I sentieri dell’urbanistica sociale che non conosciamo più
Di Silvano Tintori • 2 settembre 2008 • Categoria: Studi e RicerchePer intenderci Il problema della casa torna alla ribalta, dopo anni di disinteresse, denunciando una crisi pro- fonda sia nell’ambito del mercato (a una produ- zione dilagante che scuote l’assetto del territorio corrispondono paradossalmente prezzi in salita delle vendite e degli aftti), sia relativamente ai vecchi parametri di fabbisogno e ai modelli di intervento impostisi nell’housing sociale dal secondo dopoguerra in poi: lo stesso recupero dei quartieri di edilizia “popolare”, appartenen- ti a una stagione indubbiamente felice di politi- ca della casa, oltre che qualitativamente difcile, sembra potere giocare oggi un ruolo quantitati- vamente marginale. Reggio nell’Emilia è fra le città italiane e del Set- tentrione del paese che registrano scompensi particolarmente acuti nell’uso e nella domanda di abitazioni, a causa di un mutamento struttu- rale nella sua popolazione, non creato soltanto dall’immigrazione: l’indagine si sposta verso la sfera antropologico-culturale sullo sfondo del declino (“La fine dello Stato” non è il titolo del- l’ultimo e sagacissimo libro di Hobsbawn?) dei compiti dell’operatore pubblico. Orizzonte problematico, incombente un po’ dappertutto, e meritevole di qualche chiarimen- to soprattutto dal primo punto di vista. La “città-concetto”, messa in campo da Michel de Certeau poco meno di vent’anni fa e che continua a influenzare, pur in mezzo a crescenti contraddizioni, le politiche locali e il mercato immobiliare, si regge su uno “spazio assoluto” del quale è protagonista l’”osservatore unico” di matrice rinascimentale; spazio scosso ai giorni nostri da un cimento di cui l’economia informale, che invade parti consistenti dello spazio pubblico, piuttosto che la cosiddetta “arte di strada” forniscono probabilmente e soltanto i primi sintomi. La ricerca di de Certeau è singolare per i cam- pi che esplora fin dagli anni settanta del secolo scorso e, tuttavia, non estranea alla tendenza, emersa nel decennio precedente attraverso la neoavanguardia americana, tramite la creazio- ne permanente e il rifiuto dell’interpretazione “professionale” dell’arte come, supporrei, di ogni altra attività dell’ingegno: ha il merito di allargare il quadro, parlando di una “invenzio- ne del quotidiano” da parte dell’uomo comune che non disconosce soltanto il modello della città borghese, ultimo e consunto prodotto del- lo “spazio assoluto”, ma scrive di fatto un testo di cui non può essere conscio né che può tanto meno leggere. L’organizzazione dell’urbanità abbandona un disegno consapevole e si dipana in episodiche modifiche dello spazio che restano “altro” rispetto alle rappresentazioni correnti della “città-concetto”: il gesto del “camminare” e la sua variabilità, indotta da ostacoli che obbligano a deviazioni, provocano scelte che li fa “essere” oltre che “apparire”, mettendo in gioco una gamma di opzioni irriducibili a una traccia grafica. L’”invenzione del quotidiano” sfugge alle rap- presentazioni totalizzanti dello “spazio assolu- to” come agli schemi del funzionalismo, ancora più care agli urbanisti, e rinvia a pratiche e modi di fare antropologici, poetici e mitici in dipen- denza opaca dalla città abitata; correlati a una “città transumante e metaforica”, esemplarmen- te espressa dalla mobilità dell’uomo metropo- litano e nella “testualità” sprigionata dalla sua esperienza quotidiana, invadono quella pianifi- cata, regolata e leggibile convenzionalmente. De Certeau fa intravvedere una “omologìa” tra le figure verbali e quelle dei percorsi pedonali: il gesto del “camminare” non è estraneo all’ordine spaziale (non ha luogo altrove), ma non gli è neppure conforme (non ne trae la propria identità). Lo “spazio agito” di de Certeau, come quello “conteso” di Saskia Sassen nella città globale dove il conflitto si accende fra lo spazio centrale del potere economico e della residenza facoltosa e le aree di