Osvaldo Piacentini

L’architetto Osvaldo Piacentini (1922-1985) ebbe un ruolo di primo piano sia in ambito civile che nella comunità  cristiana non solo di Reggio Emilia.
Fu tra i fondatori della Cooperativa Architetti ed Ingegneri di Reggio, e la sua opera di urbanista ebbe rilevanza nazionale; in ambito ecclesiale citiamo l’ordinazione diaconale nel 1978, e l’azione diretta alla promozione, non solo a livello locale, del rinnovamento ecclesiale voluto dal Concilio Vaticano II.

Piacentini, dotato di una forte e poliedrica personalità  accompagnata da una fede cristiana rigorosa, impresse un marchio personale ed innovatore a tutte le esperienze cui prese parte.

In campo professionale prefigurò una città  strutturata in quartieri a misura d’uomo e disegnò negli anni ‘60quel Villaggio Architetti che ha costituito e costituisce tuttora un modello più volteripreso di unità  abitativa per più famiglie.
Come urbanista, coi piani regolatori di Modena e Reggio degli anni ‘60, Piacentini collaborò a quel processo di maturazione in Italia della cosiddetta urbanistica sociale. Anche nel campo della pianificazione del territorio, già  nel 1964 lavorò al primo schema di sviluppo regionale a lungo termine per l’Italia.

“Chi ha un ministero nella Chiesa deve restare nello spazio profetico, forzatamente prepolitico, testimone dell’ulteriorità   della  fede  rispetto  alla  politica.”        Enzo Bianchi

Negli ultimi anni della sua vita, Piacentini ritornò ad esprimersi come “architetto della città ” e lo fece partecipando insieme alla Cooperativa Architetti e Ingegneri ed altri professionisti al Concorso Nazionale per la nuova stazione ferroviaria di Bologna (1983); il progetto venne classificato tra i cinque progetti vincitori e prescelto per il Concorso di II grado.

Nella chiesa reggiana legò il suo nome alla parrocchia del Preziosissimo Sangue, che costituì per diversi anni una sorta di modello per il rinnovamento liturgico post-conciliare (una grande diffusione ebbero i canti liturgici creati dal gruppo parrocchiale, composti adattando la Sacra Scrittura a musiche non sacre).
L’ordinazione diaconale giunse quale compimento di un impegno ecclesiale iniziato da giovanissimo, negli anni ‘30, a fianco del “prete dei poveri” don Dino Torreggiani, partecipando all’attività  svolta nell’oratorio cittadino di S. Rocco a favore dei bambini delle fasce sociali più disagiate. E quasi a tornare alle origini, svolse gli ultimi anni del suo ministero diaconale presso la parrocchia di S.Giuseppe, nel contesto di un vasto quartiere popolare.

Svolse anche, brevemente, vita politica attiva, prima partecipando alla Resistenza, poi come consigliere comunale, infine collaborando alla stesura del “Libro Bianco su Bologna” che caratterizzò la campagna elettorale con cui Giuseppe Dossetti tentò l’elezione a sindaco del capoluogo regionale nel 1956.
La vita di Piacentini continuò ad intrecciarsi a quella di Dossetti anche dopo la scelta di quest’ultimo di farsi monaco, tanto che oggi tre dei dodici figli di Osvaldo Piacentini e Liliana Bussi, Teresa, Benedetto e Sara, hanno preso i voti nella “Piccola Famiglia dell’Annunziata” fondata da Dossetti stesso.

“Per questo spero che le due incarcerazioni, le percosse ricevute dai fascisti, la deportazione in Germania, l’arresto e la condanna a morte nel febbraio del ‘45 mi vengano dal Signore ascritte a scomputo dei miei
peccati.”
O.Piacentini (1949)

BIOGRAFIA  di OSVALDO PIACENTINI

1922 Osvaldo Piacentini nasce a Scandiano (Reggio Emilia) il 29 dicembre da Pietro e da Armida Casanovi.
Il padre, invalido della Grande Guerra, presidente dell’Associazione Mutilati e Invalidi di guerra, è tra i fondatori del Partito Repubblicano a Reggio Emilia.
La madre, cattolica, è insegnante elementare.
1924 Nasce il fratello Bruno.
1933 La famiglia Piacentini si trasferisce a Reggio Emilia in piazza Fontanesi, 14; Osvaldo Piacentini e il fratello Bruno frequentano l’oratorio cittadino di San Rocco e la parrocchia di Santa Teresa dove è parroco don Giacomo Rinaldi e coadiutore don Dino Torreggiani (1905-1983); conosce in questi anni don Mario Prandi (1910-1989), fondatore della Congregazione Mariana delle Case della Carità , Alberto Altana (1921 – 1999) ed Enzo Bigi (1913-1976), che animeranno la nascita della famiglia religiosa dei Servi della Chiesa, oltre al “cappuccino santo” padre Daniele da Torricella, cappellano dell’Ospedale e Giovanna Ferrari (1888-1984), fondatrice delle Missionarie Francescane del Verbo Incarnato.
Milita nell’Azione Cattolica e presta servizio al Pio Istituto Artigianelli come educatore.
Consegue il diploma di Geometra e, successivamente, la maturità  scientifica al Liceo G. Marconi di Parma, per potersi iscrivere all’Università .

1940 Si iscrive al corso di Laurea in Matematica e Fisica presso l’Università  di Bologna con sede a Parma, poi passa alla facoltà  di Ingegneria del Politecnico di Milano.
1941 Presta il servizio militare nel II reggimento Genio, Compagnia Universitari, a Casale Monferrato.

