociale presente in Italia, circa 1500 cooperative aderenti ad un’ottantina di Consorzi territoriali) di cui è socio, ilConsorziodiSolidarietàSocialeOscarRomerohaconsolidatounrapportodiintensoscambioconilConsorzio Goel che opera nella Locride, ispirato dal Vescovo Giancarlo Maria Bregantini e nato con una fattiva collabo- razionefraConferenzaEpiscopaleItalianaeConfcooperative;diquestoscambioètestimonianzal’interventodi Vincenzo Linarello all’incontro prosso dall’Ovile nelle scorse <settimane e che qui viene proposto ad una più ampia platea di lettori. Hopartecipatoloscorso1marzo allagrandemanifestazioneorganizzataaLocriasostegnodell’esperienza di Goel e tre sono le maggiori consapevolezze che ho maturato: Laprimacomecristiano:portoconmeunamaggioreconsapevolezzarispettoalcarismadellaprofeziacheè ancora ben presente nella vita della Chiesa. Goel, il Vescovo Bregantini, Vincenzo Linarello, dovranno sicura- menteafrontareulterioriavversitàetribolazioninellacertezzatuttaviachequantohannoseminatoconsudoree tenacia darà frutti abbondanti e duraturi al pari di tutti i profeti che hanno continuamente vivificato la Chiesa. La seconda come cittadino: il problema della cultura della legalità riguarda tutto il paese e non solo alcune areedoveaddirittural’illegalitàhapresoilpostodellostato.Anchedanoivisonopreoccupantisegnalidipene- trazionedipoterideviantiedoccorrereagireaquestiintensificandoazionidipartecipazioneedemocraziadiretta agita, a partire dalle giovani generazioni, nei luoghi dove queste si formano. Laterzacomecooperatore:inuntempodiincertezzesulfuturodellacooperazionefraattacchipolitici,coope- rative che hanno smarrito la mission originaria diventando di fatto altro, la Locride ci insegna che il ruolo della cooperazioneètutt’altrochefinitopurchérimangacoerenteconiprincipichel’hannoispirata:ilsuccessoanche imprenditorialediGoelèfigliodell’eserciziopienodellamutualitàinternafraisocidellecooperativeedesterna, quella agita dalle cooperative fra di loro (senza confini geografici) e con il territorio nel quale operano.
Volevo tentare di aprire uno squarcio ulteriore su quello che sta accadendo, anche per tentare di andare oltre la cronaca. Intanto il fatto che oggi ci troviamo ad avere questo ruolo, ad essere, in qualche modo, attaccati dalla mafia, delle massonerie deviate non è assolutamente un ruolo che ci siamo cercati e che parte da un’esplicita ricerca di conflittualità con questi poteri. Il fatto di aver creato cooperative grosse come la Valle del Bonamico in zone particolarmente a rischio, ma anche di aver accompagnato tante cooperative più piccole e addirittura imprese individuali sul territorio, ha comportato il fatto di aver sperimentato il percorso che normalmente questi giovani fanno nel creare un’impresa, una cooperativa, un’attività. Questo percorso ci ha gradualmente svelato i meccanismi che governano il nostro territorio. Non è, infatti, assolutamente scontato che chi vive dentro certi meccanismi li sappia anche decodificare, reinterpretare, dire e raccontare. Il potere, invece, spesso va decodificato, va decifrato, va letto e bisogna anche trovare le parole per raccontarlo. Questa non è la premessa del nostro percorso. E’ il frutto, cioè è quello che noi abbiamo conquistato alla fine. Da questo punto di vista, il fatto di essere stati, e di essere tutt’oggi, cooperative sociali ci ha aiutato moltissimo. Per quale ragione? Perché la cooperativa sociale ha la caratteristica di essere impresa in mezzo alle altre imprese. Tenete conto che noi, nella nostra esperienza, abbiamo una crescita significativa e maggiore delle cooperative di tipo B – che, tra l’altro, hanno sviluppato storicamente delle attività che stanno sul mercato, non che vengono da esternalizzazioni di commesse pubbliche – perché, in qualche maniera, eravamo fuori da quei circuiti di potere che garantivano queste cose anche a determinate cooperative sociali. Di conseguenza la nostra esperienza di cooperativa sociale nel territorio ci ha portato