Scenari di evoluzione dell’agricoltura padana e gestione della risorsa idrica

Di Giovanni Galizzi • 3 settembre 2008 • Categoria: Il Po e le sue agende

Questo intervento ha il solo obiettivo di richia- mare l’attenzione sulla relazione strettissima che oggi lega la politica della gestione della risorsa idrica per usi agricoli alla politica di sviluppo dell’innovazione da parte della pubblica ammi- nistrazione e del mondo agricolo. L’impiego di acqua per usi irrigui si deve infatti confrontare in misura determinante con due condizioni, l’una di interesse generale, l’altra riguardante in modo specifico l’agricoltura, che in questi tempi caratterizzano la gestione dell’acqua. A livello generale, l’afermazione sia sul piano internazionale ed europeo (l’Agenda 21 del 1992, le raccomandazioni della World Water Commission del 2000, le varie direttive CE) che su quello nazionale (le leggi 183/89 e 36/94) di alcuni principi fondamentali quali:

  • l’acqua è una risorsa finita e vulnerabile,
  • l’acqua fornisce servizi ambientali indispensabili e di alto valore,
  • l’acqua è un valore economico in tutti i suoi usi e deve essere trattata come un bene economico,
  • l’accorta gestione dell’acqua richiede cambiamenti profondi nel comportamento umano, cambiamenti che a loro volta esigono importanti mutamenti nelle consuetudini d’uso e nei diritti.

A livello di settore agricolo, l’altra condizione è rappresentata dal carattere altamente dinami- co dei sistemi irrigui. Questi sistemi sono delle realtà, dei complessi organici, caratterizzate dal- l’essere formate da elementi di natura fisica, eco- nomica, sociale, politica e dal loro interagire. I cambiamenti in uno di questi elementi, come, ad esempio, le trasformazioni in atto nella struttura produttiva dell’agricoltura, implicano di conse- guenza dei mutamenti non meno rilevanti negli altri elementi se si vuole assicurare la migliore performance possibile del sistema. Da ciò la necessità di afrontare il problema del- la gestione della risorsa idrica in termini efetti- vamente innovativi, secondo cioè una logica di lungo periodo, un approccio rigorosamente si- stemico e un’attenta valutazione dell’efcienza economica, in modo di assicurare nella misura maggiore possibile la conservazione dell’acqua e, allo stesso tempo, di razionalizzarne l’uso da parte dei suoi tre grandi utilizzatori tradiziona- li: l’agricoltura, l’industria, il mondo urbano-do- mestico. Solo a queste condizioni è possibile garantire a questi utilizzatori la necessaria disponibilità della risorsa idrica, tutelare l’ambiente e provvedere l’acqua necessaria per tutta una serie di altri servizi quali: la produzione di energia elettrica, il rafreddamento degli impianti che producono energia utilizzando altre fonti, la navigazione, l’occupazione del tempo libero e il turismo. All’opposto, il continuare, come troppo spesso accade, ad afrontare il problema della gestio- ne della risorsa idrica con interventi sporadici, dettati dall’emergenza, senza un organico pro- gramma di riferimento, può solo tradursi in uno spreco di risorse, condurre ad accrescere in misura ingiustificata i consumi di acqua a fini economici, minacciare seriamente il contributo dell’acqua alla tutela dell’ambiente, ed essere espressione dell’incapacità della pubblica am- ministrazione e del mondo dell’agricoltura di resistere alle pressioni delle varie lobby e di sal- vaguardare il futuro dell’interesse generale. Questa esigenza di una efettiva innovazione nelle politiche pubbliche e private di gestione della risorsa idrica è particolarmente urgente nel caso dell’agricoltura della Valle del Po a causa del ruolo che questa agricoltura gioca nel processo di sviluppo economico del Paese di taluni dei problemi che ne condizionano lo sviluppo. Un simile bisogno di innovare è determinato in special modo da quattro condizioni tipiche del settore. Primo, l’agricoltura padana concorre per oltre un terzo alla formazione