Oltre alla corrispondenza con la famiglia e con gli amici tiene frequenti contatti epistolari con don Dino Torreggiani, suo direttore spirituale, e con don Mario Prandi che lo invitano a considerare l’ipotesi di una vocazione religiosa che Piacentini afferma però di non sentire.

A Casale Monferrato, insieme ad alcuni compagni, progetta un giornalino per la realizzazione del quale produce anche qualche originale schizzo.

1943 Viene trasferito a Roma e, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, congedato; torna a Reggio e, nel mese di dicembre, viene richiamato alle armi come allievo ufficiale di complemento; decide di non presentarsi e si rifugia, insieme al fratello Bruno, a Palagano di Montefiorino.

1944 Nel mese di gennaio, sempre con il fratello Bruno, fugge da Palagano a causa dei rastrellamenti e scende a Rondinara di Scandiano, dove la famiglia ha un piccolo podere.
Il fratello Bruno si presenta alla chiamata alle armi per ottenere la liberazione del padre Pietro che era stato arrestato e viene arruolato in un battaglione di stanza a Guastalla.

Osvaldo il 20 febbraio viene arrestato da due Guardie Nazionali Repubblichine, mentre si trova davanti alla chiesa di San Pellegrino (dove si era recato per un colloquio con don Cocconcelli che era in contatto con le Brigate Partigiane ).
Viene condotto all’Ufficio Statistica della 79° Legione delle Guardie Nazionali Repubblicane dove, interrogato, ammette di aver pronunciato parole di offesa al capo dello Stato; viene poi inviato al Carcere dei Servi dove è di nuovo interrogato e picchiato per aver rifiutato l’arruolamento nell’esercito repubblichino; resta detenuto una settimana, poi viene arruolato forzatamente nella Repubblica Sociale Italiana.

Condotto “sotto stretta sorveglianza” all’artiglieria di Reggio parte per Casale Monferrato dove viene irreggimentato nella Brigata Monterosa e mandato in Germania per l’addestramento; arriva in pessime condizioni fisiche al campo di Karlsruhe, dove contrae il tifo; viene perciò ricoverato all’Ospedale militare di Ulm dove rimane circa tre mesi.

 Nel luglio dello stesso anno  viene rimpatriato ed assegnato ai servizi sedentari a Casale Monferrato; ristabilitosi in salute viene trasferito a Fivizzano sull’Appennino ligure dove svolge mansioni da impiegato. Da qui il 10 dicembre, con l’aiuto del padre Pietro e della fidanzata Giulia V., passa nelle file partigiane della “Terza Brigata Apuane”, con il nome di battaglia di Waldo; insieme a lui sarà  poco dopo anche il fratello Bruno che assume il nome di battaglia di Caramba.
Per qualche tempo rimane presso l’Ospedale di Fontanaluccia (Mo) per riprendersi da una malattia polmonare, poi ricopre la carica di vice capo di Stato Maggiore.

1945 Il 22 febbraio viene inviato a Baiso, insieme al fratello Bruno, per consegnare al parroco monsignor Rabotti una lettera riguardante uno scambio di prigionieri. Da Baiso i due si spingono fino a Viano, con l’intento di incontrare i genitori in casa V.
A Viano, in divisa da partigiani, vengono catturati durante un rastrellamento e messi al muro per la fucilazione. Come testimonia O.Casanovi, cugino di Osvaldo, il tenente austriaco sospende l’ordine di fucilazione quando li vede pregare e chiedere un confessore.
Condotti al Comando di Albinea ed in seguito picchiati e incarcerati ai Servi, restano prigionieri fino a pochi giorni prima della Liberazione, quando il carcere viene abbandonato dal Comando tedesco. Il 24 aprile Piacentini, fuggito di prigione, raggiunge il Comando Unico a Viano e riprende il suo posto di vice capo di Stato Maggiore, ma, causa le precarie condizioni di salute dovute ai maltrattamenti e al carcere, viene ricoverato all’ospedale partigiano di Reggio Emilia. Ritorna poi in servizio fino al mese di luglio, quindi si reca al Valico del Cerreto per trascorrere un periodo di convalescenza.
Negli ultimi mesi dell’anno riprende gli studi universitari a Milano, decidendo di passare da Ingegneria ad Architettura.
1946 Comincia a lavorare con alcuni amici che daranno poi vita, insieme a lui, allo Studio di Progettazione Civile. Sono di questo periodo un’indagine preliminare al PRG di Reggio Emilia sul problema delle abitazioni, la partecipazione ad alcune ricerche dirette da Albini, nonché la collaborazione con Marescotti e Diotallevi per un capitolo della pubblicazione Il problema sociale, costruttivo ed economico dell’abitazione .

Risiede a San Matteo delle Chiaviche (Mantova), presso una famiglia amica, i Costa, come precettore dei ragazzi. Il dopoguerra vede Osvaldo Piacentini impegnato anche nelle organizzazioni cattoliche quali FUCI, GIAC, Laureati cattolici.

