Le sfide al modello di sviluppo italiano e il ruolo degli enti locali
Di Carlo Trigilia • 3 settembre 2008 • Categoria: Poteri Forti, Poteri DeboliLe sfide al modello di sviluppo Negli anni ’80 si era determinato uno strano pa- radosso del modello di sviluppo italiano. Da un lato, il Paese poteva contare sulla mobilitazione di notevoli energie imprenditoriali e lavorative in molti territori. L’industrializzazione usciva dai confini tradizionali del Nord-Ovest e dalle aree del Triangolo Industriale. Le nuove condizioni apertesi nel mercato internazionale per produzioni flessibili di beni non standardizzati, specie nel campo dei prodotti per la persona e per la casa, venivano colte in aree dotate di tradizioni di saper difuso e capacità di cooperazione radicate in contesti rimasti estranei alla industrializzazione fordista e all’urbanizzazione metropolitana. Com’è noto, è specialmente in queste aree che crescono e si sviluppano anche le cooperative industriali. E’ il momento dello sviluppo della Terza Italia del Centro-Nordest, e più tardi di alcuni territori del Mezzogiorno. Dall’altro lato, queste energie nuove finivano paradossalmente per ritardare la modernizzazione politica del Paese, traendone dei vantaggi a breve che avrebbero presto pagato. La strana miscela di dinamismo locale e disordine pubblico cominciò a scricchiolare già verso la fine degli anni ’80. L’inserimento dell’Italia nel sistema monetario europeo poneva infatti dei limiti alla svalutazione, nonostante i più ampi margini di flessibilità nella gestione del cambio di cui il Paese si era potuto valere. L’andamento dei conti pubblici aveva comunque richiesto un’impennata dell’ imposizione fiscale e alti tassi di interesse. I meccanismi di riaggiustamento precedenti si inceppavano. Un segno non trascurabile veniva proprio da alcuni processi di mobilitazione sociale e politica che caratterizzavano le stesse aree della nuova industrializzazione: faceva sentire la sua voce un movimento politico nuovo come la Lega. Nel momento in cui il modello di sviluppo avrebbe avuto bisogno di un sostegno consistente per accrescere la produttività e competere di più sulla qualità, il Paese si avvitava invece in una crisi economica seria, acuita dalla crisi politica più grave dal dopoguerra, con il dispiegarsi di Tangentopoli e il venir meno dei principali partiti di governo. Ciò che ci interessa qui sottolineare è che a parti- re da quegli anni si pone sul tappeto il problema della riorganizzazione del modello di sviluppo che fino ad oggi non ha trovato soluzioni ade- guate. In particolare, sono emersi due problemi cruciali. Anzitutto, è cresciuto il peso delle inef- ficienze dei servizi pubblici e privati per le im- prese esposte alla concorrenza internazionale. Si pensi ai costi dell’energia o a quelli del credito e dei servizi professionali e assicurativi, ma an- che alle carenze delle infrastrutture materiali e immateriali. Il disordine pubblico ereditato dal passato non riguarda solo la spesa, il deficit, il debito e l’ele- vata pressione fiscale. Ha anche a che fare con la protezione – legata ai meccanismi di costruzione del consenso – dei servizi, che ne ha compromes- so l’efcienza proprio in una fase in cui diventa- no ancora più importanti per la produttività e la competitività dei settori aperti alla concorrenza internazionale. Non essendo più possibile svalu- tare, i costi si sono scaricati maggiormente sulle imprese proprio nel momento in cui i processi di globalizzazione acuivano la concorrenza. Da qui il secondo problema cruciale. Le difcoltà del motore produttivo del Paese, basato sui sistemi locali di piccola impresa e sui distretti, che si trovavano contemporaneamente ad essere maggiormente sfidati nei tradizionali settori del made in Italy dalla concorrenza dei Paesi emergenti.