dell’intera produzione agricola nazionale. Da sole le tre regioni Piemonte, Lombardia ed Emilia-Romagna, nonostante contino meno di un quarto della superficie agraria utilizzata complessiva del Paese, contribuiscono con la loro agricoltura per circa il 45% alla produzione italiana di cereali, per il 42-44% alla produzione di carni e per circa il 55% alla produzione nazionale di latte. In modo analogo, l’industria alimentare delle tre regioni concorre in misura determinante alla produzione di questo comparto del settore manifatturiero. Questa industria comprende il 28% del totale italiano del numero delle unità locali, occupa il 40% del totale nazionale degli addetti, contribuisce per oltre il 50% al totale delle esportazioni del comparto. E’ così facile concludere, anche senza dover considerare l’indotto, che l’agricoltura della Valle del Po contribuisce direttamente e indirettamente in una misura sostanziale alla sicurezza alimentare del Paese ed allo sviluppo della sua economia. Secondo, il contributo decisivo e insostituibile dell’irrigazione alla forte crescita negli ultimi decenni della produzione agricola padana. Una simile crescita è evidentemente il risultato di un forte impegno imprenditoriale da parte del mondo agricolo. Ma essa è anche, e in misura determinante, la risultante dello sviluppo dell’irrigazione. Nel corso dei secoli, a partire dall’epoca dei Comuni sino ai nostri giorni, è stata costante a tutti i livelli la preoccupazione di difondere l’impiego di acqua per usi irrigui. E’ possibile ormai afermare che la totalità della superficie agraria utilizzabile delle zone agrarie di pianura della Valle del Po è irrigabile. E la ragione di fondo di questa preoccupazione e del peso dell’irrigazione nel condizionare i risultati dell’attività agricola è facilmente comprensibile; fatta eccezione per poche aree, la pianura padana è dominata da un clima sub- arido. Durante il periodo estivo essa registra della siccità e che, in ogni caso, permette alle diverse colture di esprimere solo parzialmente il proprio potenziale produttivo. Può inoltre accadere, come è stato lamentato la primavera scorsa, che la crisi dovuta alla diminuzione delle riserve idriche e alla contemporanea riduzione delle precipitazioni si manifesti anche in altri periodi cruciali per lo sviluppo vegetativo delle coltivazioni. Data questa realtà, un’eventuale riduzione del sussidio dell’irrigazione è inevitabilmente destinato a provocare nella pianura padana un crollo in qualità, e ancor più in valore, della sua produzione agricole e una estensivazione di questa produzione, con tutta una serie di pesanti conseguenze per la crescita economica, la tutela dell’ambiente, la sicurezza alimentare del paese. Terzo, la recente, progressiva crescita della di- mensione della tipica impresa agricola. Nel- l’agricoltura padana si è andato intensificando in questi ultimi lustri, a riprova dell’incessante impegno dei suoi agricoltori, un processo di consolidamento delle imprese agricole che sta portando alla serpe più netta afermazione di una struttura produttiva di tipo bipolare, fonda- ta sulla presenza di due principali gruppi di im- prese di dimensioni e di peso economico netta- mente diferente, all’afermazione cioè di quella che gli agricoltori nord-americani definiscono la regola del 20 e dell’80 per cento. Da una parte, il gruppo formato da un numero limitato (il 20% del totale) di imprese di grandi e medie dimen- sioni in termini di terra e/o di capitale che conti- nuano a crescere, grazie alle capacità imprendi- toriali dei loro agricoltori, tanto da concorrere in misura ormai determinante e progressiva (l’80% del totale) alla produzione complessiva del set- tore. Dall’altro lato, il gruppo assai più nume- roso (l’80%) delle imprese, in genere di piccola dimensione, che per svariate ragioni quali, ad esempio, l’età avanzata dell’imprenditore, l’oc- cupazione in attività extra-agricole, la difcoltà di accedere al