“L’unica cosa che è possibile fare, ma è molto difficile, è tentare tacendo o parlando di essere contemporaneamente sottomessi ma non cortigiani, chiari e fermi ma non provocatori, per non distruggere soprattutto nei più giovani la freschezza e la generosità , ma nel contempo non farne dei saccenti intellettuali sempre pronti a stigmatizzare o denunciare. Soprattutto non lasciarci prendere dal “cogliere l’occasione di eventuali errori degli altri” per fare ciò che si desiderava attuare, finalmente giustificati dalle posizioni sbagliate altrui. L’aspetto più tragico del potere è appunto questo: attendere il nemico quando è in ginocchio e dargli il colpo di grazia: tra l’altro si rischia molto meno (o ci si guadagna di più).” O.Piacentini (1960)

1947 Nasce il 28 novembre lo Studio Cooperativo di Progettazione Civile. I soci fondatori sono, oltre ad Osvaldo Piacentini, Silvano Gasparini, Aldo Ligabue, Antonio Pastorini, Pasquale Pattacini, Athos Porta, Eugenio Salvarani, Franco Valli.
1949 Consegue la Laurea in Architettura con una tesi sulla risistemazione del complesso ospedaliero milanese. La sua attività  professionale prevalente è in questi anni quella dell’edilizia sociale e dei quartieri INA-CASA. I piani per l’edilizia economica e popolare vengono concepiti non come strumenti per il reperimento di aree per gli alloggi pubblici, ma più in generale come occasioni di ristrutturazione e di riorganizzazione urbana: l’urbanistica è per lui il naturale sbocco dell’attività  di progettazione e di pianificazione dei quartieri popolari.
1950 In ottobre è nominato consigliere provinciale della DC in sostituzione dell’ingegner Maraschini.
1952 Il 4 gennaio si costituisce la Cooperativa Architetti e Ingegneri di Reggio Emilia; i soci operanti sono Enrico Barbieri, Silvano Gasparini, Aldo Ligabue, Antonio Pastorini, Osvaldo Piacentini, Athos Porta, Eugenio Salvarani, Antonio Rossi, Franco Valli. In occasione del concorso nazionale per il quartiere dipendenti Saint Gobain a Pisa viene affrontato il primo progetto urbanistico di ampio respiro (è prevista un’unità  residenziale per 2.800 abitanti): la Cooperativa Architetti e Ingegneri vince il primo premio sia per l’urbanistica sia per l’architettura.
Nel decennio dal 1950 al 1960 la sezione urbanistica della Cooperativa studia i piani regolatori generali per numerosi comuni dell’area emiliana (Rolo, Correggio, Carpineti, Castelnovo Monti, Montecchio ed altri).
Dopo l’abbandono politico di Dossetti anche Piacentini esprime la sua intenzione di lasciare la politica attiva; rassegna infatti le dimissioni dal Comitato direttivo della DC, dimissioni che però vengono respinte.
1953 Continua la progettazione INA-CASA, con il piano per il quartiere San Agnese di Modena (1.500 abitanti).
Viene eletto nella Giunta Esecutiva della DC.
1955 Progettazione urbanistica del quartiere INA-CASA San Donato a Bologna (2.500 abitanti).

1956 Il 6 gennaio sposa la giovane Liliana Bussi, conosciuta nell’ambiente della FUCI e laureanda in Lettere, scegliendo come data delle nozze la stessa in cui a Bologna nasce la comunità  monastica fondata da Dossetti, la Piccola Famiglia dell’Annunziata.
Nel mese di ottobre nasce Maria, la prima di dodici figli: Giuseppe, Teresa, Benedetto, Chiara, Anna, Lucia, Giovanni, Pietro, Francesco, Sara, Agnese.

Collabora con Giuseppe Dossetti alla stesura del Libro Bianco per Bologna; sua è l’idea di un decentramento democratico del governo delle città  nei quartieri. Dopo quest’ultima esperienza abbandona definitivamente ogni attività  politica. Negli anni successivi, insieme ad alcuni amici laici e cattolici, inizia a pensare ad un nuovo sistema di vita e di educazione comunitaria, che si realizza poi nella “Cooperativa edilizia 18 giugno” per la costruzione del Villaggio di Nebbiara o Villaggio Architetti.
1960 Si trasferisce con la famiglia nel Villaggio. Per iniziativa sua e di altri amici inizia a svilupparsi nel quartiere la comunità  che darà  vita in seguito alla parrocchia del Preziosissimo Sangue. In campo ecclesiale come in quello professionale l’attenzione di Piacentini è in questi anni catalizzata dal “territorio”, da quella che lui definisce più volte nei suoi scritti come la “comunità  casuale, non indotta e, perciò, provvidenziale” dove possono attuarsi quella formazione e quella vita comunitarie che sono caratteristiche essenziali del cristianesimo.

Partecipa al I Convegno Nazionale di Urbanistica a Bologna. Inizia in questo periodo il suo rapporto con Giuseppe Campos Venuti; il tecnico e il professore ridisegneranno insieme le grandi città  emiliane sotto il filo conduttore del riequilibrio territoriale prestando attenzione soprattutto al sistema della viabilità  e alla distribuzione dei servizi e dei posti di lavoro .

1961 Partecipa al II Convegno Nazionale di Urbanistica a Roma.
La Cooperativa Architetti e Ingegneri studia il raccordo del centro cittadino di Reggio Emilia all’Autostrada del Sole e l’urbanizzazione delle aree circostanti, il piano urbanistico per la valorizzazione turistica del Passo di Pradarena nell’alto Appennino Reggiano e l’urbanizzazione di una regione del Sudan per renderla abitabile in seguito alla costruzione di una grande diga (vengono progettati 30 villaggi agricoli per un totale di 20.000 abitanti).

