Sulla nota questione dell’efficienza e della efficacia nel contributo dell’urbanistica alle politiche pubbliche
Di Ugo Baldini • 1 settembre 2008 • Categoria: EditorialeL’urbanistica in questo Paese costa troppo, in assoluto ma soprattutto per quel che rende: il rapporto costo/efcacia non è – appunto – sostenibile.
L’urbanistica dei nostri giorni sembra sofrire della mancanza di un modello istituzionale cui riferirsi, sembra poco orientata alla soluzione dei problemi, poco attenta alla condivisione sociale delle scelte da operare e rischia una autoreferenzialità che la porta verso una deriva pericolosa. Insensibile e disattenta al clima di difdenza da parte della società civile che si sta generando, ed alla riduzione della “disponibilità a pagare” che ne consegue.
L’urbanistica appare oggi in difcoltà di critica e di pubblico, tutta presa a discutere della migliore architettura normativa, perdendo di vista i processi in corso, le loro complessità, i tempi pressanti, i problemi conseguenti di trasparenza e di condivisione (dall’urbanistica per la gente, all’urbanistica della gente il passo non è breve).
Questa urbanistica ha perso anche capacità di contrasto nei confronti di una politica sempre più in afanno di fronte ai problemi del tempo presente e alle forme nuove con le quali questi si manifestano; problemi che richiederebbero apparati e culture tecniche autorevoli e adeguate (selezionate e allenate adeguatamente) in un aese consapevole della portata del cambiamento
in corso.
Capacità di contrasto ma anche capacità di soccorso, che è tale se è ben riconoscibile in un robusto portato disciplinare e interdisciplinare e non privo della cultura politica necessaria (come si conviene per afrontare la complessità), cui potersi afdare.
Il tema dell’efcacia (la capacità di raggiungere comunque gli obiettivi prefissati) è questionenon meno centrale nel processo decisionale. Per il piano urbanistico il tema dell’efcacia si pone almeno su tre fronti principali.
Quello del rapporto tra il piano e le politiche: quanto sono leggibili nei piani le politiche sostantive che si misurano con temi emergenti come quelli dell’housing sociale, del nuovo welfare e delle strategie della riqualificazione, della mobilità sostenibile, della conservazione dei suoli agricoli e del patrimonio (in senso generale) rurale? E così via.
Quello del rapporto con il sistema di governance: quanto contribuisce la formazione del piano a costruire nell’interazione consapevole e “sussidiaria” un clima di leale cooperazione tra le istituzioni e, non di meno, un clima di fiducia dei cittadini nei confronti delle loro forme di rappresentanza?
Quello, infine, del rapporto con il disegno urbano, con la qualità percepita degli spazi e delle relazioni che si giocano nella scena urbana: quanto investiamo in un approccio fattuale alla riqualificazione urbana che si faccia carico della produzione di risorse per un bene comune non astratto né ideologico, quale è la città pubblica, senza la quale non v’è né civitas né polis (per
dirla con i classici)?
[Le istruzioni per l'uso nella bassa congiuntura]
Il recupero di efcienza e di efcacia che si sta tentando con l’urbanistica “di ultima generazione” in diverse Regioni non pare scontato nei risultati né si sta mostrando privo di contraddizioni nel suo percorso.
E’ noto a tutti l’allungamento cospicuo dei tempi di formazione degli strumenti urbanistici registrato nei nuovi ordinamenti che hanno composto il piano in più atti, diversificati nella natura e nella efcacia e, soprattutto, distinti nelle procedure. Molti sanno peraltro anche cosa è successo in termini di maggiori costi, non sempre riconosciuti dalle amministrazioni, impreparate ed “incredule” nel far fronte a incrementi così sensibili non sempre compensati dall’aumento dei rendimenti.
Questo modello vanta padri nobili ed è già ricco nei vari teatri regionali di istruzioni per l’uso che meriterebbero pur tuttavia una nuova edizione critica.
Forse non è illusorio pensare che, quale che sia comunque il modello prescelto, tre istanze, quella delle strategie di assetto sostenibili, quella della regolazionequalificata equelladella trasformazione
fattibile e conveniente, possano migliorare le performances urbanistiche, posto che cooperino in un sistema amministrativo complessivamente più efciente (vedi le agende dei sindaci) e possano contare su una cultura professionale meglio attrezzata, per chiamare così la politica ad un orizzonte assieme di maggiore lungimiranza e di accresciuta responsabilità.