credito, la localizzazione in aree svantaggiate, non riescono a stare al passo con il progresso tecnico, di modo che il loro contributo alla produzione agricola totale tende ad essere sempre più limitato (il 20%). Ebbene, l’impatto di questo processo di consoli- damento di imprese è destinato a rivoluzionare l’organizzazione della distribuzione dell’acqua e della sua gestione e lo stesso senso dello svilup- po della tecnica irrigua. Esso accese l’estensione dei campi in lunghezza e larghezza, semplifica enormemente la maglia della rete aziendale, ri- duce il numero degli utenti. Quarto, le incongruenze strutturali e organiz- zative dei comprensori di antica irrigazione. Gli attuali sistemi irrigui di una parte importante della pianura padana, specie in sinistra Po, sono frequentemente la risultante di una espansione della rete irrigua che si è andata progressiva- mente sviluppando in un arco di tempo pluri- secolare. Dapprima sono stati utilizzati a fini irrigui i canali che inizialmente erano stati rea- lizzati per assicurare il rifornimento dell’acqua ai centri urbani e/o il funzionamento di mulini. In seguito, si sono andati costruendo ad opera di altri utenti, in prossimità o anche accanto a canali già esistenti, dei nuovi canali primari che derivano, così come derivano tuttora, acqua dal- lo stesso fiume in punti talora contigui alle opere di derivazione già presenti, ma che erano dotati di una propria specifica rete di canali seconda- ri di distribuzione. Inoltre questi diversi canali, nonostante le superfici da essi irrigate ricadano ormai nell’ambito del territorio di competenza di un solo consorzio di irrigazione o bonifica, conservano ancor oggi, sia pure in misura diver- sa da caso a caso, una certa autonomia gestiona- le ed amministrativa. Si è così giunti nei comprensori di antica irri- gazione a dovere operare oggi con consorzi di irrigazione o di bonifica che sono obbligati, indi- pendentemente dalla loro volontà, a dover gesti- re delle reti di canali di derivazione e di distribu- zione delle acque irrigue complesse, ridondanti, che talvolta si intersecano e quindi decisamente obsolete e altamente costose da mantenere in buone condizioni. Oltre a ciò questi consorzi sono contemporaneamente costretti a doversi confrontare con una frantumazione periferica della gestione dell’uso dell’acqua che sfugge al loro controllo e che in non pochi casi è causa di gravi inefcienze, di sprechi e di abusi del tutto incompatibili con il carattere di bene pubblico di tutte le acque. Queste irregolarità nell’uso della risorsa idrica hanno inoltre l’efetto di favorire ai fini irrigui l’impiego, al di fuori di ogni controllo, di acque, quali quelle sotterranee, sulle quali già grava una crescente domanda ad opera dell’industria e della popolazione civile. Un impiego questo che può assumere aspetti di particolare gravità nei comprensori in destra Po, dove, a causa delle caratteristiche orografiche del territorio e della mancanza di invasi naturali, le falde acquifere rappresentano la sola riserva di acqua su cui potere efettivamente contare. Dato il quadro dello stato e delle tendenze evolutive dell’agricoltura padana qui tracciato movendo dalla particolare angolazione dell’uso della risorsa idrica, è opportuno, per ragioni di tempo, limitarci a due considerazioni conclusive. La prima di queste considerazioni riguarda l’idea che l’agricoltura della Valle del Po, o di una parte di questo territorio, possa ridurre i suoi consumi di acqua irrigua attraverso la coltivazione di specie meno esigenti dal punto di vista idrico. Si tratta in questo caso di un’idea difcilmente sostenibile per due fondamentali ragioni e per la gravità dei costi che ne possono derivare. La prima di queste ragioni è di natura squisitamente economica; il mercato non ofre spazio alcuno a colture con queste caratteristiche ne è possibile pensare, dati gli attuali orientamenti della politica agricola comune e dell’Organizzazione