1962 Si apre a Roma il Concilio Vaticano II, che si concluderà  nel 1965. Piacentini segue con vivo interesse ed intensa partecipazione le diverse fasi dell’attività  conciliare, anche tramite Dossetti che viene nominato perito al Concilio per il cardinal Lercaro; negli anni seguenti accoglierà  e svilupperà  con pazienza e tenacia, nella parrocchia di Reggio dove opera, le intuizioni più profonde del Concilio.
1964 Viene nominato nella Consulta Regionale per gli Enti locali della DC ed è membro della Consulta Provinciale di Sanità .
Lavora con Campos Venuti al Primo schema di sviluppo regionale promosso dal Ministero del Bilancio, proponendo un modello di riequilibrio territoriale dell’Italia Padana basato sull’accentuazione dello sviluppo nelle fasce nord-est e sul decongestionamento del triangolo economico. Inizia in questo periodo l’impegnativo lavoro sui piani regolatori di Reggio, di Modena, di Parma e di altre città  emiliane e non, piani che vedono l’affermazione del diritto di ogni cittadino ad una dotazione minima di aree comuni per i servizi pubblici.
1966 Erezione canonica della parrocchia del Preziosissimo Sangue, di cui è parroco don Creardo Cabrioni. Nella nuova parrocchia Piacentini sollecita, sostiene e svolge molteplici attività : la formazione e l’animazione degli organismi di consultazione, la cura amorosa per la liturgia, la lettura comunitaria della Scrittura, l’elaborazione di un vasto repertorio di canti ottenuti sovrapponendo testi biblici a a musiche tradizionali o moderne. L’intento primario era la memorizzazione della sacra Scrittura da parte di tutti, grandi e piccoli.

1967 Cura l’allestimento, nella parrocchia del Preziosissimo Sangue, della prima Sacra Rappresentazione, insieme ad alcuni amici e con i bambini del catechismo. Seguiranno altre Sacre Rappresentazioni negli anni 1968, 1969, 1978, con l’intento di promuovere la comunione tra i ragazzi e di facilitarne l’avvicinamento alla Sacra Scrittura.
à nominato delegato al Consiglio Pastorale Diocesano.

1968 Con la proposta del Progetto ’80 Osvaldo Piacentini e la Cooperativa Architetti e Ingegneri cercano di individuare sul territorio nazionale i sistemi urbani di gravitazione, di razionalizzarli e di incentivare i sistemi esistenti nelle aree più deboli; innovativo è l’approccio che analizza le distorsioni dello sviluppo italiano sotto diverse ottiche, quali le caratteristiche fisiche dei suoli, il patrimonio agricolo e forestale, le risorse derivanti dall’antropizzazione .
1969 à tra i fondatori e gli animatori della Comunità  del Diaconato in Italia. Negli anni successivi, al seguito dell’amico don Alberto Altana, parteciperà  attivamente al lavoro di sperimentazione, studio e preparazione della rinascita del diaconato permanente.
Sul versante professionale sono questi gli anni che segnano il passaggio da un’urbanistica rivolta alla città  ad una urbanistica rivolta all’ambiente e attenta al territorio inteso come risorsa “finita” e, quindi, da tutelare tramite un approccio metodologico di tipo interdisciplinare: la collaborazione con agronomi, geologi, economisti apre una fase nuova e feconda dell’urbanistica emiliana e nazionale.

1971 Nasce l’ultima figlia, Agnese.
1972 La legge sulle Comunità  Montane e l’avvio delle Regioni danno un contributo determinante al nuovo corso urbanistico della Cooperativa Architetti e Ingegneri e di Piacentini. Porta la sua impronta la Metodologia di base per la formazione dei piani comprensoriali della Regione Emilia Romagna, che avvia una ricca stagione di pianificazione territoriale che pone le tematiche ambientali e gli usi agricoli e forestali al centro della propria attenzione. La pianificazione di altre realtà  territoriali quali le province di Cuneo, Pesaro-Urbino e Treviso, contribuirà  a dare una prospettiva nazionale a questa attenzione al territorio rurale .
Numerosi piani delle Comunità  Montane vedono la luce negli anni ‘70: i piani di sviluppo dell’Alta Val Tanaro, delle Comunità  Montane Pesaresi, di quelle Emiliano-Romagnole e della Valle Seriana.
Cura la preparazione dell’Assemblea diocesana sul tema “Il Giorno del Signore”.
1973 La comunità  parrocchiale del Preziosissimo Sangue designa quattro candidati al diaconato permanente: tra questi anche Piacentini che inizia così il cammino che lo porterà , cinque anni più tardi, all’ordinazione diaconale.
Muoiono improvvisamente ed a un mese di distanza l’uno dall’altro, il padre Pietro ed il fratello Bruno, di soli 49 anni.
1978 Il 23 marzo la Chiesa di Reggio Emilia ordina i suoi primi tredici diaconi: Piacentini è uno di questi insieme agli amici Gian Paolo Cigarini, Oreste Ferrari e Lorenzo Tagliaferri della Parrocchia del Preziosissimo Sangue.
1979 Per estrazione a sorte viene trasferito alla parrocchia di San Giuseppe, dove eserciterà  il suo ministero diaconale fino alla fine.
Insieme ad altri diaconi del Vicariato Urbano, cura il servizio pastorale interparrocchiale nella chiesa vescovile di San Lorenzo in Nebbiara.
1980 à l’anno del Progetto Appennino che propone un sistematico bilancio del riassetto ambientale necessario e dello sviluppo possibile, considerando le risorse fisico-ambientali come elemento base su cui fondare la programmazione .
Si apre il Sinodo diocesano della Chiesa di Reggio e Guastalla, sul tema dell’Evangelizzazione: Osvaldo Piacentini partecipa attivamente ai lavori della VI commissione sinodale sull’Eucaristia e collabora alla stesura del documento sul tema Lavoro, Regno di Dio, Evangelizzazione.
Nell’estate, con una paralisi al braccio sinistro che risulterà  poi permanente, iniziano a manifestarsi alcuni seri problemi di salute.
1982 Muore la madre Armida.