Una ricetta parziale
Di fronte alle evidenti difcoltà del modello di sviluppo del Paese, negli ultimi anni sono cresciute le preoccupazioni per i rischi di declino. Si tratta di preoccupazioni certo fondate, ma che si sono in genere accompagnate ad una diagnosi discutibile e quindi a una ricetta parziale. La diagnosi ha ben colto il nodo delle inefcienze dei servizi pubblici e privati, e più in generale i vincoli legati ad uno stato sociale poco efcace e molto costoso (si pensi in particolare al sistema pensionistico) e all’elevata pressione fiscale. Dall’altra parte, però, l’orientamento prevalente ha in genere espresso sfiducia nelle possibilità dei sistemi locali e dei distretti industriali di potere afrontare efcacemente le sfide della globalizzazione. Da questo punto di vista è stata – ed è – particolarmente insistente la critica al “nanismo” delle imprese. Insomma, una sorta di de profundis per il modello dei sistemi locali di piccola impresa e dei distretti. La questione non è ovviamente senza conseguenze anche per il mondo delle cooperative industriali che nei sistemi locali sono spesso radicate e che dai sistemi locali traggono importanti elementi di sostegno per le loro attività. La diagnosi ha ovviamente influenzato la terapia. Le componenti principali della ricetta contro il declino sono tre: liberalizzazioni, specie per aumentare l’efcienza dei servizi con maggiore concorrenza, riorganizzazione dello stato sociale e riduzione della pressione fiscale, lotta al nanismo delle imprese con misure di promozione della crescita dimensionale e dell’innovazione (per via fiscale, con incentivi, con intereventi di regolazione). Perché questa diagnosi appare parziale? Mentre è condivisibile per gli aspetti macro-economici e per il ruolo dei servizi, essa in realtà sottovaluta il potenziale di innovazione e di dinamismo dei sistemi locali; sottovaluta la dimensione territoriale rispetto a quella aziendale (economie esterne, beni collettivi materiali e immateriali). Una riprova di questi limiti viene dalle modalità della ripresa della fase più recente. Esse mostrano come, a fronte delle nuove sfide dell’ultimo decennio, l’economia italiana sta vivendo una profonda ristrutturazione. Uno degli andamenti più promettenti è lo sviluppo di imprese-leader nei distretti industriali e in altre aree. Si tratta di aziende di medie dimensioni, orientate ai mercati internazionali sia nella sfera produttiva che in quella della distribuzione. Esse tendono a spostare all’estero alcune fasi della loro produzione, principalmente attraverso joint ventures, ma conservano le componenti cruciali della catena del valore (design, progettazione, marketing e alcune fasi manifatturiere) all’interno dei sistemi locali in cui sono radicate. Tali imprese (secondo alcune stime circa 4.000) stanno crescendo a tassi rapidi, favorendo un recupero delle esportazioni nelle produzioni di maggiore qualità (aumenta il valore rispetto alla quantità). Una diagnosi imprecisa, che non riesce a spiegare bene i processi in corso, si riflette in una ricetta parziale che esclude dall’orizzonte degli interventi più importanti il tema dello sviluppo locale e svaluta fortemente la dimensione territoriale rispetto a quella aziendale. In altre parole, si pone dunque il problema della congruenza tra le politiche di sviluppo che il Governo – ma anche molte Regioni – vogliono perseguire e i processi di riorganizzazione in corso. Il tema delle politiche locali integrate per i sistemi locali e i distretti industriali sembra infatti uscito dall’agenda delle politiche di sviluppo – specie dopo le difcoltà incontrate dalle nuove politiche di sviluppo locale nel Sud (programmazione negoziata, patti territoriali). Ma questo tema resta cruciale per il futuro dell’economia italiana. Si può infatti incoraggiare la trasformazione in corso in molti sistemi locali e distretti verso la “via alta” dell’innovazione e della qualità, oppure dando per scontato il declino delle economie locali si possono perdere delle opportunità importanti, e si può continuare a non risolvere il problema del Sud, che grava come un macigno sulla modernizzazione del Paese. Politiche per slegare e per connettere A ben vedere, i vari ingredienti della ricetta più gettonata hanno una caratteristica che li acco- muna nei riguardi delle imprese e dell’innovazione: mirano a liberare le aziende da vincoli che ne riducono l’efcienza e il potenziale innovativo più che a connetterle e a favorirne la cooperazione. L’assunto di fondo di tali politiche è di fornire incentivi giusti ad attori isolati, non solo quando si tratta di ridurre il protezionismo dei servizi o di semplificare le procedure, ma anche quando esse hanno un ruolo più promozionale, come nel caso dell’università e della ricerca, o del diritto societario. Nella convinzione che ciò sia sufciente a far intraprendere un percorso innovativo da cui verranno benefici complessivi per il Paese. Tale assunto finisce per trascurare le nuove forme di radicamento sociale delle attività economiche, il carattere più relazionale dell’economia contemporanea che fa del processo di innovazione un percorso molto più socialmente costruito attraverso la capacità di cooperazione tra soggetti diversi, pubblici e privati, individuali e collettivi. In questa prospettiva la dimensione dello sviluppo locale non dovrebbe essere trascurata, accanto a quelle che fanno più leva su schemi di incentivazione individuale delle imprese e agli aspetti macro-economici e di regolazione dei mercati. Questa carenza appare invece ancor più paradossale se si tiene conto delle caratteristiche specifiche dell’economia e della società italiane. La forte diferenziazione territoriale, insieme ad un livello di radicamento locale delle attività produttive che non ha probabilmente uguali in Europa, dovrebbero spingere