Mondiale del Commercio che il loro sviluppo possa essere sostenuto con sussidi alla produzione. L’altra ragione è di natura tecnica, ma pur sempre con importanti ricadute di carattere economico, ed è legata alla specifica fisiologia delle singole specie vegetali, alla loro capacità cioè di valorizzare l’acqua ai fini produttivi nelle varie condizioni agro- ecologiche. Basti pensare che il mais, il prodotto che spesso è accusato d’essere il responsabile dei forti consumi idrici estivi della pianura padana, è la coltura caratterizzata dall’esigere uno dei più bassi impieghi di acqua per unità di granella prodotta. Nel giudicare la convenienza dell’impiego dell’acqua irrigua non si può infatti prescindere, così come accade per ogni altro fattore di produzione, dal criterio della produttività, dal rapporto cioè tra volume di prodotto ottenuto e volume di acque consumata. Destinare all’irrigazione colture che richiedo- no meno acque per unità di superficie, ma più terra per unità di prodotto, significa, se si vuole mantenere immutato il livello della produzione complessiva, aumentare la superficie destinata a queste colture. Il che non solo è illogico: i consumi di acqua non diminuirebbero: ciò che viene risparmiano per unità di superficie è com- pensato dai maggiori consumi derivanti dal- l’aumento della superficie. Ma è assolutamente improponibile per un paese che, come il nostro, a causa della scarsità di terra coltivabile e del fenomeno particolarmente pericoloso della con- tinua sottrazione di terra alla produzione agri- cola da parte degli altri settori dell’economia, è caratterizzato da un grado di autosufcienza alimentare particolarmente basso. Non si può infatti sottovalutare il fatto che per soddisfare le esigenze alimentari della sua popolazione, un bisogno primario pertanto, il nostro Paese di- pende in misura sostanziale dalle importazioni di materie prime e prodotti agro-alimentari. In parole più semplici, la destinazione di acqua a queste colture implicherebbe un ulteriore peg- gioramento del problema, già assai grave, della sicurezza alimentare del Paese. Una simile destinazione sarebbe inoltre non meno grave per una serie di altre consulenze. L’eventuale sviluppo di “colture meno idroe- sigenti” implicherebbe una riduzione drastica della produzione agricola e del valore aggiunto per unità di superficie e conseguentemente lo sviluppo di una successione a catena di efetti assai negativi: diminuzione del reddito degli ad- detti all’agricoltura, riduzione della produzione nell’indotto e nell’industria alimentare, flessione dell’occupazione in agricoltura e nelle attività manifatturiere e di servizio ad essa legate, crisi dell’economia delle aree rurali, profonde modi- ficazioni dell’ambiente e, infine, radicale impo- verimento del paesaggio rurale, di un paesaggio cioè particolarmente prezioso anche perché è il frutto di un millenario di fatiche dell’uomo e l’espressione di colture e di identità locali. La seconda considerazione conclusiva riguarda essenzialmente i comprensori di antica irrigazione dell’Emilia-Romagna, senza con questo volere escludere che essa possa valere anche per gli altri comprensori. Il processo di consolidamento dell’impresa agricola che si è prima ricordato ofre importanti motivazioni di natura tecnica ed economica per riidisegnare l’intero sistema irriguo del comprensorio, per adattarlo alle nuove tecniche irrigue, in particolare all’irrigazione a domanda, e per un riordino delle utenze irrigue che, senza penalizzare nessuno, assicuri a ogni impresa agricola la dotazione necessaria di acqua irrigua. In altri termini, questo processo ofre l’occasione per diminuire i costi dell’irrigazione e allo stesso tempo per ridurre l’impiego di acqua da parte dell’agricoltura. E cogliere questa occasione è principalmente responsabilità del mondo agricolo, dei soggetti cioè della domanda. Ma è anche vero che è non meno necessario un analogo impegno dal lato