1983 In collaborazione con gli architetti Bedosti, Orlandini e Sacchetti, la Cooperativa Architetti e Ingegneri di Reggio Emilia elabora il Progetto per la ristrutturazione del nodo ferroviario bolognese e per la costruzione di una nuova stazione centrale. Il progetto, che considera il sistema di mobilità  dell’area bolognese come punto nodale della mobilità  regionale emiliana e del sistema ferroviario nazionale, viene classificato tra i cinque progetti vincitori e prescelto per il Concorso di II grado.
Infine, già  gravemente malato, riesce a dare un fondamentale contributo di metodo e di merito all’impostazione del primo Piano Territoriale Regionale.
1984 Ancora una volta il suo percorso si intreccia con quello di Giuseppe Dossetti che gli chiede una consulenza per la sede della sua comunità  monastica da edificare a Monte Sole (Marzabotto, Bologna) nei luoghi delle stragi naziste del ‘44: Piacentini se ne occupa brevemente per lasciare poi il progetto nelle mani di Francesco Sacchetti.
1985 Osvaldo Piacentini muore il 4 gennaio a seguito di una grave malattia.

L’attività  Professionale

L’attività  professionale dell’architetto Osvaldo Piacentini si svolge all’interno della Cooperativa Architetti e Ingegneri di Reggio Emilia. Nel novembre del 1947 a Reggio Emilia Silvano Gasparini, Aldo Ligabue, Antonio Pastorini, Pasquale Pattacini, Osvaldo Piacentini, Athos Porta, Eugenio Salvarani, Franco Valli danno vita allo “Studio Cooperativo di progettazione civile”. Alla fine del 1949, dopo la laurea di Valli e Piacentini, inizia la vera attività  professionale, che Valli definisce “il periodo eroico” per l’entusiasmo e i risultati ottenuti pur nella scarsità  di risorse dei soci. Sono di questo periodo un’indagine preliminare al PRG di Reggio Emilia sul problema delle abitazioni, la partecipazione ad alcune ricerche dirette da Albini per il piano AR di Milano, nonché la collaborazione con Marescotti e Diotallevi per la pubblicazione Il problema sociale, costruttivo ed economico della abitazione. Il 4 gennaio 1952 si costituisce la Cooperativa Architetti e Ingegneri di Reggio Emilia; dopo i primi assestamenti iniziali, i soci presenti e attivi nella società  sono: Ennio Barbieri, Silvano Gasparini, Aldo Ligabue, Antonio Pastorini, Osvaldo Piacentini, Athos Porta, Eugenio Salvarani, Antonio Rossi, Franco Valli.

“L’urbanistica non è un problema a sé, ma uno dei tanti aspetti dell’unico vero problema che è la vita dell’uomo. Da allora ci siamo convinti che non è possibile affrontare frammentariamente la soluzione di un problema particolare, se simultaneamente non si cerca anche la soluzione di tutti gli altri.”  O.Piacentini, E.Salvarani (1947)

Questo gruppo di giovani professionisti vede nella cooperazione una forma di lavoro basata sul reciproco confronto e sulla solidarietà  prima che sui rapporti economici, e la possibilità , attraverso una vera e propria “scuola” nei confronti dei più giovani, di realizzare una struttura disciplinare che superi nei limiti temporali e dimensionali le possibilità  del singolo individuo. La Cooperativa Architetti riceve nel 1961 il premio INARCH per l’unità  di abitazione “Nebbiara” (il Villaggio Architetti) e nel 1961 il premio della Provincia di Reggio Emilia per le arti figurative e per l’architettura per l’anno 1960. Da allora la Cooperativa, con decine di nuovi soci e collaboratori, ha svolto un’intensa attività : Nell’ambito della progettazione edilizia l’attenzione è stata sempre rivolta essenzialmente agli edifici di interesse pubblico (scuole, ospedali, uffici, mercati, quartieri per la residenza) sia in Italia che all’estero, agli edifici per l’industria, alla progettazione di opere infrastrutturali, alla programmazione operativa dei lavori.

I soci nel 1961: da sinistra P.Voltolini, S.Gasparini, F.Valli, O.Piacentini, I.Borrini, A.Rossi, A.Ligabue, E.Grasselli, C.Cattani, Q.Prodi, (E.Barbieri)

Del settore urbanistico, nato nei primi anni ‘60 in forza della consapevolezza della fondamentale importanza della pianificazione urbanistica nella amministrazione della città , Osvaldo Piacentini è stato il responsabile e l’elemento propulsore per quasi 25 anni. Una sessantina di piani regolatori, a volte in collaborazione con altri professionisti, fra cui quelli delle città  di Reggio Emilia, Modena, Parma, Rimini; piani di sviluppo di Comunità  montane, piani comprensoriali in Emilia-Romagna, Marche, Veneto, Lombardia, Piemonte, piani territoriali a scala regionale o nazionale, piani per la viabilità  e i trasporti, progetti di ricerca su normative, metodologie, studi ed analisi demografiche.

“La prima considerazione che voglio fare è sulla nascita della Cooperativa, nascita certamente legata alla città . Solo a Reggio una esperienza del genere poteva nascere e consolidarsi. Era il 1947 e fu solo 25 anni dopo, negli anni ‘70, che in Italia, in diversa situazione storica, si formarono altri gruppi simili. Bisogna considerare che, cinquant’anni fa, l’idea di ricercare sinergie nella collaborazione intellettuale, nell’interprofessionalità , nelle specializzazioni era assolutamente rivoluzionaria.” Franco Valli (2000)

Negli anni dal 1975 al 1985 gli interessi della sezione Urbanistica della Cooperativa si spostano agli studi sul territorio come “risorsa finita”, alla pianificazione territoriale a scala allargata, ai piani di sviluppo, ai grandi piani di infrastrutture. L’ultimo progetto di questo tipo che ha dato ad Osvaldo grande soddisfazione è stato nel 1983-1984 il concorso internazionale per la ristrutturazione del nodo ferroviario bolognese e per la costruzione della nuova stazione ferroviaria di Bologna. Al concorso parteciparono circa 800 tecnici raggruppati in circa 110 gruppi, provenienti da tutti i paesi d’Europa. Il gruppo guidato da Osvaldo, costituito da tecnici della cooperativa e da alcuni professionisti esterni, fu incluso fra i cinque progetti vincitori ed ammesso al concorso di 2°grado. Oggi la Cooperativa Architetti, nelle due sezioni distinte di Architettura ed Urbanistica, dà  lavoro ad una cinquantina di tecnici.