Naturalmente non sfugge a nessuno la bassa congiuntura che sta riguardando gli ufci pubblici destinati all’esercizio della attività urbanistica (ma anche l’insegnamento della disciplina non
gode di buona salute): con interesse sono quindi da seguire soprattutto i tentativi di innovare la gestione del territorio che si accompagnino a interventi tangibili per irrobustire e motivare i
servizi urbanistici delle reti locali sul fronte della “giusta dotazione” e della adeguata formazione di risorse professionali.
Qualsiasi innovazione legislativa che voglia essere efciente non dovrebbe prescindere da un consapevole approccio organizzativo: a tale proposito quale legge urbanistica recente è stata
accompagnata da una VAS, una valutazione strategica di sostenibilità, anche istituzionale, del provvedimento? sostenibilità che dovrebbe pur tener conto dell’efcienza dei comuni variamente distribuita nei diversi contesti regionali e della diversa propensione “a fare rete” (da premiare magari con l’immissione di competenze tecniche nuove e motivate, selezionate con appositi bandi).
[Urbanistica solidale e controllo del territorio]
Prendiamo come test di efcienza/efcacia dell’azione regionale, una politica importante come quella dell’housing sociale, e una preoccupazione ben fondata che dopo un lungo oblio è tornata in questi tempi agli onori dei convegni, come quella del contenimento del consumo di suolo. In tutte e due i casi è indispensabile poter contare su una buona urbanistica ma c’è anche bisogno di manovre “non urbanistiche”, strettamente interrelate e finalizzate. Sul fronte dell’housing sociale solo una manovra urbanistica adeguata potrà mettere in capo ai Comuni quel patrimonio di aree “a costo zero” che consentirà ad una più ampia platea di investitori istituzionali (Fondazioni Bancarie, Fondi Etici, cui non dovrebbe mancare il soccorso delle imprese che dell’immigrazione sono evidente concausa) e di gestori pubblici e privati (Cooperative sociali e a proprietà indivisa, Agenzie per la casa “rifondate”) e di ofrire sul mercato dell’aftto alloggi a canone moderato. Ciò consentirà di rispondere in modo non ambiguo a quella nuova consistente domanda sociale, generata da una “linea di povertà” che si sta spostando verso l’alto a ricomprendere quote crescenti di famiglie, oggi già ben oltre il 20%. Disagio abitativo del popolo delle famiglie “dei penultimi e dei terzultimi” che non afda più al tema della casa, come negli anni cinquanta e sessanta, la prospettiva fiduciosa della propria promozione sociale, ma lo vive oggi come proiezione preoccupata di un declassamento incombente in un orizzonte incerto. Ma questa improcrastinabile manovra avrà successo se sarà realizzata in un ambiente istituzionale e normativo che la favorisca, in primo luogo sul fronte fiscale. Un federalismo responsabile non può accettare che l’oggetto delle campagne elettorali per il governo nazionale sia la misura di una imposta comunale come l’ICI. Se si vuole alleggerire il carico fiscale sulle famiglie proprietarie, la strada maestra è l’abolizione dell’IRPEF sul reddito (peraltro del tutto virtuale) della casa di abitazione, non quello di escludere queste famiglie dal concorso al sostegno dei servizi locali, commisurandolo al valore del patrimonio che possiedono. Sicuramente la manovra (a regia comunale) sull’ICI può invece sostenere una nuova politica di housing sociale, riducendo sino ad azzerare (come alcuni comuni già oggi fanno nei confronti dei contratti a canone concordato) l’imposta patrimoniale sugli alloggi oferti a canone moderato. Di più: se lo Stato volesse ofrire un aiuto sostan- ziale alle famiglie proprietarie della casa di abi- tazione, dovrebbe farlo innanzitutto rinuncian- do a quel tributo pre-moderno che è l’imposta di registro sulle transazioni immobiliari, consen- tendo ai mercati di essere più fluidi ed efcienti e così alle famiglie di articolare i propri consumi abitativi in relazione al ciclo di vita, senza dover pagare ingiustificati balzelli.