ad essere imprese – in mezzo alle altre imprese – che, quindi, vendono, comprano, fanno gare d’appalto. Siamo, dunque, al centro della dimensione economica. Contemporaneamente, però, come cooperative sociali – essendo la cooperativa sociale, per definizione, una realtà imprenditoriale che investe anche sul bene comune, sul territorio – non potevamo non relazionarci in continuazione con il mondo della politica, perché il mondo della politica, in teoria, dovrebbe avere anche, come finalità, il bene comune. Noi, quindi, ci siano ritrovati nel mezzo di questo incrocio strano: nel centro della dimensione economico-imprenditoriale, ma anche nel centro della relazione politica. E dentro questo incrocio, noi, con i nostri valori, non potevamo non accorgerci di che cosa stava succedendo. Non potevamo non prendere posizione, il giorno dopo, su quello che, in qualche modo, ci coinvolgeva direttamente. Questo ha significato la semplice coerenza, la semplice ricerca di una normalità nella nostra attività imprenditoriale. Per normalità, intendo cose come questa: c’è una gara? Partecipiamo, non ci ritiriamo. Non abbiamo fatto cose eroiche. Abbiamo partecipato alla gara, abbiamo pensato che non c’era nessun motivo per ritirarci e siamo andati fino in fondo. Basta questo. Dentro questo è inevitabile scontrarsi e capire – poi – le leggi che governano questo sistema. La prima cosa che abbiamo capito è che questo si- stema locale, al Sud – ma non credo solo al Sud – è governato da una logica, che è quella delle appartenenze; cioè, tu non vieni valorizzato per quello che dimostri di valere, ma per le appar- tenenze che riesci ad esibire: appartenenza ad una corrente politica forte, ad una famiglia im- portante, alla massoneria, ad una cosca mafiosa. Senza l’appartenenza una persona non è asso- lutamente nulla. E l’appartenenza, è evidente, conta più della competenza. Non è la concorrenza che regola il mercato locale, è l’appartenenza: anche per decidere se un’impresa andrà avanti e se un’altra fallirà. Dentro questo meccanismo si capisce anche perché, per esempio, i giovani nostri, i giovani laureati vanno altrove. Adesso c’è una ripresa incredibile dell’emigrazione dei giovani laureati, non degli operai. Questo perché capiscono che l’appartenenza vale più della competenza, quindi devono andare altrove per vedersi valorizzati. In questo sistema di cose, chi si rivolge a noi? Chi va da monsignor Bregantini, chi va da Piero Schirripa, chi va da Vincenzo Linarello? Vanno i “senza appartenenza”, cioè quella classe di persone che, per qualche ragione, non ha nessuna appartenenza da esibire. Queste persone – che sono poi residenti nelle aree rurali, periferiche, nei paesini interni – sono il mercato entro cui la ‘ndrangheta attinge la propria manovalanza mafiosa, perché non è vero che sono solo i soldi ad attrarre le persone dentro il circuito mafioso. E’ anche il mito del rispetto. Ricordo un giovane che una volta mi disse: “Tu non sai che cosa vuol dire andare all’ufcio del Comune, vedersi ridere in faccia o prendere in giro in continuazione. Io adesso vado e sono rispettato”. Capite bene: la ‘ndrangheta si fa garante di una dignità che questa società dell’appartenenza non riesce a garantire. La gente che si rivolge a noi viene da questa esperienza; quindi, nel creare un’impresa, fa tutta la trafila di chi non ha appartenenza. Noi la facciamo insieme a loro e capiamo come funzionano le cose. Come tutti, fin dall’inizio, siamo stati convinti che il problema di cambiamento in Calabria fosse un problema di carattere culturale, di mentalità. Eravamo certi, per una sorta di approccio weberiano al cambiamento, che, se avessimo cambiato la mentalità del territorio, automaticamente si sarebbero cambiate anche le strutture di potere che tenevano soggiogata la gente. Invece non è così, perché, malgrado la gente si convincesse di alcune cose importanti, malgrado la nostra gente – grazie all’azione pastorale di monsignor Bregantini, alla nostra