“Tu credi che il Villaggio di Nebbiara sia venuto così per la nostra preparazione architettonica o per la nostra cultura? Sono sempre più convinto che sia così per il desiderio di pace che anima tutti noi.”                    O.Piacentini, lettera alla moglie Liliana (1960)

L’attività  Ecclesiale

La formazione

L’attività  ecclesiale di Osvaldo Piacentini si colloca in un contesto civile e religioso segnato da un grande fermento rinnovatore.
“Egli si aprì, ancora giovanissimo, al magistero esigente di alcuni preti, che portano i fermenti più vivi della chiesa reggiana: don Dino Torreggiani, il prete dei ragazzi, dei giovani del sottoproletariato e degli zingari; don Mario Prandi, il creatore di un geniale modo di “Casa della Carità “; il cappuccino santo, padre Daniele, cappellano degli infermi all’ospedale; la madre Giovanna, operatrice amorosa di opere assistenziale ed educative, estese poi a tutta l’Italia.
Da essi Osvaldo apprenderà  ben presto non solo l’amore per i poveri e gli emarginati di ogni sorta, ma quel che ancora più conta l’amore per la povertà  e il rifiuto della ricchezza, come scelta di vita, e ancora la capacità  di scrutare con occhio analitico e insieme appassionatamente concreto, le ingiustizie, le irrazionalità , le deformazioni, le ipocrisie del nostro sistema sociale” (G. Dossetti).

La sua formazione spirituale giovanile lo vede quindi coinvolto in esperienze tra le più significative della terra reggiana: l’oratorio cittadino di S. Rocco e l’Istituto Artigianelli, attraverso la guida spirituale di don Dino Torreggiani e don Mario Prandi.

In quegli anni egli sperimenta l’accoglienza verso gli ultimi, verso i più poveri, e questo fa maturare in lui quel senso di giustizia sociale incentrata sull’uomo e sulle sua necessità  di vita che lo contraddistinguerà  anche nella sua successiva attività  professionale.
L’incontro con Dossetti e la sua vicinanza nella vicenda umana e spirituale durante gli anni della ricostruzione fanno maturare in lui la consapevolezza che l’azione politica per un cristiano è la chiamata “all’incarnazione nel mondo che si presenta alla Chiesa diverso ogni giorno nella sua evoluzione; incarnarsi nel mondo significa rispondere all’attesa che ci si faccia tutto a tutti nella vita comune di ogni giorno attraverso un atteggiamento nuovo nei confronti della professione, della vita di comunità  nella quale viviamo, nella vita del mondo stesso”.
Piacentini quindi fa esperienza di quella chiesa già  portatrice in sè dei segni di rinnovamento, pienamente letti ed espressi attraverso la lungimiranza di papa Giovanni XXIII nel Concilio Vaticano II, di cui egli scriverà  molti anni dopo: “gli anni di papa Giovanni e del Concilio furono anni luminosi e pieni di grazia”.

Il matrimonio con Liliana Bussi costituisce la piena risposta alla ricerca giovanile, ed è realizzazione di una vocazione ad una vita sponsale ma intrecciata con la storia di altri uomini, nella percezione di una Provvidenza che ci guida attraverso l’obbedienza alle comuni vicende umane, per trovare in esse il senso spirituale della propria vita.
Del suo matrimonio egli scrive ai genitori: “Non abbiate timore, sono sempre stato lucidissimo in questi tempi, ma una convinzione cosi forte, una sicurezza come ora non l’ho mai avuta e, assieme a questa, tutto mi si fa chiaro, la mia vocazione, il mio futuro, una nuova umiltà  unita alla pienezza del mio essere che tutto, anima, intelligenza, volontà , senso, tendono ad un solo fine: il mio voto di fedeltà  perpetua che pronuncerò venerdì mattina davanti all’altare.
Vi parlo in termini religiosi perché quello che vivo non è un sentimento, ma una adesione vera alla volontà  di Dio con tutto il mio essere”.

Il matrimonio di Piacentini avviene il 6 gennaio del 1956, giorno in cui nasce la Piccola Famiglia dell’Annunziata di Giuseppe Dossetti, e viene celebrato nella chiesa di S. Giacomo a Reggio Emilia, alle sette del mattino, per permettere novelli sposi di partecipare alla cerimonia dei primi voti della Comunità  di Dossetti, a Bologna, nelle mani del cardinale Lercaro.
Dopo la morte di Osvaldo, trent’anni dopo, don Giuseppe Dossetti mostrerà  alla famiglia un santino sul quale Osvaldo promette obbedienza a don Giuseppe ed ai suoi successori nella Comunità , confermando e allo stesso tempo anticipando che il matrimonio cristiano è una diversa espressione dell’unica consacrazione alla vita in Cristo; vita sponsale, quindi, che si colloca appieno in un proprio carisma, diverso da quello dei consacrati ma anch’esso testimonianza della comunione di Cristo con la Chiesa.