ancor di più ad afrontare i problemi dello sviluppo a partire dai territori. Non si tratta, naturalmente, di sposare uno specifico modello di sviluppo, come per esempio quello dei distretti industriali, tanto meno di perseguire una mera difesa delle forme organizzative tradizionali. Il problema è piuttosto di valutare adeguata- mente come la competitività, l’occupazione e la coesione sociale si possano meglio tenere insie- me attraverso azioni coordinate a livello territo- riale. Ciò riguarda sia le aree minori e i distretti che le grandi città, lo sviluppo delle grandi im- prese e la possibilità di attirare più efcacemen- te imprese esterne come la crescita delle piccole aziende, o quella del turismo e dei servizi (al Centro-Nord come al Sud). Ma per procedere in questa direzione bisognerebbe anzitutto ricono- scere la configurazione assunta dall’economia italiana, con i suoi sistemi locali, come un’eredi- tà della storia particolare del paese. Bisognereb- be riconoscerne i punti di forza da valorizzare, oltre che gli indubbi elementi di debolezza, e quindi appropriarsene, senza indulgere a visio- ni apologetiche, ma neanche a giudizi sommari e liquidatori. Gli efetti negativi del “nanismo” delle imprese difcilmente potranno essere contrastati solo con interventi di regolazione che sciolgano lacci e laccioli, o con schemi di incentivazione individuale. Le imprese dei settori più tradizionali, come le attività più innovative, hanno bisogno per crescere e raforzarsi di beni collettivi dedicati che si formano con la cooperazione tra soggetti locali. Si pensi al fenomeno prima ricordato della crescita di un nutrito gruppo di medie imprese ben proiettate a competere nella “via alta” della qualità. Una caratteristica importante di queste imprese è che esse legano un solido radicamento in specifici contesti territoriali (di solito distretti) ad un’attiva presenza a livello internazionale, sia nell’organizzazione del processo produttivo che si svolge in parte all’estero, sia nel controllo dei mercati attraverso lo sviluppo di buoni canali distributivi. L’obiettivo di raforzare questa componente di punta dell’apparato produttivo è largamente condiviso. Ma sembra evidente che tale finalità non può essere raggiunta solo dall’alto, con politiche di regolazione dei mercati che aumentino l’efcienza dei servizi, con interventi che diminuiscano i costi di transazione legati alle procedure amministrative, o che accrescano l’efcienza del sistema formativo e della ricerca. Le medie imprese organizzate a rete nei diversi territori – le stesse cooperative industriali – respirano con il polmone locale e hanno dunque bisogno di input specifici che da sole non possono produrre in misura adeguata, cioè di infrastrutture materiali (logistica, comunicazioni), di rapporti più stretti con il mondo dell’università e della ricerca, di formazione professionale (anche per il ricorso a manodopera immigrata), di servizi collettivi che accrescano la capacità innovativa dei loro fornitori (un fattore essenziale per la loro attività che da sole non possono contribuire a produrre in misura adeguata). Ma hanno anche bisogno di qualità sociale e ur- bana adeguate per attrarre collaboratori qualifi- cati e innovativi. Si tratta di beni collettivi locali che richiedono, nel complesso, cooperazione tra mondo delle imprese, strutture di ricerca e for- mazione e governi locali. Senza una prospettiva di questo tipo, volta a qualificare i territori con beni collettivi e servizi adeguati, lo stesso problema del Mezzogiorno è destinato a restare irrisolto. Non bastano infatti – come dimostra l’esperienza ormai lunga delle politiche di incentivazione alle singole aziende – interventi volti a compensare da parte dello stato e della UE le diseconomie esterne (inclusa la criminalità) per le imprese. Occorre incidere alla radice sulle origini di tali diseconomie che condizionano la produttività delle imprese. Ma ciò non è possibile senza promuovere la formazione di nuove classi dirigenti locali più responsabili e più capaci di produrre i beni collettivi e i servizi che qualificano il territorio (il recente esempio campano è particolarmente significativo). Un discorso analogo si potrebbe fare per quel che riguarda la valorizzazione dei “beni non riproducibili” (patrimonio ambientale e storico- artistico) che rappresentano l’altra grande risorsa alla quale un Paese come l’Italia (e il suo Mezzogiorno) potrebbe attingere per far fronte alle sfide della globalizzazione. E’ evidente, infatti, che questi beni – se adegua- tamente preservati e utilizzati – si sottraggono alla concorrenza di costo che viene dai Paesi emergenti. E’ però impossibile valorizzare que- sta risorsa senza una mobilitazione e una capa- cità di cooperazione e di strategia dei soggetti locali radicati nei territori. Insomma, le vecchie e le nuove specializzazioni in cui può crescere la qualità di beni e servizi sono dunque legate alla capacità di coniugare interventi macro-economici, di regolazione dei mercati, e di adeguamento delle regole istituzio- nali, a efcaci progetti territoriali integrati. Occorre stimolare e promuovere “dall’alto” – dai livelli istituzionali regionali, nazionali e europei – la buona cooperazione tra i soggetti locali per qualificare i territori. E in questa prospettiva si creerebbero anche spazi di crescita e di raforza- mento per il sistema cooperativo. Sarebbero così possibili nuovi investimenti strettamente dipen- denti da azioni coordinate dei soggetti pubblici e privati, che potrebbero integrare le risorse fi- nanziarie limitate mobilitabili oggi dalle istitu- zioni pubbliche. Ma per seguire questa strada ci vogliono politiche per connettere e non solo per slegare.
Carlo Trigilia
docente di sociologia economica all’Università di Firenze
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