azione culturale sul territorio – avesse recepito alcune idee chiave, diceva: “Io sono convintissimo che il clientelismo è un male, ma se ho mia figlia ricoverata in ospedale e so che, se non metto la raccomandazione con il primario idiota di turno, non riceverà cure adeguate, io mi debbo inchinare”. Dentro questo sistema di cose, quindi, si capisce che ci sono delle strutture di potere forti e, diciamolo cristianamente, delle strutture di peccato, che prescindono dalla volontà dei singoli, che dettano le regola del sistema e che fanno una manutenzione sistematica della precarietà della gente, perché solo facendo questo possono mantenere i propri privilegi. E’ ovvio che una persona, se trova un lavoro dignitoso, pagato, nella Cooperativa Valle del Bonamico, poi non sarà costretta a dir grazie a nessuno, né a piegare la testa nei confronti di nessuno, non solo nei confronti della mafia. Queste strutture di potere hanno un nome: si chiamano ‘ndrangheta e si chiamano massonerie deviate. E non è un caso che ai vertici della ‘ndrangheta esista il grado di santista. Il santista o vangelo – che è appunto colui che è arrivato proprio ai vertici della ‘ndrangheta – fa un giuramento che lo introduce in uno status particolare che gli consente anche di poter collaborare con lo Stato se serve a mantenere questo potere alto. La prerogativa principale del santista, però, è quella di entrare nelle massonerie: ed ecco che i due sistemi di potere si saldano. Cosa accade? Accade che, dentro questo percorso d’accompagnamento, noi non potevamo far finta di non vederli e che, dentro questo crescere continuo, non potevano non arrivare ad un punto di scontro, di collisione con queste realtà, soprattutto quando abbiamo cominciato a dire che “il re è nudo”, perché se di ‘ndrangheta tutti possono parlare, di massonerie deviate nessuno può parlare. Qui si capisce anche qual’è la causa dei nostri guai: è sicuramente quella di aver violato le regole del sistema, ma anche – e probabilmente è ancora peggio – di avere detto che oltre alla ‘ndrangheta esistono le massonerie deviate. E questa cosa non va detta perché si svela l’architettura del sistema. L’altro aspetto, che volevo sottolineare, è che tutto questo – ne sono assolutamente convinto – è fortemente legato alla nostra natura di cooperative sociali. Io mi sono chiesto più volte che cos’è che diferenzia una cooperativa sociale da altre esperienze: è l’imprenditorialità? No, perché è una caratteristica che hanno anche le altre imprese. E’ il rivolgersi a persone svantaggiate? No, perché è una cosa che fanno anche le associazioni e ultimamente anche le S.p.A. E’ una realtà democratica partecipata? No, ci sono anche le altre cooperative. E’ una realtà che ha come prerogativa dei grandi ideali? Certamente, ma dovrebbero averli anche i partiti, alcuni movimenti, associazioni. C’è una caratteristica importantissima che ci rende unici, potenzialmente sovversivi nei confronti di questi sistemi di dominio e di potere nel territorio: il fatto che noi abbiamo un ideale grandissimo – come dovrebbero averlo le associazioni, i partiti, i movimenti – abbiamo una visione di come dovrebbe essere il nostro territorio, abbiamo un sogno, ma, a diferenza dei movimenti e delle associazioni, il giorno dopo, la mattina seguente lo incarniamo nelle nostre attività imprenditoriali. Lo testiamo e capiamo se è una cosa velleitaria, che sta solo nei libri o nei discorsi cervellotici che vengono fatti da alcuni studiosi: modelli di sviluppo mai applicati e mai applicabili, oppure se efettivamente è una cosa che regge alla quadratura del bilancio. Questa è la caratteristica delle cooperative sociali: sono delle realtà che hanno un sogno e, la mattina seguente, lo trasformano in un’attività imprenditoriale, lo sottopongono a questa prova del fuoco e capiscono se può diventare progetto reale e sostenibile.
Vincenzo Linarello
presidente del Consorzio Sociale GOEL di Locri
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