Il carisma di Piacentini non è il carisma dell’uomo che ha delle certezze e quindi guida gli altri, ma il carisma di chi si mette in ascolto dell’altro, sa leggere i bisogni ultimi dell’uomo e li reinterpreta alla luce della fede.
E’ il carisma di chi si interroga continuamente in questo ascolto.
Un piccolo esempio di ciò ci viene dal ricordo degli utilmi mesi d’ospedale, quando il suo vicino di letto d’ospedale, che aveva letto per diversi giorni la Gazzetta di Reggio, gli chiese se poteva acquistare l’Unità ; lui, dopo averlo rassicurato, si interrogò sulla grande responsabilità  dei cristiani nell’aver creato una barriera tra sè e gli altri uomini, auspicando che fosse giunto il tempo di una piena riconciliazione.

Tutta l’opera ecclesiale di Piacentini fu permeata da questo amore verso i fratelli (amore anche esigente, con se stesso prima che con gli altri) e per questo motivo fu un’opera partecipata. Sarebbe ingiusto scorporare l’opera ecclesiale (ma anche l’opera professionale) di Osvaldo dal contesto, dagli affetti, dal luogo in cui essa si colloca.
Le due cooperative di cui parla Dossetti, la Cooperativa Architetti e Ingegneri da un lato e la Cooperativa Edilizia “18 Giugno”, il Viallggio di Nebbiara, interpretano il bisogno di una comunità , di un gruppo, di esprimere in modo nuovo la professione, la vita quotidiana, le scelte educative verso i propri figli. Osvaldo sa dare voce a questi bisogni e sa raccogliere attorno a sé le migliori risorse di ciascuno per la costruzione di un’idea.

Le Sacre Rappresentazioni nascono ad esempio dall’ascolto dei più piccoli, non solo dei propri figli, che si erano riuniti in un garage per dare vita ad un presepe vivente; questo bisogno viene raccolto in modo serio, non viene liquidato come idea infantile: l’opportunità  di fare qualcosa di grande viene spostata in una dimensione ecclesiale raccogliendo nel progetto le potenzialità  di ciascuno, falegnami, sarte, elettricisti, esperti di musica.
Così pure i canti, la catechesi sulla Parola, le diaconie, le Eucarestie domestiche, furono momenti di grande crescita ecclesiale perché ciascun membro della comunità  si sentiva accolto e valorizzato nel proprio carisma: bambino, giovane, coniugato, anziano.

La passione e la dedizione per la Liturgia erano espressione di questo grande abbraccio: la Messa doveva essere il luogo, preferenziale sopra ogni altro, in cui chiunque trovava la sua collocazione: i giovani con la musica, i fanciulli con i piccoli servizi (gli strumenti a percussione, le processioni offertoriali, le omelie per i piccoli che curava personalmente), gli sposi che simbolicamente portavano il pane e il vino all’altare come espressione della loro fatica e rinuncia a se stessi, ma anche come vocazione speciale alla comunione all’interno della Chiesa.
Tutta la pastorale ruotava attorno all’Eucarestia, nella scelta categorica (e condivisa dai più) di non aggiungere altro alla Parola e l’Eucarestia, uniche sole risposte alla vita in Cristo.
Ma anche le altre iniziative (sempre pregate, costruite assieme ad altri, nella ricerca continua di una risposta mai preordinata) erano espressione di una paternità  e fratellanza allargata a feconda, portatrici quindi di un significato ulteriore rispetto all’azione stessa.

“La Parola di Dio crea, converte ciascuno di noi, giunge inaspettata quando meno siamo disponibili ad accoglierla, ci rinfranca quando siamo alla ricerca del Signore, ci conduce lungo la strada che Lui ha predisposto per ciascuno di noi.”   O.Piacentini

Il Diaconato ministeriale

Nel 1969 Osvaldo Piacentini aderisce alla Comunità  del Diaconato in Italia.
Negli anni successivi seguirà  e parteciperà  attivamente al lavoro di sperimentazione, studio e preparazione della rinascita del Diaconato permanente, al seguito dell’amico don Alberto Altana.
“Nel ministero del diaconato permanente conferito ai laici, come era stato nel Cristianesimo dei primi secoli, Osvaldo Piacentini vede una strada per la realizzazione di una Chiesa che sia veramente espressione del popolo di Dio”.

I suoi scritti al riguardo sono numerosi e tutti importanti; in essi egli mette in guardia dai rischi di trionfalismo e clericalismo che la restaurazione del diaconato permanente può correre, insiste sulla cura che va posta nella formazione dei candidati, si avvicina con interesse e rispetto alle esperienze degli altri paesi”.(Dossetti)

Nel 1973 la Comunità  parrocchiale del Preziosissimo Sangue designa Osvaldo Piacentini come candidato al diaconato permanente, insieme a GianPaolo Cigarini, Oreste Ferrari e Lorenzo Tagliaferri; inizia così il cammino che li porterà , nel 1978, all’ordinazione diaconale per le mani del Vescovo Gilberto Baroni.
Nel 1979 i quattro diaconi si offrono di lasciare la loro parrocchia di origine per andare ad aiutare due parrocchie limitrofe; dopo una estrazione a sorte, i diaconi Piacentini e Tagliaferri vengono trasferiti rispettivamente nella Parrocchia di S.Giuseppe e in quella del Sacro Cuore a Reggio.
In S.Giuseppe Piacentini eserciterà  il suo ministero diaconale fino alla fine, particolarmente attento alle fasce più povere della popolazione, agli emigrati africani e meridionali ed alla formazione delle giovani coppie in preparazione al matrimonio.

Il diaconato è la piena espressione di questo servizio legato alla vita concreta degli uomini, la creazione delle comunità  ecclesiali di base (diaconie) in cui il “vicinato” assume il valore della provvidenza in cui la Parola di Dio e il servizio ai fratelli si mescolano alla vita quotidiana delle persone; luoghi in cui la fede è vissuta nella comunione in obbedienza al territorio inteso come Provvidenza di Dio per la vita di ciascuno.