degrado occupate dai prestatori di lavoro povero chiamato a servirli, hanno disegnato da tempo una situazione che scuote in primis il modo rigido e statico degli urbanisti di rappresentare città e territorio, ma, e soprattutto, che chiede loro e probabilmente a tutti di rinnovare la visione dell’una e dell’altro. E’ ancora de Certeau a illuminare il contrasto fra saperi istituzionali e vita quotidiana che si mani- festa nello “spazio agito”: accanto al mutamen- to generato dai fenomeni più noti (rivoluzione cibernetica, globalizzazione e, aggiungerei, in- formatica) ci si imbatte in risorse e si scatenano soggetti sfuggenti alla sovranità del moderno, tali da porre in risalto come l’impoverimento dei valori simbolici, operato sul territorio dalla riduzione funzionale dell’urbanistica, concorra alla criticità delle nostre strutture spaziali. Il nuovo orizzonte problematico non è soltanto frutto del declino tecnico della nostra disciplina , né della contestazione fatta dell’esito dirigistico della pianificazione, tramite per esempio il capovolgimento del rapporto piano/governo e la supremazia accordata al progetto sul piano, ma anche da una compromissione del suolo che non cambierebbe di molto le cose, qualora sul territorio continuassimo a frantumarvi e a eliminarvi tracce, residui, rovine e gli usi o, comunque, i “nuclei” della territorialità più aperti alla simbolizzazione. I luoghi di questo nuovo o diverso “discorso” sono sfuggiti e resteranno sfuggenti alla “siste- maticità urbanistica”, proprio e in quanto ne al- terino “l’identità funzionalista”, ma e soprattut- to perché provocano nel luogo, convenzional- mente rappresentato e progettato, una erosione ovvero, come scrive de Certeau in anticipo su Augé, un “non luogo che vi scava la legge del- l’altro”. Se nel simbolo è riconoscibile alla luce della stessa ermeneutica cui il nostro autore si ispira un segno pluristratificato e una possibilità di senso non riducibile alle astrazioni della “sistematicità urbanistica”, non diventa pressante un disegno di pianificazione e progettazione orientato simbolicamente?La ricerca “Questione abitativa e politiche per la casa”, predisposta dalla Cooperativa Ingegneri e Architetti di Reggio Emilia, vuole cogliere spunti e prospettive di un “laboratorio” animato da tre esigenze ben presenti nella situazione reggiana. PRIMA ESIGENZA – E’ necessario alleggerire la pressione esercitata da un numero sempre maggiore di famiglie che, per vari motivi, non possono sostenere i costi dell’abitare; agendo sul mercato dell’aftto con il sostegno diretto (fondo sociale per l’aftto) e indiretto (strumenti di garanzia), ma soprattutto intraprendendo azioni volte ad ampliare quello non regolato da criteri speculativi. Occorre promuovere la partecipazione di nuovi operatori istituzionali per la messa a punto e la difusione di un “altro” housing sociale concepito alla luce di un welfare aggiornato. SECONDA ESIGENZA – E’indispensabile studiare e valutare questi nuovi indirizzi così come sono venuti aforando negli altri Paesi dell’Europa avanzata e tornerebbe utile indagarli non soltanto nelle loro sperimentazioni recenti, ma lungo una vicenda che li anticipa, soprattutto negli USA, attraverso una serie di contraddizioni e conflitti, vivaci fin dagli anni venti del secolo scorso, atti a mettere in risalto (ancora Hobsbawn) il conflitto cittadino- consumatore innescato dalla privatizzazione dei servizi oramai intrinseca alla crisi del vecchio welfare. TERZA ESIGENZA – E’, da ultimo, impellente afancare a un rinnovamento degli strumenti e delle modalità operative la ricerca di coordinamento e di confronto dei e fra i vari attori; migliorare l’osservazione e la diagnosi dei fenomeni in atto; favorire la promozione ed integrazione transdisciplinare; trasformare, infine, le caratteristiche del progetto edilizio e di quello urbanistico.
Silvano Tintori
architetto e urbanista, già ordinario di urbanistica nel Politecnico di Milano
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