dell’oferta, un impegno che è essenzialmente compito degli enti pubblici. L’esigenza di soddisfare la crescente domanda di acqua per usi industriali e civili e per la protezione delle biodiversità e degli ecosistemi, di conservare la consistenza quantitativa e qualitativa delle falde acquifere e di fronteggiare i mutamenti climatici sfavorevoli non può essere soddisfatta con i soli risparmi derivanti dalla razionalizzazione della gestione dei sistemi irrigui e con l’incremento dell’oferta che può essere oferta dalla costruzione di piccoli invasi aziendali e dall’utilizzazione come bacini di riserva di casse d’espansione e di aree di cava. Se si vuole realizzare l’equilibrio tra la domanda e l’oferta di acqua necessaria per soddisfare i vari bisogni è indispensabile aumentare efettivamente le scorte di acqua, per usare altre parole, realizzando accumuli di acqua, invasi, specie in zone montane. La costituzione di queste riserve d’acqua ha tra l’altro il pregio d’essere il modo di cattura e di valorizzazione delle acque libere più logico e conveniente sia perché l’acqua così trattenuta andrebbe altrimenti persa, sia per l’elevata entità dei volumi idrici che possono essere accumulati, sia perché eventuali costi di natura ecologica sarebbero largamente compensati dai benefici ambientali derivanti dalla maggiore certezza e regolarità del deflusso delle acque e dalla possibilità di produrre energia elettrica, sia infine per la ragione che l’invaso, o gli invasi, che si formano possono diventare il nucleo di cristallizzazione di importanti iniziative legate al turismo e al tempo libero. Da ciò la necessità da parte degli enti responsabi- li della gestione del territorio di includere questi invasi tra gli interventi tesi a migliorare l’accumulo e la conservazione delle acque e di avere, di conseguenza, il coraggio e la saggezza politi- ca di promuovere un programma di iniziative di largo respiro, particolarmente proiettato nel futuro, e definito in base ad analisi costi-benefici di lungo periodo che prestino grande attenzione alle esternalità positive e negative. Un programma che sia inoltre accompagnato e sostenuto da una puntuale pianificazione finan- ziaria e da una sistematica e intensa attività di informazione delle popolazioni interessate dai vari interventi. Meglio ancora se a dare man forte a un simile programma intervengono dei provvedimenti tesi a superare la frammentazio- ne delle gestione dell’acqua tra i numerosi enti pubblici e privati e ad adeguare le tarife pub- bliche al valore dell’acqua e ai costi di distribu- zione. In ultima analisi, una corretta gestione della risorsa idrica è contemporaneamente responsabilità della pubblica amministrazione e del mondo agricolo. Essa è il banco di prova della capacità di questi due mondi di formulare e gestire politiche efettivamente innovative e capaci a loro volta di promuovere l’innovazione, della capacità cioè di capire che gli interventi a livello delle infrastrutture hanno per il loro efetto moltiplicatore una efcacia nettamente superiore a quella delle agevolazioni finanziarie concesse alle singole imprese agricole. Essa è inoltre indice dell’impegno di questi due mondi a rifuggire da ogni forma di opportunismo, e della loro volontà di applicare le leggi che il Paese si è dato da tempo e che è loro compito specifico tradurre in atti concreti. La mia viva speranza è che almeno su questo tema si spezzi il circolo vizioso che, secondo il giudizio certo eccessivamente duro, ma ciò nonostante dotato di un buon fondo di verità, di Robert Putman, uno scienziato sociale profondo conoscitore del nostro paese, ci caratterizza: “Quasi tutti concordano che le leggi sono fatte per essere infrante, ma tutti chiedono una disciplina più severa, perché ciascuno teme il mancato rispetto della legge da parte degli altri”.


Istituto di Economia Agro Alimentare Università Cattolica del Sacro Cuore
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