[Manutenzione del paesaggio, consumo del suolo]
Ma anche sul fronte del consumo di suolo una buona urbanistica deve trovare una sponda responsabile nella finanza locale (meno ICI, più oneri, più cemento). Un buona urbanistica non deve scaricare sullo spazio rurale le inefcienze dell’organismo urbano: evitando di stupirsi dello scempio delle campagne (sprawl) quando i buoi sono scappati dalla stalla. Una buona urbanistica deve saper regolare le trasformazioni edilizie nello spazio rurale con piena consapevolezza dei valori collettivi in gioco e deve essere sostenuta da un sistema di relazioni istituzionali e finanziarie che favorisca i comportamenti virtuosi e disincentivi efcacemente quelli più disinvolti (e assai meno sostenibili). La Regione Veneto ha provato meritoriamente ad introdurre normativamente una soglia fisica alla erosione dei suoli agricoli da parte dei piani urbanistici e a definire una dotazione di equilibrio di spazio agricolo rispetto alle aree urbanizzabili. Un tentativo non privo di difcoltà ma sicuramente apprezzabile e soprattutto migliorabile; migliorabile stabilendo – per esempio – non solo un dover essere normativo ma anche (con un atto che è nella potestà regionale) un concreto onere patrimoniale che disincentivi l’espansione inefciente. Una sorta di “tassa sul consumo di suolo” che i Comuni dovrebbero corrispondere alle Regioni (una sorta di trasferimento negativo) per riconoscere e compensare la riduzione del valore patrimoniale di una risorsa così difcilmente riproducibile come è la terra.
Riduzione del patrimonio che è opera non solo 5 editoriale di zonizzazioni urbanistiche mal dimensionate (o generate da interventi tematici fuori scala), ma anche di progetti infrastrutturali (decisi troppo spesso lontano dal territorio che li ospita) incerti nella fattibilità e indiferenti a bilanci eco- paesistici e agro-aziendali appropriati; è efetto altresì di normative agricole e dello spazio rurale così ambigue nelle formulazioni da togliere campo e occasione alle pratiche abusive più sperimentate. Un patrimonio che peraltro è largamente in crisi di manutenzione (per gli efetti alternati dell’abbandono e del sovrasfruttamento) e che ha bisogno come mai prima di risorse certe e permanenti per sostituire una stagione di inter- venti emergenziali (e prevalentemente di opere pubbliche) con una azione continua esercitata da attori ben radicati e responsabili, in primis le aziende agricole anche quelle marginali. Una azione che si preoccupi soprattutto di ge- nerare servizi ambientali – pour l’amenagement – contrattualmente regolati assicurando così, in- sieme, sicurezza ambientale, paesaggio tutelato e accogliente, presidio sociale. La crescente minaccia (rimossa troppo di sovente nel dibattito politico) di una perdita di controllo del territorio, segnalataci recentemente dal Sindaco di Vignola, Città del profondo del nord affluente, potrebbe essere in questo modo contrastata, afermando le ragioni profonde – anche urbanistiche – di una manutenzione del territorio che è la cartina di tornasole del grado di salute di ogni organismo sociale e territoriale. Perché questo avvenga, come dicevamo un anno fa, dovremo “chiedere a tutti di dare maggiore valore al paesaggio (come patrimonio comune del Paese, come bene pubblico) e riconoscere forme di remunerazione a chi lo conserva integro, sicuro, fruibile, in ultima istanza identificabile. Chiedere a tutti, e in particolare a quei territori che con le proprie dinamiche insediative generano una domanda crescente di ambiente e di natura, alla cui soddisfazionedebbonoresponsabilmenteconcorrere, compensando i territori, rurali e montani, che questi servizi ofrono”: non ci può essere sviluppo durevole (innovazione, sicurezza, opportunità, benessere) se non sono chiare, efcaci ed eque le ragioni di scambio tra i mondi e tra i territori e se queste non vengono sempre sottoposte a verifica (e ricreate) da parte dei cittadini.
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Ugo Baldini
architetto, Vicepresidente dell’Archivio Osvaldo Piacentini e presidente di CAIRE - Urbanistica
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