“Buttar via il tempo. Cercare e organizzare ai giovani il modo di far [venire] l’ora di cena, cioè passare il tempo, cioè bestemmiare il tempo, dono prezioso di Dio che passa e non torna. Io preferirei esser visto peccare gravemente, ma subito esser visto anche pentirmene e correre a confessarmi, piuttosto che indifferente a un peccato veniale.
Ma è poi veniale quando diventa regola di vita?”
L.Milani

Il carisma di Piacentini sta quindi anche nell’accoglienza delle realtà  “altre”, è un partecipare alla vita del fratello nell’ascolto rigoroso di ciascuno e nella rigorosa ricerca comune di una risposta, mai banale e mai precostituita, allontanando da sè ogni retorica ed ogni “intento didattico”.
La morte di un uomo che spesso lo aspettava davanti all’ufficio per chiedergli l’elemosina è per lui occasione di una profonda riflessione sulla sua vecchiaia e sulla sua morte.

Questo aspetto di Osvaldo, che Dossetti chiama “amorosa convivenza”, ha permeato tutta la sua vita ed ha accompagnato la sua morte.

E’ il territorio quindi il luogo in cui la vita cristiana non viene vissuta come un attività  da svolgere o un movimento cui appartenere, ma come accoglimento dell’altro, comunione con la sua vita, che Dio ci mette accanto per la nostra redenzione.

“E qui sta la radice di alcune delle sue intuizioni più innovatrici e più feconde: non solo dal punto di vista strettamente professionale ma anche dal punto di vista più ampiamente culturale, civile, ecclesiale, ossia: l’importanza enorme del territorio e delle comunità  insediate su di esso; la diffidenza verso le aggregazioni e i movimenti verticali; la prevalenza civile dei quartieri nella città ; la prevalenza ecclesiale della parrocchia; la funzione innovante, anche da un punto di vista sociale, di un ristabilimento del diaconato e la sua criteriologia sulla quale i contributi, orali e scritti, di Osvaldo saranno molti, e tutti di somma importanza.”
G.Dossetti sr. (1988)

Il Concilio Vaticano II

“Quando poi venne il Concilio, le aspirazioni di questa gente (della Parrocchia del Preziosissimo Sangue a Reggio Emilia ndr) trovarono una piena risposta, e nuovi incentivi a portare avanti un discorso già  incominciato, sul modo di intendere e vivere oggi la religione e di nutrire i figli dei valori in essa contenuti.
Una cosa soprattutto era chiara già  da prima: che la vita di una comunità  cristiana si incentra sull’ascolto della Parola di Dio e sulla frazione del Pane.
“Qui, in fondo, chi guida tutto, sono gente sposata con figli – mi osserva uno di loro – gente che lavora da mattina a sera.”
Ciò li portò fin da principio a non perdersi in attività  complicate o inutili, ma a puntare sull’essenziale.

E le due cose che ritennero subito essenziali furono appunto la Sacra Scrittura, cioè la Parola di Dio, e la liturgia. “Non dice forse un canone della messa: “Adoriamo Cristo, tua parola vivente?” Portiamo dunque Cristo vivente fra noi, e lui mostrerà  a ognuno il disegno divino sulla sua persona.
La liturgia, inoltre, ha già  risolto molti quesiti teologici in discussione, e ci porta a mettere subito nella pratica le verità  del Concilio: essa è infatti vita spirituale, alla portata di tutti, bambini e adulti, colti e non colti.”

Su queste basi lavorarono sodo, si consultarono col parroco, e ne riferirono al vescovo ogni volta che pensarono a qualche innovazione, “per essere nell’obbedienza”. Ma ciò che mi ha più affascinato, in questa parrocchia nuova di periferia impostata sullo spirito dei Concilio, è il fatto che tutto è nato e tutto continua a crescere non perché qualcuno ha imposto dall’alto qualcosa; ma tutto viene dalla base, sono i cristiani più preparati che portano avanti le cose spontaneamente, e con una carica di impegno che una volta si poteva trovare solo in qualche sacerdote di punta. Né lo fanno in termini di contestazione, ma in unità . à una presa di coscienza che fa pensare.” G.BOSELLI, in CITTA’ NUOVA (1969)

“Credo sia molto difficile oggi, per i cattolici delle nuove generazioni, comprendere quale sia stato l’impatto di innovazioni e di speranze che la grande ispirazione di Giovanni XXIII e poi lo svolgimento del Concilio hanno prodotto nell’esistenza stessa dei giovani cattolici di allora. Specie se animati da una fede con aperture al sociale e alla democrazia, tanti giovani dossettiani, lapiriani, focolarini hanno visto aprirsi e svolgersi il Concilio come un salto di qualità  nelle loro esperienze della Chiesa.
Qualche idea era venuta anche prima del Concilio dalla migliore cultura teologica e filosofica francese veicolata dai “professorini” della Cattolica.
Ma poi venne la full immersion, anche per merito di quell’Avvenire d’Italia di Raniero La Valle che ci calava quasi ogni giorno nell’evento inaspettato e sempre più ricco di aperture. Per molti di quei giovani, anche per quelli che non ebbero la ventura di vivere a Bologna gli anni dal 1962 al 1968, con vescovo Giacomo Lercaro e vicario don Giuseppe Dossetti, strategico “perito” del suo cardinale al Concilio, due punti focali furono subito prevalenti: il rinnovamento liturgico e la fiducia nella ricerca e nel mutuo aiuto fra Chiesa e mondo, per la pace e per la giustizia tra i popoli. ”
A. Ardigò (2000)